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L’oste filosofo di via dei Cassari: nel ‘700 a Palermo la taverna era tempio di sapienza

Nella Palermo del XVIII secolo, in quella via dei Cassari che allora era il regno dei falegnami, dei fabbricanti di casse e bauli, sorgeva una taverna quasi leggendaria

  • 13 gennaio 2026

Incisione in rame del XVIII secolo di Michele Ognibene

Tra i profumi di pesce della Cala e il rumore delle pialle dei falegnami, nel Settecento fioriva l’osteria del Lombardo Giovanni Maria Bassanelli. Esistono luoghi capaci di fermare il tempo, incroci di strade dove la storia non si scrive solo sui libri, ma tra i tavoli di una locanda. Nella Palermo del XVIII secolo, in quella via dei Cassari che allora era il regno dei falegnami, dei fabbricanti di casse e bauli, sorgeva una taverna quasi leggendaria: la Taverna "di li Casciara". A gestirla non era un oste qualunque ma Giovan Maria Bassanelli, un lombardo originario di Gravedona che aveva scelto Palermo, seguendo uno zio oste, per fare fortuna. E che aveva portato con sé un bagaglio insolito per il mestiere: una laurea in filosofia e lettere.

Un intellettuale dietro al bancone. Bassanelli era l’anima della "nazione Lombarda", quella comunità operosa che nel 1700 gestiva buona parte dei forni e delle taverne della capitale siciliana. E Palermo a quel tempo era piena di taverne, sia nel centro storico ma anche nelle zone più decentrate: la taverna della Ze Sciaveria; la Pasciuta che si trovava a Brancaccio; la taverna della Musica d’Orfeo che si trovava vicino san Giovanni dei Lebbrosi e ancora la taverna della Perciata all’Albergheria e quella di Bravascu, solo per citarne alcune.

Ma quella di Giovan Maria Bassanelli, descritto dalle cronache come un uomo "rotondo e pacioccone", aveva qualcosa in più. Alle sue spalle, tra le botti di vino buono e i piatti di carne prelibata, non mancavano mai i libri. Era soprannominato "l'oste filosofo", non solo per i suoi studi, ma per la sua capacità di accogliere chiunque. Ai suoi tavoli sedevano tutti: il nobile decaduto, l’artigiano sporco di segatura, il letterato come Giovanni Meli e persino i " birri" di Manzoniana memoria.

Per Bassanelli, la dignità non dipendeva dal censo, ma dall'appetito e dall'umanità. L’incisione con Diogene: l'uomo "trovato" A testimoniare la grandezza di questo personaggio resta una celebre incisione su rame del palermitano Michele Ognibene. L’opera è un piccolo manifesto filosofico: ritrae Bassanelli al bancone della sua osteria mentre accarezza un orfanello e porge da mangiare a un nobile in che in quanto a soldi doveva essere messo male.

Il dettaglio più straordinario? La presenza di Diogene. Il filosofo greco che con la sua mitica lanterna cercava giorno e notte l’essere umano, senza trovarlo mai. E invece in questa incisione viene raffigurato nell'atto di illuminare l'oste, esclamando di aver finalmente trovato ciò che cercava da una vita: un vero Uomo.

Una fine prematura, un ricordo eterno. La generosità di Bassanelli era concreta: ciò che restava in cucina veniva donato ai poveri della zona, ai parenti dei carcerati, agli orfanelli. Forse per questo, quando morì a soli 47 anni dopo una fulminea malattia durata meno di un mese, la città gli tributò un funerale solenne. Fu sepolto nella chiesa di San Giacomo alla Marina nella cappella della “Flagellazione” o di Cristo alla Colonna di cui la “Nazione Lombarda” godeva del patronato. Lasciando un vuoto incolmabile in quella via dei Cassari che per anni era stata il centro del mondo per chiunque cercasse un buon pasto e una parola saggia.
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