L'osteopatia verso il Servizio Sanitario Nazionale: "Le cure sarebbero più eque"
L’osteopatia si avvia a conquistare uno spazio più definito all’interno del sistema sanitario nazionale italiano, aprendo la prospettiva di una futura integrazione
Osteopata
Per molti italiani l’osteopatia è stata a lungo una scelta da effettuare esclusivamente nel settore privato. Chi soffriva di mal di schiena, cervicalgia, problemi posturali o disturbi muscolo-scheletrici si rivolgeva all’osteopata sostenendo personalmente il costo delle prestazioni. Oggi, però, lo scenario sta cambiando.
Dopo anni di dibattiti, percorsi legislativi e confronti tra professionisti della salute, l’osteopatia si avvia a conquistare uno spazio sempre più definito all’interno del sistema sanitario nazionale italiano, aprendo la prospettiva di una futura integrazione nei percorsi del Servizio sanitario nazionale. La svolta è arrivata con la Legge 3 del 2018, che ha riconosciuto ufficialmente l’osteopatia come professione sanitaria. A questo primo passo sono seguiti il decreto che ne ha definito il profilo professionale e l’avvio del percorso universitario che formerà le nuove generazioni di osteopati.
Non si tratta ancora di una presenza strutturata nel Servizio sanitario nazionale, ma il riconoscimento normativo rappresenta la premessa indispensabile per un progressivo inserimento della professione nelle strutture pubbliche, come già avviene in diversi Paesi europei. Un cambiamento che segna una cesura rispetto al passato e che, secondo Antonio Rosario Cavallaro, osteopata, docente e divulgatore scientifico, direttore della I.A.O. M. AISeRCO, rappresenta un passaggio storico per l’intera categoria. «Il riconoscimento formale sancito dalla Legge n. 3 del 2018 ha rappresentato una svolta storica: per la prima volta lo Stato italiano ha riconosciuto l’osteopatia come professione sanitaria a pieno titolo, ponendo fine a decenni di ambiguità normativa.
Questo ha imposto standard formativi rigorosi e ha aperto un dialogo concreto con il mondo accademico e istituzionale. Va detto con onestà, però, che il percorso ha richiesto compromessi significativi: l’identità professionale dell’osteopata, così come definita dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e dagli standard europei CEN (Comité Européen de Normalisation), è molto più ampia di quanto il quadro normativo italiano abbia finora recepito.Ma era necessario partire, anche ingoiando qualche rospo, per avere una base legale su cui costruire».
La prospettiva di una maggiore integrazione dell’osteopatia nella sanità pubblica potrebbe tradursi in benefici concreti per milioni di persone. I disturbi muscolo-scheletrici rappresentano infatti una delle principali cause di assenza dal lavoro, riduzione della qualità della vita e ricorso a farmaci antidolorifici e antinfiammatori. Intervenire precocemente su queste problematiche potrebbe alleggerire il peso economico e sociale di molte patologie croniche. Secondo Cavallaro, i vantaggi riguarderebbero diverse fasce della popolazione.
«L’integrazione dell’osteopatia nel SSN (Servizio Sanitario Nazionale) potrebbe ridurre la cronicizzazione dei disturbi muscolo-scheletrici, prima causa di assenza lavorativa e di consumo farmacologico inappropriato. Anziani, sportivi, donne in gravidanza, lavoratori con sindromi posturali: tutte categorie che trarrebbero vantaggio da un approccio manuale precoce, non invasivo e privo di effetti collaterali. Tuttavia, limitare l’osteopatia al solo ambito muscolo-scheletrico, come fa l’attuale decreto, significa offrire ai pazienti solo una parte delle potenzialità reali di questa disciplina, che nella sua visione originale e nelle linee guida OMS include anche altri approcci. Un’opportunità parziale è comunque un’opportunità: e da qui si riparte».
Come ogni innovazione che coinvolge il sistema sanitario, anche questa trasformazione presenta però alcune criticità. Il passaggio dalla formazione privata a quella universitaria, la definizione di protocolli condivisi e la sostenibilità economica dell’inserimento di una nuova professione sanitaria rappresentano questioni ancora aperte.
«Le criticità esistono e sarebbe disonesto ignorarle. La prima è la formazione: il decreto chiude le scuole private dal 1° settembre 2026 spostando tutto all’università, ma il numero di atenei attrezzati è ancora insufficiente rispetto alla domanda reale. La seconda è la sostenibilità economica: integrare una nuova professione nel SSN (Servizio Sanitario Nazionale) richiede risorse, tariffari e protocolli condivisi che ancora non esistono. La terza è la qualità eterogenea dei professionisti formati prima della regolamentazione: il decreto prevede elenchi speciali ed esami abilitanti proprio per sanare questa situazione, ma il processo richiederà rigore e trasparenza. Su questo, la categoria non può permettersi passi falsi».
Negli ultimi anni è cambiata anche la percezione dell’osteopatia all’interno del mondo sanitario. Se in passato veniva spesso considerata una disciplina separata rispetto alla medicina convenzionale, oggi si parla sempre più frequentemente di approccio multidisciplinare, nel quale diverse figure professionali collaborano per il benessere del paziente. Una prospettiva che Cavallaro vive già quotidianamente nella sua attività professionale.
L'osteopatia per anni è stata percepita da una parte dell'opinione pubblica come una disciplina separata dalla medicina convenzionale. Oggi si parla sempre più di approccio integrato. Come immagina il dialogo tra osteopati, medici di medicina generale, specialisti e fisioterapisti? Questa evoluzione può contribuire a una sanità più multidisciplinare e centrata sulla persona? «Lo immagino come un tavolo clinico reale, basato sul rispetto reciproco delle competenze. Il medico – aggiunge Cavallaro - conosce la storia del paziente, lo specialista approfondisce la patologia, il fisioterapista lavora la funzione riabilitativa, l’osteopata valuta e tratta le disfunzioni somatiche nel loro insieme. Questi ruoli sono complementari, non sovrapposti. Ho già questa esperienza diretta nelle mie cliniche: quando il dialogo è strutturato, il paziente guarisce meglio e più velocemente. L’unica nota critica è che limitare per legge il campo d’azione dell’osteopata al solo distretto muscolo-scheletrico rende questo dialogo interprofessionale meno ricco di quanto potrebbe essere, tradendo in parte la visione olistica che è il cuore stesso dell’osteopatia».
La vera partita si giocherà nei prossimi anni. Il riconoscimento universitario potrebbe favorire la nascita di nuovi studi scientifici, aumentare la produzione di ricerca e consolidare il ruolo dell’osteopatia all’interno dei percorsi terapeutici. Un passaggio importante per una disciplina che per lungo tempo ha dovuto confrontarsi con l’assenza di un pieno riconoscimento accademico. «I prossimi dieci anni saranno decisivi per consolidare quanto ottenuto, ma anche per riaprire il confronto su ciò che è stato sacrificato.
L’ingresso dell’osteopatia nell’università favorirà ricerca strutturata e pubblicazioni su riviste internazionali indicizzate, elementi finora penalizzati dall’assenza di riconoscimento accademico. Ma sarà necessario, e auspico che la categoria lo faccia con voce unitaria, rimettere sul tavolo istituzionale la questione dell’ambito di pratica, allineandolo progressivamente agli standard OMS e CEN.
Il decreto del 2026 è un punto di arrivo normativo, ma non può essere il punto di arrivo scientifico. Siamo una professione sanitaria a pieno titolo: è ora di essere riconosciuti per quello che siamo davvero, nella nostra interezza». L’ingresso dell’osteopatia nel Servizio sanitario nazionale non è dunque una realtà compiuta, ma un percorso già avviato. La direzione sembra tracciata: formazione universitaria, riconoscimento professionale e crescente integrazione con le altre figure della salute.
Resta da capire con quali tempi e modalità questa disciplina troverà spazio all’interno delle strutture pubbliche. Per i pazienti potrebbe significare un accesso più equo a prestazioni oggi spesso riservate a chi può permettersele; per la sanità italiana, invece, l’occasione di sperimentare modelli di cura più integrati, preventivi e centrati sulla persona. Un cambiamento che richiederà ancora confronto, investimenti e ricerca, ma che potrebbe segnare una delle evoluzioni più significative della medicina territoriale dei prossimi anni.
Dopo anni di dibattiti, percorsi legislativi e confronti tra professionisti della salute, l’osteopatia si avvia a conquistare uno spazio sempre più definito all’interno del sistema sanitario nazionale italiano, aprendo la prospettiva di una futura integrazione nei percorsi del Servizio sanitario nazionale. La svolta è arrivata con la Legge 3 del 2018, che ha riconosciuto ufficialmente l’osteopatia come professione sanitaria. A questo primo passo sono seguiti il decreto che ne ha definito il profilo professionale e l’avvio del percorso universitario che formerà le nuove generazioni di osteopati.
Non si tratta ancora di una presenza strutturata nel Servizio sanitario nazionale, ma il riconoscimento normativo rappresenta la premessa indispensabile per un progressivo inserimento della professione nelle strutture pubbliche, come già avviene in diversi Paesi europei. Un cambiamento che segna una cesura rispetto al passato e che, secondo Antonio Rosario Cavallaro, osteopata, docente e divulgatore scientifico, direttore della I.A.O. M. AISeRCO, rappresenta un passaggio storico per l’intera categoria. «Il riconoscimento formale sancito dalla Legge n. 3 del 2018 ha rappresentato una svolta storica: per la prima volta lo Stato italiano ha riconosciuto l’osteopatia come professione sanitaria a pieno titolo, ponendo fine a decenni di ambiguità normativa.
Questo ha imposto standard formativi rigorosi e ha aperto un dialogo concreto con il mondo accademico e istituzionale. Va detto con onestà, però, che il percorso ha richiesto compromessi significativi: l’identità professionale dell’osteopata, così come definita dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e dagli standard europei CEN (Comité Européen de Normalisation), è molto più ampia di quanto il quadro normativo italiano abbia finora recepito.Ma era necessario partire, anche ingoiando qualche rospo, per avere una base legale su cui costruire».
La prospettiva di una maggiore integrazione dell’osteopatia nella sanità pubblica potrebbe tradursi in benefici concreti per milioni di persone. I disturbi muscolo-scheletrici rappresentano infatti una delle principali cause di assenza dal lavoro, riduzione della qualità della vita e ricorso a farmaci antidolorifici e antinfiammatori. Intervenire precocemente su queste problematiche potrebbe alleggerire il peso economico e sociale di molte patologie croniche. Secondo Cavallaro, i vantaggi riguarderebbero diverse fasce della popolazione.
«L’integrazione dell’osteopatia nel SSN (Servizio Sanitario Nazionale) potrebbe ridurre la cronicizzazione dei disturbi muscolo-scheletrici, prima causa di assenza lavorativa e di consumo farmacologico inappropriato. Anziani, sportivi, donne in gravidanza, lavoratori con sindromi posturali: tutte categorie che trarrebbero vantaggio da un approccio manuale precoce, non invasivo e privo di effetti collaterali. Tuttavia, limitare l’osteopatia al solo ambito muscolo-scheletrico, come fa l’attuale decreto, significa offrire ai pazienti solo una parte delle potenzialità reali di questa disciplina, che nella sua visione originale e nelle linee guida OMS include anche altri approcci. Un’opportunità parziale è comunque un’opportunità: e da qui si riparte».
Come ogni innovazione che coinvolge il sistema sanitario, anche questa trasformazione presenta però alcune criticità. Il passaggio dalla formazione privata a quella universitaria, la definizione di protocolli condivisi e la sostenibilità economica dell’inserimento di una nuova professione sanitaria rappresentano questioni ancora aperte.
«Le criticità esistono e sarebbe disonesto ignorarle. La prima è la formazione: il decreto chiude le scuole private dal 1° settembre 2026 spostando tutto all’università, ma il numero di atenei attrezzati è ancora insufficiente rispetto alla domanda reale. La seconda è la sostenibilità economica: integrare una nuova professione nel SSN (Servizio Sanitario Nazionale) richiede risorse, tariffari e protocolli condivisi che ancora non esistono. La terza è la qualità eterogenea dei professionisti formati prima della regolamentazione: il decreto prevede elenchi speciali ed esami abilitanti proprio per sanare questa situazione, ma il processo richiederà rigore e trasparenza. Su questo, la categoria non può permettersi passi falsi».
Negli ultimi anni è cambiata anche la percezione dell’osteopatia all’interno del mondo sanitario. Se in passato veniva spesso considerata una disciplina separata rispetto alla medicina convenzionale, oggi si parla sempre più frequentemente di approccio multidisciplinare, nel quale diverse figure professionali collaborano per il benessere del paziente. Una prospettiva che Cavallaro vive già quotidianamente nella sua attività professionale.
L'osteopatia per anni è stata percepita da una parte dell'opinione pubblica come una disciplina separata dalla medicina convenzionale. Oggi si parla sempre più di approccio integrato. Come immagina il dialogo tra osteopati, medici di medicina generale, specialisti e fisioterapisti? Questa evoluzione può contribuire a una sanità più multidisciplinare e centrata sulla persona? «Lo immagino come un tavolo clinico reale, basato sul rispetto reciproco delle competenze. Il medico – aggiunge Cavallaro - conosce la storia del paziente, lo specialista approfondisce la patologia, il fisioterapista lavora la funzione riabilitativa, l’osteopata valuta e tratta le disfunzioni somatiche nel loro insieme. Questi ruoli sono complementari, non sovrapposti. Ho già questa esperienza diretta nelle mie cliniche: quando il dialogo è strutturato, il paziente guarisce meglio e più velocemente. L’unica nota critica è che limitare per legge il campo d’azione dell’osteopata al solo distretto muscolo-scheletrico rende questo dialogo interprofessionale meno ricco di quanto potrebbe essere, tradendo in parte la visione olistica che è il cuore stesso dell’osteopatia».
La vera partita si giocherà nei prossimi anni. Il riconoscimento universitario potrebbe favorire la nascita di nuovi studi scientifici, aumentare la produzione di ricerca e consolidare il ruolo dell’osteopatia all’interno dei percorsi terapeutici. Un passaggio importante per una disciplina che per lungo tempo ha dovuto confrontarsi con l’assenza di un pieno riconoscimento accademico. «I prossimi dieci anni saranno decisivi per consolidare quanto ottenuto, ma anche per riaprire il confronto su ciò che è stato sacrificato.
L’ingresso dell’osteopatia nell’università favorirà ricerca strutturata e pubblicazioni su riviste internazionali indicizzate, elementi finora penalizzati dall’assenza di riconoscimento accademico. Ma sarà necessario, e auspico che la categoria lo faccia con voce unitaria, rimettere sul tavolo istituzionale la questione dell’ambito di pratica, allineandolo progressivamente agli standard OMS e CEN.
Il decreto del 2026 è un punto di arrivo normativo, ma non può essere il punto di arrivo scientifico. Siamo una professione sanitaria a pieno titolo: è ora di essere riconosciuti per quello che siamo davvero, nella nostra interezza». L’ingresso dell’osteopatia nel Servizio sanitario nazionale non è dunque una realtà compiuta, ma un percorso già avviato. La direzione sembra tracciata: formazione universitaria, riconoscimento professionale e crescente integrazione con le altre figure della salute.
Resta da capire con quali tempi e modalità questa disciplina troverà spazio all’interno delle strutture pubbliche. Per i pazienti potrebbe significare un accesso più equo a prestazioni oggi spesso riservate a chi può permettersele; per la sanità italiana, invece, l’occasione di sperimentare modelli di cura più integrati, preventivi e centrati sulla persona. Un cambiamento che richiederà ancora confronto, investimenti e ricerca, ma che potrebbe segnare una delle evoluzioni più significative della medicina territoriale dei prossimi anni.
|
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
|










Seguici su Facebook
Seguici su Instagram
Iscriviti al canale TikTok
Iscriviti al canale Whatsapp
Iscriviti al canale Telegram




