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Il fantasma di palazzo Roccella che conserva Cognac e antichi giornali: una storia vera

Palazzo Roccella sta al numero 137 di corso Vittorio Emanuele a Palermo dalla fine del Cinquecento: diversi proprietari e tante vite si sono incontrate tra i suoi saloni

  • 24 gennaio 2019

L'ingresso di Palazzo Roccella a Palermo

L'adattamento in biologia è la tendenza degli organismi ad armonizzare le proprie funzioni vitali con l'ambiente in cui vivono: "L'uomo ragionevole si adatta al mondo. L'uomo irragionevole insiste nel cercare di adattare il mondo a sé" diceva Bernard Shaw, e io mi sono sempre reputato una persona ragionevole.

Il palazzo stava al numero 137 di corso Vittorio Emmanuele dalla fine del Cinquecento, prendeva il nome dai suoi ultimi nobili proprietari, i principi di Roccella.

Fui subito entusiasta dell'occasione che mi era capitata. L'affitto era bassissimo a causa dello stato in cui versava l'intero stabile, che però non perdeva il suo fascino.

Si diceva che in uno degli appartamenti c'era stato un famoso bordello cittadino, gestito da madame Teresa Valido, il preferito da alcuni gerarchi nazisti.

A differenza delle altre case di tolleranza non venne chiusa a causa della legge Merlin del '58, tra i festeggiamenti e i brindisi di clienti e ragazze che quella notte non segnarono marchette, ma cessò le sue attività molto prima, una notte del maggio '43, sotto il bombardamento degli aeroplani Alleati.

Scoprii in seguito che il palazzo era in vendita: quattromila e ottocento metri quadri, suddivisi in diciassette appartamenti, tutti occupati con contratti per uso temporaneo, e un ampio salone di rappresentanza di quattrocentocinquanta metri quadri libero da subito.

Iniziai a percepire la presenza, a sentire le sue diversi voci, poco dopo aver finito il trasloco. La prima volta che lo vidi fu in sogno.

«Io non me ne andrò» furono le uniche parole che disse. Da quel giorno, ogni notte, alle quattro del mattino, sempre alla stessa ora, mi svegliavo dopo averlo visto.

All'inizio avevo dato poca importanza al fatto, lo ritenevo legato alla suggestione dovuta a un fatto che mi era capitato.

Dopo un paio giorni dall'arrivo in casa avevo notato dietro uno dei letti un portello, il quale era abbastanza visibile nonostante fosse stato dipinto dello stesso colore delle pareti. Naturalmente dalla scoperta all'apertura passarono pochi minuti.

Dal passaggio si accedeva a un sottotetto, era buio e a una prima occhiata nessuno aveva solcato quella soglia da molto tempo.

Recuperai una piccola torcia e un manico di scopa per testare se il pavimento fosse stabile. Feci un giro tra i molti strati di polvere e di fuliggine che coprivano ogni cosa.

Assi di legno e vecchie sedie sfondate formavano una grande catasta al centro di quella stanza senza finestre.

Nulla mosse la mia curiosità in maniera rilevante, tranne una vecchia cassa in legno sui cui lati era scritto "IW&C INGHAM COGNAC MARSALA", contenente due bottigliette di vetro di diverse dimensioni, due barattoli di latta, un vecchio cavatappi che sembrava un'elica, una bustina di idrolitina vuota, un pacco di cerini tedeschi e una copia completa e piegata del Giornale d'Italia, datata 1929.

Raccolsi il bottino e lo posi in un angolo della stanza da letto, in attesa di futuri e più approfonditi esami dei reperti ritrovati.

La sera stessa raccontai l'accaduto a un paio di amici con cui dividevo una Forst agghiacciata in Taverna.

«Ti consiglio di mettere tutto al suo posto» disse una.
«Perché porta sfortuna?» chiesi ironico.
«No, qualcuno potrebbe voler leggere il suo giornale» rispose la mia amica ridendo.
«Non avere rimorsi. Coi morti non si commette nessun furto ed è meglio trovare dei beni piuttosto che farli mangiare dalla muffa» fu il commento dell'altro.

Questo secondo parere mi sembrò essere meglio argomentato, quindi tenni tutto.

Fu in quel periodo che iniziai a sognare la presenza. Di solito non diceva nulla, altre volte pronunciava poche parole che non ricordavo mai al mio risveglio, che avveniva sempre alla stessa ora.

Con il tempo la presenza onirica, divenne reale o almeno visibile anche da sveglio. A un angolo della casa, seduto su una sedia a guardarmi, appoggiato ad una parete.

Si materializzava, così all’improvviso, un attimo prima non c’era, mi rigiravo e alla sua vista come percorso da una scarica elettrica trasalivo, un attimo dopo era già scomparso.

Non faceva nulla di male, certo neanche nulla di bene, così gradualmente, non feci quasi più caso a lui.

Parafrasando Dostoevskij ho pianto un poco, poi mi sono abituato, “A tutto si abitua quel vigliacco che è l'uomo!”.

Lasciai la casa qualche anno dopo non per l'inquilino indesiderato, ma perché i proprietari avevano trovato un acquirente.

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