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"Indossare" un fiume per salvare l'Oreto: chi sono i 16 "Custodi dell'acqua" di Palermo

Avreste mai pensato di poter indossare un fiume? U-DATInos è un'azione artistica partecipativa che trasforma i dati in sensibilità aggiuntiva per le persone

Elena Cicardo
Digital strategist
  • 6 gennaio 2021

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«Avreste mai pensato di poter indossare un fiume? Di sentirlo addosso? Ecco, diventeremo tutt’uno col fiume», dice Salvatore Iaconesi, artista, designer, ingegnere robotico e hacker parlando del fiume Oreto. E mentre parla la sua faccia è viola e una traccia del fiume gli attraversa il volto, dalla guancia destra all’occhio sinistro.

Da anni, lui e Oriana Persico, artista, esperta di comunicazione e cyber-ecologista - con HER She Loves Data, il loro centro di ricerca culturale - si muovono tra arte, scienze, tecnologia, comunicazione e design per indagare le società contemporanee.

Il loro nuovo progetto si chiama U-DATInos, dal greco antico Udàtinos che significa "acquatico", ha come protagonista proprio quel fiume che nasce nella costa sud di Palermo, emblema di degrado e mancato rispetto per la natura, e culminerà in un’opera d’arte “infoestetica”, un’installazione meditativa che sarà ospitata nei prossimi mesi (probabilmente tra marzo e aprile, in quanto il progetto ha subito dei rallentamenti a causa dell’emergenza sanitaria) negli spazi dell'Ecomuseo Mare Memoria Viva, partner capofila del progetto che ha vinto il bando Creative Living Lab promosso dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo.
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«I nostri sensi ci permettono di percepire il mondo che ci circonda, - spiegano i due artisti. - Però quando dobbiamo occuparci di questioni complesse, come in questo caso l’inquinamento o il cambiamento climatico, ma possiamo dire lo stesso a proposito della pandemia, i nostri sensi non ci bastano più.

E allora i dati si trasformano in sensibilità aggiuntiva per le persone. E l’arte può aiutare tantissimo a far “sentire” enormi quantità di dati, perché ci permette di trasformarli in colori, in suoni, in forme e in questo modo consente a tutti di acquisire sensibilità verso fenomeni complessi».

Per raccogliere i dati che alimentano l’installazione artistica non si sono limitati a installare dei sensori fissi e statici ma hanno scelto di adottare un meccanismo sociale. Hanno chiamato a raccolta, con una call aperta a studenti e cittadini, 16 persone nominate “Custodi dell’Acqua” a cui hanno consegnato un kit per le rilevazioni, hanno chiesto loro di indossare delle galosce e infangarsi, attaccare uno spago a un barattolo di vetro e prelevare l’acqua del fiume.

I dati rilevati man mano hanno popolato una mappa condivisa.

«La cosa entusiasmante che continua a sorprenderci - racconta Oriana - è che i custodi, che sono studenti dell’Accademia di Belle Arti, medici, architetti, ricercatori, attivisti dell’ambiente, amanti dell’Oreto, non hanno solo fatto quello che avevamo chiesto loro di fare ma si sono auto-organizzati con spedizioni in diversi tratti dell’Oreto, dividendosi le zone in autonomia. Da Torino, la città in cui ci troviamo, abbiamo cominciato a ricevere immagini di luoghi, come quelle di Fontana Lupo che sembra la Cambogia, e videochiamate dalle spedizioni. È un processo straordinario».

Alla fine, quei dati sullo stato di salute del fiume raccolti da questa azione artistica partecipativa saranno trasformati in suoni e luci.

«Sarà uno spazio meditativo - spiegano ancora gli artisti - per ascoltare l’acqua di Palermo e allo stesso tempo un detonatore per attivare la comunità palermitana su un tema scottante come l'inquinamento delle acque in città, diventare più sensibili all’acqua del fiume Oreto - già oggetto di iniziative di recupero - interrogarsi sul suo futuro e indagare il nostro rapporto con l’ambiente sperimentando nuovi modi di connetterci con esso e dare vita a nuovi modi per abitare il pianeta».
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