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I rifiuti in Sicilia sono un problema da discarica piena, in Danimarca ci sciano sopra

La Sicilia è una delle poche regioni a non avere termovalorizzatori e allo stesso tempo fa i conti con l’emergenza rifiuti: cosa c'entra con il titolo? Facciamo uno sforzo di lettura

Andrea Di Piazza
Geologo e ricercatore
  • 14 marzo 2018

La pista da sci sull'inceneritore a Copenhagen

La Sicilia è una delle poche regioni d’Italia a non possedere dei termovalorizzatori e allo stesso tempo a dover fare i conti con un’emergenza rifiuti. Cosa c’entra questo con il titolo e la foto a corredo dell’articolo? Per saperlo dovete fare un piccolo sforzo di lettura.

L’isola è in grande ritardo nella promozione della raccolta differenziata e sconta pure la mancanza di impianti per il trattamento delle singole frazioni merceologiche (plastica, carta, vetro, organico ecc…).

In più,oltre l'80% dei rifiuti viene conferito nelle nove discariche ormai sature. Il ciclo non si può ancora chiudere senza che una frazione dei rifiuti venga indirizzata al waste-to-energy, ovvero a un recupero energetico, una pratica dalla dubbia sostenibilità ma che ha un grande vantaggio: la drastica riduzione dei volumi di rifiuti da smaltire.

Lo sanno bene in Campania dove, grazie alla costruzione dell’impianto di incenerimento di Acerra nel 2013 si sono eliminati oltre 2 milioni di tonnellate di rifiuti. Per non parlare di Paesi come Danimarca, Svezia o Olanda che portano a recupero energetico la metà dei rifiuti che rifiutano.

Produzione di energia dunque ma anche teleriscaldamento: il riscaldamento portato con i tubi da una centrale alla città. E c’è anche un vantaggio economico? Ebbene si, il business dell’energia dai rifiuti è significativo specie se questi sono quelli degli altri. Basti pensare all’accordo siglato tra Roma e Vienna nel 2016: dalla città eterna i rifiuti vengono spediti su treni merci a oltre mille chilometri di distanza per essere bruciati.

Secondo la BBC, per incenerire la spazzatura in Austria, Roma paga oltre 100 euro a tonnellata e di contro il termovalorizzatore austriaco guadagna circa 100mila euro a convoglio. "Quello che butti a Roma, riscalda Vienna". Danke Italien!

Ma allora qui siamo fessi? In Italia, il problema principale legato alla costruzione di nuovi impianti è di tipo sociale: gli inceneritori producono inquinanti mortali.

Un’ovvietà visto che bruciare direttamente i rifiuti è estremamente pericoloso: la presenza di metalli pesanti nel rifiuto può portare alla formazione di macroinquinanti inorganici, mentre i cloruri, presenti nei composti organici polimerici (es. il PVC) danno origine durante la combustione alle famose diossine, sostanze tossiche e cancerogene.

Per la precisione però bisogna dire che anche bruciando legna e carbone si producono diossine, così come dando fuoco in modo incontrollato a rifiuti o discariche abbandonate.

La domanda a questo punto sorge spontanea: come fanno nel resto d’Europa? L’immagine a corredo dell’articolo, per esempio, raffigura un termovalorizzatore in costruzione a Copenhagen sul quale hanno realizzato una pista da sci.

Forse i danesi sono pazzi? Potremmo continuare elencando l’impianto di Vienna (con ristorante panoramico sulla cima del camino), o quello di Rotterdam (commissionato ad un grande architetto), o ancora di Taiwan, di Tokyo o di Osaka, ma la lista è troppo lunga ed è meglio concentrarci sul cuore della questione nel poco spazio che ci rimane.

Nell’Unione Europea, gli impianti moderni di termovalorizzazione sono costruiti seguendo le Best Available Technologies (BAT), ovvero secondo le migliori e più efficienti tecnologie disponibili e applicabili in grado di garantire un elevato livello di protezione dell’ambiente.

Tutte le informazioni sulle BAT vengono riportate nei BAT Reference documents (Brefs), documenti di riferimento specifici per varie categorie di attività, che vengono costantemente aggiornati dalla Commissione Europea. Nel caso specifico, gli impianti più moderni sono progettati per garantire parametri di efficienza e sicurezza elevatissimi, disponendo così di complessi sistemi di filtri (per particolati, diossine e metalli) e torri di lavaggio (per il trattamento dei gas acidi) che garantiscono un abbattimento dei valori di emissione molto al di sotto dei valori limite stabiliti dalla legge.

Ovviamente tutto ciò dipende dalla gestione responsabile dell’impianto stesso. In Italia, sono un esempio in tal senso, i termovalorizzatori di Brescia, gestito dalla A2A, e Torino, gestito dalla TRM S.p.A., impianti con tutte le migliori certificazioni ed i cui dati sulle emissioni sono consultabili online.

La termovalorizzazione certamente non è il metodo più sostenibile per sbarazzarsi dell’indifferenziato, ma non lo è nemmeno il conferimento in discarica, tanto che nella direttiva 2008/98/CE relativa ai rifiuti, lo smaltimento occupa l’ultima posizione in termini di sostenibilità ambientale.

È bene ricordare che il ciclo dei rifiuti, ad oggi, non può chiudersi senza il recupero energetico, tecnologia che permette invece l’eliminazione quasi totale dello smaltimento in discarica (quelle sì, vere bombe ecologiche).

Un esempio? Nei prossimi mesi il governo regionale ha deciso di inviare all’estero parte dei rifiuti prodotti in Sicilia (500mila tonnellate) a spese dei Comuni siciliani. Materiale che andrà bruciato, appunto, per dare energia e calore ai nostri cugini europei.

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