Il peso dell'eredità di Paolo Taormina: "Solo noi estirperemo la violenza, non i militari"
Le parole dell'arcivescovo di Palermo arrivano come macigni nel giorno dei funerali del giovane 21enne ucciso all'Olivella. Un'omelia che è anche un appello ai cittadini
Corrado Lorefice arcivescovo di Palermo
Queste parole dell'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice si alzano in Cattedrale, a Palermo, per l'ultimo saluto a Paolo Taormina ucciso a soli 21 anni all'Olivella, nella notte tra l'11 e il 12 ottobre.
«A chi è sfinito è dovuta pietà dagli amici, anche se ha abbandonato il timore di Dio» (Gb 6,14). E questo rispetto, continua l'arcivescovo, è fatto di prossimità e di silenzio. «Siamo vicini. Sgomenti. E nel silenzio proviamo a comprendere una goccia dello strazio di voi genitori, parenti, amici, della Città tutta. La nostra memoria di credenti, la nostra stessa esistenza, è legata a un altro innocente, ucciso su una Croce. Un uomo che come Paolo è morto giovane».
A dirci che la vita di una sola donna, di un solo uomo «vale l’infinito e non può essere sacrificata da chi ritiene che i morti siano danni collaterali e che uno in più, uno in meno, non fa differenza: disumana follia dei violenti e dei potenti per i quali verrà il giudizio di Dio. Nessuna parola in più. Solo uno sguardo a Paolo e uno sguardo alla Croce».
Poi Lorefice si rivolge ai familiari: «Carissima mamma Fabiola e papà Giuseppe, carissima Sofia, carissimo Mattia, carissima Desirée: non so se posso dirvi altro. Piango e con voi rivolgo al Signore la domanda terribile che urla nei vostri cuori: perché? Lo so. Anche Rachele non vuole essere consolata. Non ci sono parole che consolano. C’è un urlare assieme al Cielo».
L'arcivescovo di Palermo sottolinea «nessuna motivazione rende legittima l’uccisione di un uomo. E piangendo per Paolo piangiamo per tutti i morti, uccisi dalle guerre, dalla mafia, dalla violenza, dal narcisismo delirante, dal culto della forza virile».
È il sangue di Abele che scorre. È il grido, che continua a risuonare: Non uccidete Abele! Perché Abele, figura del Cristo, è l’innocente, ucciso prima di ogni gesto e di ogni consapevolezza. È colui che non ha parole, bambino piccolo sul quale ricade una violenza immotivata, di cui mai conoscerà pensieri e presupposti».
Ma la Parola di Dio «continua a ripetere anche: "Non uccidete Caino!" (cfr Gn 4,15). La giustizia deve fare il proprio corso, in quanto la realtà dei fatti va appurata, rispettata e chiamata per nome. Ma scacciamo dal nostro cuore la voglia di uccidere Caino. La cattiveria e la violenza non giustificano nessuna risposta altrettanto violenta. Vale per la nostra Palermo e vale per la Casa Comune, la Terra sulla quale dobbiamo vivere sempre come ospiti e mai come proprietari».
E conclude: «Il riscatto non verrà da altra violenza, ma dal levarsi del desiderio di pace e di giustizia nella vita e nel cuore dei Palermitani. Figlie, Figli miei amatissimi, Amici, Amiche: non sono gli eserciti, non sono le forze di polizia, col loro pur encomiabile servizio, a cui siamo gratissimi, che potranno estirpare la violenza omicida. Possiamo essere solo noi, insieme».
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