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In un'oasi siciliana c'era il Vallone delle Sirene: cosa resta della (splendida) "rina"

Una natura incontaminata più volte violata dall'abusivismo che oggi mantiene i contorni delle sue forme splendide e naturali, anche nei ricordi di chi l'ha vissuta

Salvatore Di Chiara
Ragioniere e appassionato di storia
  • 23 agosto 2022

Questa è la storia di un’oasi che ha cambiato pelle nel corso degli anni e oggi, nell’incredulità totale, ha perso quel fascino che l’ha contraddistinta nelle sue forme splendide e naturali. Parliamo di Triscina di Selinunte.

A pochi chilometri dal magico scenario archeologico di Selinunte e non lontano da Castelvetrano, lungo il percorso della SP 81 di Bresciana tra campagne di uliveti, la torre di Canalotto e paesaggi rurali, rimembra ancora il ricordo di coloro che vissero "la rina" nelle sue sembianze naturali.

La storia della borgata può essere riassunta in tre fasi importanti che l’hanno modificata e deturpata delle sue origini. Una leggenda narra di un’errata trascrizione notarile del termine "Friscina", come i marinai di Selinunte usavano chiamare questa zona vicino a un’antica sorgente d’acqua lungo la strada nr.23.

Gli stessi pescatori nascondevano un arnese per la pesca dei polpi chiamato appunto friscina. Si pose l’accento di una possibile concezione dialettale (la Triscina) poco consueta per designare un toponimo che diventa giusta per riferire un oggetto o qualcosa di preciso.
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Tesi purtroppo errata perchè dalle cartine topografiche di Von Schmettau, sin dal XVIII secolo compare il nome di Punta Triscina che elimina definitivamente qualsiasi altra fonte possibile di natura storica e territoriale.

Da quel momento sono stati approfonditi alcuni studi che hanno rilevato le prime forme di antropizzazione nel territorio sin dal VII secolo a.C., quando i selinuntini realizzarono sul lato destro del Modione alcuni santuari (Malaphoros) e un secolo dopo, sul Timpone Nero edificarono la più grande e duratura necropoli della storia, detta di Manicalunga.

Processo che si arrestò definitivamente nella metà del XVI secolo, quando il territorio di Castelvetrano venne suddiviso in feudi. Subentra quindi la seconda fase storico-ambientale di Triscina, fatta di paesaggi, natura incontaminata e desertificazione territoriale.

Un racconto vissuto dagli anziani di oggi che, pur di svagarsi, decidevano d’intraprendere un lungo percorso con i carretti trainati dai muli e raggiungere la borgata marinara.

«Quando mio padre decideva di scendere a la "rina" per noi era un giorno di festa. Sin dalla sera precedente eravamo in fermento e la mattina successiva si partiva alle ore 4.00.

Armati di buona volontà, sorriso e trainati dal mulo con il carretto ci apprestavamo a vivere una giornata di divertimento. Non si vedeva nulla in strada ma l'obiettivo era raggiungere Triscina per le prime ore dell’alba.

Improvvisamente entravamo in un mondo diverso, tra zabbare, canne, fichi, vigneti e fichi d’india.

Solo in quel momento capivamo che fossimo giunti a destinazione. Pochi "macaseni" rappresentavano il nostro lido, quel punto d’incontro dove avremmo passato la giornata insieme ai nostri cari.

Dal mare salivano gli uomini e portavano il pesce ("urati", "savuri" e via discorrendo) in cambio di frutta coltivata nelle terre. Un baratto semplice e genuino per rendere la giornata indimenticabile. I bambini scendevano in spiaggia e raccoglievano i granchi di mare che spuntavano improvvisamente dalla sabbia.

Facevamo la conta per raggranellarne il maggior numero e portarli a casa. Stavamo sotto le capanne costruite con la paglia e rappresentava l’ombrellone per ripararsi dal caldo torrido. Dalla zabbara si ricavava lo zabbarino che veniva utilizzato per fare le sedie, le corde e fasciare legna e grano.

La paglia serviva anche per creare un posto rilassante per gli uomini mentre le donne riposavano nei pochi letti presenti. La sera si mangiava la gghiotta di patate con babbaluceddi e brodo abbondante. Con poco riuscivamo a creare un’atmosfera intensa».

Sono le parole di una donna che visse "la Triscina" di fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta prima che motori, macchine e trattori prendessero il sopravvento del mondo antico.

Dopo la divisione del territorio castelvetranese in feudi (1600 circa), Triscina si trovò collocata presso il feudo Calcara e delimitato da due strade: una, detta Bresciana Soprana ad ovest, in contrada Mirazza Manicalunga e l’altra, Bresciana Sottana ad est, in contrada Manicalunga Pipio Gaggera.

Erano presenti nel territorio anche il Vallone delle Sirene (oggi scomparso) e il Gorgo di Frascia (che è stato notevolmente ridotto nel corso del tempo).

La magia triscinara terminò agli inizi degli anni Sessanta, quando l’imprenditore marsalese Antonino Quartana detto “u Cinisi” s’innamorò delle bellezze semisconosciute e iniziò a comprare terreni con pochi soldi.

Stanchi di pagare le tasse, i vecchi proprietari cedettero e in alcuni casi regalarono le terre pur di non continuare a sborsare soldi. L'imprenditore presentò un piano di lottizzazione per incentivare lo sviluppo edilizio e si realizzarono le prime case.

Da quel momento, la mano dell’uomo estromise l’importanza paesaggistica del suddetto luogo e gli scavi perforarono parte delle spiagge colpendo l’ambiente circostante.

L’alta richiesta di sabbia incrementò una crescita esponenziale di cave che furono spesso scavate abusivamente a cielo aperto.

Passavano le amministrazioni, approfondite tematiche di natura infrastrutturale, avviate procedure, legiferare in materia superando la sanatoria del 1976 e concesse autorizzazioni farlocche raggiungendo i picchi massimi di abusivismo in cui versa attualmente la zona.

Nonostante l’intervento di Legambiente, è impossibile creare un percorso a ritroso e inverso nonostante le lotte continue. L’acqua cristallina del Mediterraneo è l’ancora di salvezza di un luogo "sequestrato" dalla violenza umana.

La storia ha raccontato scene di ordinaria armonia familiare ove l’uomo concentrava i momenti di riposo immerso nella fantastica costa triscinara e adesso, proviamo a salvare le poche certezze rimaste.
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