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Il progetto Medsealitter: una grande rete per monitorare rifiuti nel Mediterraneo

Circa 1,25 milioni di frammenti per Km quadrato: è il dato sconcertante dell’ultimo report del WWF relativo alla quantità di microplastiche nel Mar Mediterraneo

Andrea Di Piazza
Geologo e ricercatore
  • 11 settembre 2018

Circa 1,25 milioni di frammenti per chilometro quadrato: è questo il dato sconcertante, contenuto nell’ultimo report del WWF relativo alla quantità di microplastiche presenti nel Mar Mediterraneo.

Un valore di quasi 4 volte superiore a quello del famoso “Great Pacific Garbage Patch” dell’Oceano Pacifico.

Tanti piccoli pezzetti di plastica ormai entrati nella catena alimentare di diversi organismi marini: sono infatti oltre 260 le specie tra invertebrati, pesci, tartarughe e mammiferi che vengono a contatto con questi rifiuti, spesso ingerendoli con conseguenze anche fatali.

Con l’obiettivo dunque di monitorare e gestire l’impatto del marine litter sulla biodiversità attraverso la realizzazione di un protocollo condiviso, il progetto Medsealitter, finanziato dal programma di cooperazione transnazionale Interreg Mediterranean e dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) (scopri la pagina ufficiale), unisce in un’unica grande rete Aree Marine Protette, organizzazioni scientifiche e ONG.

Iniziato nel novembre del 2016 e coordinato dal Parco Nazionale ed Area Marina Protetta delle Cinque Terre, il progetto prevede la partecipazione attiva di altri 9 partner provenienti da paesi che si affacciano sul Mediterraneo: l’Italia è presente con ISPRA, Legambiente e l’Area Marina Protetta “Capo Carbonara”, segue poi la Spagna con le Università di Barcellona e Valencia, la Grecia con l’Hellenic Centre for Marine Research, e la Francia con L’École Pratique des Hautes Études e l’EcoOcéan Institute.

Due i partner associati: l’Area Marina Protetta delle Isole Egadi ed il Centro Nazionale delle Ricerche – Istituto per l’Ambiente Marino Costiero.

Dopo una parte iniziale dedicata allo sviluppo dell’idea progettuale, alla programmazione delle varie azioni e alla messa a punto del protocollo per la valutazione dell’impatto da macro e micro marine litter, il progetto è stato diviso in due grandi filoni: "floating" legato all’osservazione di rifiuti solidi galleggianti, e "ingestion", parte dedicata alla quantificazione dei rifiuti plastici trovati all’interno di specie definite sensibili.

Ma proprio in questi mesi Medsealitter è entrato nel vivo e forse anche nella sua parte più emozionante: il testing, con osservazioni visuali e registrazioni automatiche di rifiuti e organismi marini tramite barche, traghetti, droni e aerei.

In particolare alcune squadre di ricercatori stanno effettuando, proprio in questi giorni, delle traversate sulla rotta Cagliari – Palermo (uno dei cosiddetti transetti).

«Ogni mercoledì ci imbarchiamo dalla Sardegna alla volta della Sicilia grazie ad una convenzione con Tirrenia – spiega Francesca Frau, responsabile del progetto Medsealitter per l’Area Marina Protetta “Capo Carbonara” – Durante la traversata documentiamo fotograficamente tutti i rifiuti galleggianti e i vari organismi marini che intercettiamo in un raggio di circa 50 metri dalla nave».

Le sorprese ovviamente non sono tardate ad arrivare, come dimostra la foto allegata e le altre pubblicate sull’attivissima pagina facebook dell’AMP.

Balenottere comuni, capodogli, squali ma anche pesci luna e tartarughe, queste ultime spesso osservate cibarsi di rifiuti come il polistirolo.

Un’immagine che ci riporta subito all’oggetto principale di Medsealitter: i rifiuti.

«Le osservazioni e alcuni dati pregressi ci dicono che circa il 90% dei rifiuti osservati sono plastiche – continua la studiosa – Spesso sacchetti, bottiglie, scatole di polistirolo e contenitori di vario tipo».

Se da un lato l’osservazione di un gran numero di organismi marini, anche di giovane età ci conferma l’importanza ecologica di questa parte del Mediterraneo - spiega dall’altro lato è evidente la netta relazione spaziale tra questi, il traffico navale ed il marine litter. Interferenze che, come osservato, mettono a serio rischio la vita di numerose specie marine».

Una volta ultimato, il protocollo verrà validato con il contributo di tutte le Aree Marine Protette del Mediterraneo e dei loro relativi network (organizzazioni scientifiche specializzate in ambiente marino ed enti locali o regionali).

Il risultato finale sarà la sua adozione da parte di almeno venti di queste Aree Marine Protette e da dieci istituti di ricerca. Una grande rete, dunque, questa volta usata non per catturare i pesci, ma le odiose plastiche.

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