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Il borgo rurale (fantasma) in Sicilia: un luogo abbandonato che salvò decine di famiglie

Un caseggiato costruito al centro di un territorio i cui orizzonti fotografano degli scorci fantastici. Nel dopoguerra fu la salvezza per chi versava in povertà assoluta

Salvatore Di Chiara
Ragioniere e appassionato di storia
  • 18 marzo 2023

Il borgo di Madonna Bona

Il Priorato di Delia è uno degli ex feudi che caratterizza al massimo l’ambiente castelvetranese. Un esempio di bellezza naturale e dai contenuti socio-storici intensi.

Un filo conduttore che sancisce il confine con il territorio salemitano e la presenza di uno dei borghi caratteristici dell’hinterland belicino: Madonna Bona o Vona.

Un tempo, era doveroso attraversare (con i carretti) il vecchio ponte di Baddanu (prima della costruzione della diga Delia) che permetteva di proseguire verso Grimesi (Mazara) e Galasi (Trapani). Quest'ultimo era un passaggio obbligato per raggiungere il borgo.

Oggi, è possibile farlo in macchina percorrendo l’ex strada della Montagna. I volenterosi (trekkisti) possono imboccare lo stesso percorso partendo dal Parco Trinità-Marcita per circa 6 km.

Madonna Bona (comparsa nelle cartine topografiche sin dai primi anni del secolo scorso) era il teatro della ruralità, una lunga fatica fatta di impegno ed enorme sacrificio.
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Un caseggiato costruito al centro di un territorio i cui orizzonti fotografano degli scorci fantastici: il boschetto sito all’ex feudo della Montagna, il paese di Salemi e il rilievo di Montagna Grande.

L’itinerario sociale è stato molto intenso e teatro di storie di grande umanità. Decine di famiglie erano impegnate nei lavori di campagna, specie nelle coltivazioni dei carciofi.

Uomini provenienti dalle cittadine di Castelvetrano e Salemi che vivevano all’interno del borgo e poi, ritornavano nelle proprie abitazioni (fine settimana) per disintossicarsi dalle lunghe fatiche.

I raccolti erano affidati ad alcuni coltivatori che gestivano l’operato dei contadini e si occupavano delle vendite dei prodotti.

Uno sbocco lavorativo viste le condizioni precarie in cui versava il popolo dopo il secondo conflitto mondiale. Iniziò la costruzione degli alloggi (con uno schieramento quadratico).

All’interno erano presenti: cucine, camini, un ampio cortile, una scuola e stanze adibite ad altro. I bambini potevano studiare e allo stesso tempo, grazie ad alcune donne, impegnarsi in altre attività.

Quelli più grandi si dedicavano al cucito e alla preparazione dei pasti. I tempi erano abbastanza diversi rispetto a quelli attuali e il clima incideva molto nell’animo dei lavoratori (e condizione fisica). Si passava dal freddo invernale alle stagioni calde e afose.

Nelle vicinanze è ancora visibile un laghetto che rivestiva un’enorme importanza. Oggi, il luogo versa in uno stato di totale abbandono.

Un silenzio tombale che rispecchia anche una collocazione lontana dai centri cittadini - un segno tangibile nella vita della gente che ha vissuto quel periodo.

Della masseria rimangono le strutture e in alcune di esse, sono presenti ancora dei mobili e degli oggetti. I proprietari hanno considerato l’investimento (manutenzione e riqualificazione) insostenibile e forse, in mancanza di fondi e tempi, si sono defilati.

È difficile calarsi nella posizione dei nostri nonni e di tutti coloro che vissero il dopoguerra. La criticità economica aveva aperto voragini sociali e, tra migrazioni e difficoltà varie, gli unici spiragli erano rappresentati dalla rivalsa e l’inizio di un nuovo percorso.

L’apertura verso le campagne e la colonizzazione dei latifondi mostrava un timido segnale di rinnovamento.

Mettere piede a Madonna Bona assume un significato prettamente sociale, fatto di passato e sofferenza. Un’ancora di salvezza racchiusa in un’area che ha salvato intere famiglie dalla povertà assoluta.
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