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La cappella che conserva i resti degli inquisitori: apre a Palermo dopo vent'anni

I fondi per restaurarla sono infatti arrivati dalla Spagna: si trova dentro la Gancia, a Palermo, e la sua storia è un groviglio di curiosità e intrighi che risalgono al Seicento

Sandro Mammina
Restauratore e operatore culturale
  • 27 maggio 2019

Giordano Bruno (statua in Campo de' Fiori a Roma) giustiziato dalla Santa Inquisizione nel 1600

Nel quartiere della Kalsa di Palermo si trova uno dei monumenti più belli e carichi di storia della città, si tratta della chiesa di Santa Maria degli Angeli meglio conosciuta come "Gancia", tale denominazione deriva dal latino "ganea" che nel suo significato riporta ad un luogo solitario e nascosto.

Anticamente era questo il più importante quartiere musulmano, questo il luogo dove sorgeva il palazzo dell'Emiro, della torre che difendeva la cittadella vi è ancora oggi traccia poiché alla fine del Quattrocento venne incorporata come campanile della chiesa.

La Gancia costruita dall'Ordine dei Frati Minori di Sicilia nasce per dare rifugio ai pellegrini ed agli stessi frati francescani e viene realizzata a partire dal 1484. A tale proposito è interessante ricordare la controversia tra l'Arcivescovo di Palermo e gli stessi Francescani dopo che papa Innocenzo VIII aveva dato loro il permesso per la costruzione.

Tale permesso era stato concesso per realizzare la chiesa "fuori dalla città" e secondo l'interpretazione che comunemente si dava a questo termine, la Kalsa era fuori città, tuttavia dal punto di vista geografico era l'esatto contrario, motivo per cui l'Arcivescovo intervenne bloccando i lavori. Fu necessario l'intervento del papa per dirimere la querelle, ed infatti nel 1508 con una Bolla indirizzata al Vescovo di Malta ed al Vicario di Monreale, papa Giulio II autorizzava i Francescani a riprendere i lavori che nel frangente erano stati sospesi.

La chiesa viene terminata e consacrata il 26 novembre 1645 e da quel momento diventa scrigno di opere che ancora oggi si possono ammirare al suo interno, ne citiamo solo alcune come: gli affreschi di Antonio Grano lungo la navata, il pulpito rinascimentale di Antonello Gagini, il seicentesco organo commissionato dal Senato Palermitano e realizzato da Raffaele La Valle, le tavole di Vincenzo da Pavia della metà del XVI sec, la splendida tela del Novelli raffiguramte San Pietro d'Alcantara ed altro ancora.

Da segnalare è uno dei lavori più celebri di Giacomo Serpotta che si trova nella cappella detta dello Sposalizio e cioè quello raffigurante il bimbo monachino, un piccolo capolavoro in stucco.

Nella cappella del Bambino Gesù viene esposta nel periodo natalizio una statua raffigurante appunto un piccolo Gesù oggetto di venerazione da parte di molti fedeli e ritenuta miracolosa.

Ma degna di particolare attenzione per alcune singolarità è la Cappella della Madonna di Guadalupe che si trova a destra dell'abside.

Da decenni problemi legati ad infiltrazioni ed umidità hanno fatto sì che, messi al sicuro arredi, tabernacolo e quant'altro, per il resto la cappella non fosse più accessibile al pubblico e quindi chiusa anche agli sguardi da una palizzata, ma per fortuna non ancora per molto.

È ormai questione di pochissimo tempo e finalmente dopo diversi mesi di lavori la cappella rivedrà nuova luce.

Marmi, stucchi e pitture sono stati oggetto di un'accurata opera di restauro, lo stesso per le tele e tutto quello che era stato portato provvisoriamente all'esterno.

La singolarità di tutto ciò è che i fondi per iniziare i lavori sono arrivati dalla Spagna attraverso il proprio consolato a Palermo, poiché la cappella appartiene alla nazione Spagnola così come riportato in una targa posta sopra l'ingresso laterale che immette alla piccola sacrestia, si tratta dunque di un piccolo lembo di Spagna in territorio palermitano.

Caso non unico a Palermo, città in cui altri due monumenti sono possedimenti spagnoli: la chiesa di Santa Eulalia dei Catalani e la cappella di Nostra Signora della Soledad appartenente al clero spagnolo, ma torniamo alla Gancia.

Il nome della cappella in questione deriva dal famoso santuario di Nostra Signora di Guadalupe che si trova in Spagna che fu costruito nel XIV sec da Alfonso XI, la cappella il 7 dicembre 1508 venne concessa al segretario regio di Palermo della regione Castigliana dal vicario del convento di S. Maria del Gesù e dal vicario della Provincia dei Frati Minori.

La particolarità della cappella della Madonna di Guadalupe è anche quella di conservare al suo interno ed all'ingresso gli epitaffi marmorei di alcuni dei segretari del Santo Uffizio dell'Inquisizione. Uno di questi è di particolare interesse il nome scolpito nel marmo è infatti legato ad una storia che sembra la trama di un romanzo.

Il personaggio in questione è Don Juan Lòpez de Cisneros nome a cui è legato il destino e la fama di un eretico e ribelle secondo le definizioni dell'epoca e che risponde al nome di frà Diego la Matina.

Fra Diego era un frate agostiniano originario di Racalmuto che nel 1644 viene condannato alle galere con l'accusa di banditismo, riuscito a fuggire viene catturato e riportato alle galere quando, dopo un'accusa di blasfemia, nel 1649 verrà trasferito definitivamente allo Steri e rinchiuso nelle segrete.

La prolungata prigionia e le relative torture porteranno il frate all'esasperazione, anche perchè era dal 1656 che la sua condanna era stata mutata dal rogo in reclusione perenne in un convento. Dopo tante angherie ormai snervato, consapevole di non avere più nulla da perdere, durante un'interrogatorio fra Diego uccide il proprio aguzzino, de Cisneros appunto, colpendolo violentemente alla testa e fracassandogli il cranio con un ferro da tortura secondo studi recenti, con le manette secondo la tradizione, era il 24 luglio 1657.

Fatto sta che l'inquisitore dopo giorni di agonia muore proprio a causa della ferita, fra Diego invece verrà condannato al rogo, la condanna verrà eseguita il 17 marzo 1658 durante l'Autodafè ovvero "l'Atto di Fede".

La cerimonia anzi il macabro spettacolo verrà allestito al piano di Sant'Erasmo e fra Diego verrà posto sulla catasta di legna addirittura con la sedia alla quale era stato incatenato già dal giorno prima. Le ore precedenti l'esecuzione infatti erano state dedicate da altri inquisitori ad un continuo esercizio di pressione psicologica per piegare ed annientare l'animo ribelle dello sventurato.

La morte tra le fiamme a questo punto, dopo giorni di torture indicibili, per fra Diego La Matina dovette arrivare quasi come una liberazione. Certamente mai avrebbe potuto immaginare che la sua sfortunata vita sarebbe stata ricordata nei secoli a venire.

La storia è stata soggetto di un celebre racconto di Leonardo Sciascia con il titolo di "Morte dell'Inquisitore" nel quale lo scrittore parla della vicenda di fra Diego come caso unico nella storia dell'Inquisizione in cui un condannato uccide il proprio inquisitore.

Non si sa bene quale sia stata l'eresia del frate, Sciascia ritiene si trattasse di un personaggio ritenuto pericoloso socialmente, un ribelle insomma qualcuno che poteva disturbare l'ordine precostituito. La vicenda è stata inoltre fonte d' ispirazione per un romanzo di Luigi Natoli dal titolo "Fra Diego La Matina".

Ndr, nella foto: Filippo Bruno, noto con il nome di Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600), è stato un filosofo, scrittore e frate domenicano italiano considerato un martire del libero pensiero. Il suo pensiero, inquadrabile nel naturalismo rinascimentale, fondeva le più diverse tradizioni filosofiche ma ruotava intorno a un'unica idea: l'infinito, inteso come l'universo infinito, effetto di un Dio infinito, fatto di infiniti mondi, da amare infinitamente. Fu processato e bruciato vivo dal Tribunale della Santa Inquisizione.

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