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"I quasietti e i mutanni" nell'atto del notaio: in Sicilia il corredo era una cosa seria

Sembra impossibile che fino a 50 anni fa ci fosse un "atto dotale" che stabiliva cosa doveva far parte del corredo. Insieme a riti ormai in disuso e superstizioni

Sara Abello
Giornalista
  • 30 ottobre 2022

A intaglio, 500 siciliano, buchino, mussola, fiandra...no, non sono misteriose formule magiche per evocare il fantasma di una "mastra" (storiche insegnanti di ricamo). Ci pensate a quando il corredo da portare in dote era per le fanciulle una questione di vitale importanza?

Riflettendoci bene, considerato il poco valore che gli si attribuisce oggi, sembra impossibile pensare che fino a meno di 50 anni fa a Bagheria, come nel resto della Sicilia o del sud Italia, potesse essere argomento discusso persino davanti ad un notaio.

Una settimana prima delle nozze, il corredo di entrambi i fidanzati - sì perchè anche l’uomo doveva avere il suo set di canottiere, maglie di lana, quasietti e mutande di ogni forgia - veniva esposto nelle rispettive case, così da essere mostrato ad amici, parenti e vicini di casa invitati per l’occasione.

Più o meno la stessa pratica che ricorreva al momento del fidanzamento quando si esponevano l’anello e i regali ricevuti. Ricordate?! Ve ne parlai tempo fa...Insomma l’ostentazione è una cosa tutta nostra! Prima del matrimonio veniva poi stilato un atto notarile, cui facevo riferimento prima, dove si elencava tutto il papello che i due fidanzati portavano in dote, si chiamava infatti "atto dotale".
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Poteva persino succedere che il matrimonio sfumasse perchè al momento della stipula venivano a mancare le promesse fatte all’atto del fidanzamento... e lì partivano le abbanniate a suon di "i mutanni dovevano essere 12 paia e non 6, schifiatu tu e to matri puru!" o, più comprensibile, “a casa ra nonna non toccava a te quannu n’asciucavamu?!”

Il corredo della sposa, oltre a tutta la biancheria intima, prevedeva una serie di cose la cui quantità in eccedenza rispetto al numero base canonico previsto andava a sentimento e, ovviamente, commisurato alla disponibilità economica della sua famiglia.

Quindi un tot di fazzoletti, se di lino e con ricamo, magari con le iniziali del nome era preferibile; lenzuola con i ricami più ricercati, soprattutto quello per "la prima notte". Centri e centrini perchè ‘nsamaddio potesse mai restare una qualche superficie di casa sguranita, coperte pesanti e pu menzu tiempu.

E ancora asciugamani di lino da tenere in bella vista in bagno e ad uso esclusivo degli eventuali ospiti, ma anche i più semplici e variopinti in spugna per gli sposi stessi, camicie da notte con varie tonalità pastello, che comprendessero anche il rosa e l’azzurro, pu spitali in caso di gravidanza (all’epoca crescere i bambini con approccio no gender non era contemplato).

C'erano anche gli strofinacci, meglio conosciuti come "mappini" per la cucina; tovaglie da tavola “pratiche” ma anche eleganti con preziosi intagli e tovaglioli abbinati; servizietti da caffè, tè, dessert vari con belle puntine tutte intono, non quelle di maiale, sia chiaro, ma una specie di passamaneria realizzata all’uncinetto o con microricami su un piccolo volant di organza disposti tutto intorno a rendere ancora più prezioso l’articolo.

Un tempo poi addirittura la famiglia della sposa si doveva occupare persino di acquistare un paio di scarpe di vacchettina, quindi in pelle poco preziosa, che la ragazza avrebbe usato nella quotidianità, e un paio in pelle lucida, per le grandi occasioni.

Non mancava quindi neanche un occhio di riguardo per il suo armadio, se le risorse economiche della famiglia lo consentivano veniva infatti acquistato qualche abito più confacente ad una "signora sposata", possibilmente un outfit estivo e uno invernale, magari un cappottino o un giaccone e, solo in rari casi in cui le finanze fossero proprio floride o "a spardari picciuli", ci usciva pure la pelliccia.

Quello che proprio non doveva mancare però, anche nella dote fornita dalla famiglia più umile, era a vesta ri l’ottu jorna, ciò che la sposa avrebbe indossato l’ottavo giorno dopo le nozze per la prima uscita da coniugata. In passato ovviamente non ci si concedeva il viaggio di nozze, gli sposi restavano in casa per i sette giorni successivi alle loro nozze, eccezion fatta per il marito che poteva uscire ma solo in caso di necessità impellenti.

L’ottavo giorno, i due piccioncini si concedevano l’uscita ufficiale per andare a messa e a far visita ai genitori e ai compari. La sposa in quella circostanza indossava un completo, generalmente gonna e giacca, acquistato per l’occasione, lo sposo invece riutilizzava l’abito del matrimonio a cui accostava una cravatta diversa da quella indossata il giorno delle nozze.

Un paio di mesi fa, in pieno trasloco, ho trovato un raro esemplare di manufatto ricamato e ci ho messo persino un po' di tempo a capire di cosa si trattasse...era un portaposate in lino con tovagliolo e tovaglietta abbinati. Non ve lo aspettavate eh, ho il sospetto che anche questo fosse "da ospedale".

Chissà perchè c’è questa fissazione di far un figurone quando ti ricoverano, chè hai magari l’aspetto di un cadavere ma la tua vicina di letto deve invidiare il tuo comodino bello addobbato a festa, a prescindere da quali siano le cause della degenza.

Col passare dei decenni per fortuna la "burocrazia prematrimoniale" si è snellita, quindi gli atti dotali si sono persi per strada e piano piano anche i bauli pieni di corredo si sono alleggeriti sino a scomparire del tutto o quasi.

Io stessa sono un po’ vittima dei tempi che furono se considerate che anche a me, poco più di 30 anni fa, qualche lenzuolo ricamato è arrivato per i primi compleanni...perchè poi nelle nonne, già anziane, subentrava la consapevolezza di non esserci quando le nipoti si sarebbero maritate, per cui non avrebbero potuto dare il loro prezioso contributo una volta giunta l’ora X.

E così un copriletto all’uncinetto che si presenta come un centrino da Guinnes world record, qualche lenzuolo ricamato, una coperta di lana effetto patchwork fatta con tutti gli avanzi di lana (chè mia nonna Sara non buttava via niente), asciugamani di lino e tovaglie per le più rare occasioni volete che non le abbia anche io da qualche parte?!

Tra le varie cose che si sono perse nel tempo, e per fortuna aggiungo io, ci sono le superstizioni. Lo sapevate che «a sposa maiulina e austina nun si godi a cuttunina»? Eh sì perchè questo "simpatico" e antico proverbio indicava un cattivo presagio per coloro che si fossero sposati a maggio e ad agosto, indicando che quelle nozze non sarebbero durate fino a godere della coperta pesante, quindi di sicuro non fino all’inverno...insomma cattivo presagio è un eufemismo!

L’equivalente di «nè di Venere nè di Marte ci si sposa o si parte», ma come ben sapete ormai ogni giorno è buono per accasarsi o separasi, liberi da dicerie e stereotipi atavici.
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