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Il coccodrillo della Vucciria e i suoi gemelli: sono "appizzati" ai tetti dei luoghi più assurdi

La storia del coccodrillo della Vucciria è una delle preferite dei palermitani e ogni tanto torna a galla. Ma noi non abbiamo l'esclusiva: ecco dove si trovano gli altri

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 4 luglio 2023

Il coccodrillo appeso nel santuario della Madonna delle Grazie a Mantova

Sobek, in lingua greca Suchos, è un’antica divinità egizia rappresentata come un coccodrillo e protettrice dalle valenze apotropaiche, che detto a pane e panelle significa: quello che si invoca contro il malocchio.

Questo nelle periferie di Palermo a quei tempi non potevamo nemmeno immaginarlo, anche perché a nove, dieci anni stavamo cominciando a scoprire il mondo e avevamo ben altri Suchos per la testa. Erano appunto gli anni dei Frizzy Pazzi, delle divisioni a due cifre e de “Il coccodrillo come fa?”.

Proprio così, non so negli altri quartieri, ma in quel di via Oreto appena chiedevi che cosa fosse la mafia e che verso facesse il coccodrillo rimanevano tutti ammammaluccuti e si giravano dall’altra parte. L’unico a saperlo era il professore Terranova, ma quello sapeva tutte cose.

E già che la nostra scuola era intitolata ad Emilio Salgari, scrittore ed ideatore di Sandokan, anche soprannominato la Tigre della Magnesia, che con i coccodrilli ci faceva a botte con la stessa frequenza con cui il mio compagno Carollo s’acchiappava col bidello, ci raccontò che proprio a Palermo ci stava un coccodrillo imbalsamato appeso al tetto di una bottega.
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Vero era! In realtà la storia del coccodrillo della Vucciria è una delle preferite dei palermitani e di tanto in tanto ritorna a galla. Secondo alcuni veniva dal Nilo, secondo altri abitava nella fontana di piazza Garraffello e si mangiava i bambini.

Il primo a parlarne è un certo Vincenzo Di Giovanni che nel 1612 lo vede penzolare dal tetto di un’osteria del quartiere Capo. Per persuadervi di quanti compleanni tiene, fatevi il conto che nel 1612 viene completato il cantone di Santa Cristina dei Quattro Canti e l’arcivescovo Giannettino Doria (u ginuvisi, perché era di Genova) inaugura l’inizio dei lavori di costruzione della chiesa di San Giuseppe dei Teatini.

Ed è sempre Giannettino colui che nell’estate del 1624 certifica come autentiche le ossa di Santa Rosalia ritrovate sul monte Pellegrino, che poco dopo verranno portate in processione e libereranno la città dalle peste.

Comunque, ‘stu coccodrillo rimane appizzato al tetto di quell’osteria per circa duecento anni, resiste anche all’unificazione dell’Italia, alla nascita di Andreotti, poi nel 1872 viene avvistato nella bottega di via Argenteria (Vucciria) dallo storico gesuita Gioacchino Di Marzo.

A posto così, fin qui niente di nuovo e il coccodrillo si trova ancora là. Quello che invece si conosce di meno è che il coccodrillo non è solo ma tiene (forse) più di un gemello.

Anzi, a dimostrazione che ai tempi televisione non ce n’era e si facevano i figli, dovete sapere di gemelli ce ne stanno una caterva.

A Curtatone, o pochi chilometri da Mantova, al tetto dell’antico santuario della Beata Vergine delle Grazie, dal XIV secolo, è appeso con delle catene un coccodrillo uguale uguale a quello della Vucciria.

Secondo quanto viene detto, la bestia fuggì da uno degli zoo esotici privati che i Gonzaga amavano farsi di fronte le loro dimore al posto del prato all’inglese.

Se il cognome non vi suona nuovo, sappiate che si trattava di una delle famiglie più potenti d’Europa di quei secoli e che aveva istituito la propria signoria proprio nella città di Mantova.

E datosi che in Sicilia c’erano più Gonzaga che scarola, e che prima del 1612 non abbiamo notizie del coccodrillo palermitano, non sarebbe assolutamente fantascientifico mettere nel mazzo anche l’ipotesi della gonzaghiana provenienza (vi pare a voialtri ve l’arrubbate!).

Scendendo un po’ più in basso, nelle Marche, precisamente poco fuori le mura di Macerata, nella chiesa di Santa Maria delle Vergini, poropò-poropò-poropò (rullo di tamburi), troviamo un altro coccodrillo sempre appeso in alto.

Questo, secondo la leggenda maceratese, lo portarono i crociati di ritorno dalla guerra come regalo per il Papa (purtroppo non c’erano ancora le polo Lacoste).

Sempre in Lombardia, a Ponte Nossa, questa volta in provincia di Bergamo, un avutru coccodrillo appizzato al tetto, documentato per la prima volta dal cardinale Federico Corner nel 1594 che ne chiese la rimozione (nel 1700 venne riappeso) perché gli faceva impressione.

Spostandoci dalla Lombardia al Veneto troviamo un altro bestione di coccodrillo (5 metri) appeso nella chiesa di Santa Maria della Pace a San Michele Extra, Verona. In realtà ora si trova negli ambienti canonicali, ma per secoli è rimasto a dondolare dal tetto del presbiterio.

E ancora un altro al santuario di Nostra Signora di Montallegro (Rapallo), nel convento della Selva nel borgo di Santa Fiora (Grosseto) ci sta conservata la mandibola e a Ragusa, al Duomo di San Giorgio, sono conservate numerose ossa di coccodrillo. Se addirittura ci spostiamo dall’Italia i casi si moltiplicano.

Ora, non per farmi gli affari dei coccodrilli - che in media campano 80 anni, e quindi vuol dire che pure loro tanto i kaiz loro non se li sanno fare. Ma c’è da dire che due sono gli aspetti che li accomunano: la loro presenza nei conventi mariani e la passione per mangiarsi i bambini.

Certo, se uno dovesse farsi trasportare dal sillogismo aristotelico potrebbe supporre che: i comunisti mangiano bambini-i coccodrilli mangiano bambini-i coccodrilli sono comunisti. Ma, ahimè, nonostante la tesi dei coccodrilli bolscevichi mi faccia volare, la verità sta da tutt’altra parte.

Le leggende, infatti, li inquadrano sempre come dei disturbatori che, proprio per questa loro passione, stanno tutto il tempo a rompere l’anima agli abitanti di questo o di quell’altro posto. E ogni volta, come da copione, poco prima di finire a schifìo, spunta un qualche disgraziato salvatore che invoca la madonna, acquisisce dei non specificati super poteri e caput al coccodrillo.

Si, ok, ma picchì proprio nei tetti delle chiese? Non ci potevano appizzare san Giuseppe da Copertino, che quello si dice volasse veramente? Molto semplicemente, partendo dall’iconografia di San Giorgio che uccide il drago (e da qui tutta quella tiritera sui principi e i draghi), il coccodrillo era il papabile candidato perfetto per interpretare il ruolo del drago e quindi il ruolo del maligno, del peccato.

In buona sostanza il poveretto cominciò ad esser appeso ai tetti per dimostrare ai fedeli che chiunque si fosse messo contro la chiesa se la sarebbe scippata in quel posto, diavolo compreso. La giornata dei coccodrilli purtroppo o per fortuna finisce qua.

E proprio perché quello della Vucciria sembra non avere passato ed essere sbucato dal nulla, mi piace pensare che anche lui, un giorno molto lontano nel passato, fosse dentro qualche chiesa, chi lo sa, magari proprio a Palermo.

Ah, per la cronaca, si dice che il verso del coccodrillo si chiami trimbulo, anche se le maggiori accademie dicono trattarsi di minkiata col botto, ma neanche smentiscono.
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