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La Jardinara, il Nannu, Piddu e U' Zuppiddu: le maschere siciliane (che forse non conosci)

La Sicilia conta le celebrazioni di Carnevale tra le più antiche in Italia. Rendiamo omaggio alla festività raccontando l’origine di alcune maschere tradizionali

Aurelio Sanguinetti
Esperto di scienze naturali
  • 7 febbraio 2024

Una maschera di carnevale siciliana

Carnevale è il periodo delle maschere, dei coriandoli, degli scherzi e delle sagre ed essendo la Sicilia una delle regioni che presentano alcune delle celebrazioni più antiche d’Italia, ci sembra giusto omaggiare questa festività raccontando l’origine di alcune maschere tradizionali siciliane.

La maschera siciliana più famosa è probabilmente Peppe Nappa, affermatosi in Sicilia nel corso del XVI secolo.

Conosciuta anche in altri modi, come Beppe Nappa o "Servitore infingardo" all’interno della commedia d’arte italiana, questa maschera si contraddistingue dalla altre per essere stata eletta a partire degli anni 50 come simbolo del Carnevale di Sciacca e per aver fatto parte di diversi racconti popolari, soprattutto nell’agrigentino e sulla costa laziale.

La rappresentazione classica di Peppe Nappa vuole che il personaggio sia vestito con dei poveri stracci dal colore celeste chiaro e bianco, troppo lunghi per le sue braccia, tanto che buona parte delle maniche pendono oltre la mano.
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Peppe Nappa inoltre è raffigurato come un servitore pigro, invidioso e molto goloso, che stranamente possiede delle capacità circensi straordinarie che gli permettono di danzare e di muoversi velocemente, quando si trova vicino ad una cucina.

Dal naso sopraffine, Peppe Nappa ha un buon fiuto anche per le donne e per i guai, tanto che cerca di sfuggire ai suoi doveri nel caso in cui prevede l’arrivo di qualche problema.

Dall’appetito insaziabile, all’interno della commedia dell’arte rappresenta lo stereotipo del siciliano e del servo approfittatore, seppur la sua anima si mantenga sempre gentile e il suo comportamento non è votato per ferire qualcuno.

I racconti più antichi che lo contengono risalgono al XVII secolo e sono il Lazzo del lavaggio dei vestiti, datato 1610, e il Lazzo dello svenimento per sonno, del 1688.

Altre maschere abbastanza famose del nostro carnevale sono quelle dei "briganti" e del "cavallacciu", mentre l’Abbattazzu è una maschera celebre di Catania, che spesso veniva accompagnata durante la sfilata dei carri dal personaggio della “Jardinara” di origine palermitane.

L’Abbattazzu è un personaggio che prendeva in giro il potere temporale del clero e dei nobili siciliani e il suo costumo è abbastanza ecclettico, avendo una grande parrucca bianca, degli abiti damascati e un grosso fazzoletto al collo, simbolo degli appestati o di coloro che hanno fin troppo paura per vivere insieme al popolino, col timore di venire contagiati dalle malattie.

La Jardinara invece era una maschera che raffigurava le donne procaci che un tempo andavano a lavare la biancheria nelle fontane pubbliche e a svolgere le compere al mercato.

Oltre a scandalizzare grazie alle sue forme, dimostrava con delle sagaci battute quanto stupidi erano i potenti. Entrambe queste maschere hanno avuto successo a partire dalla seconda metà del Settecento, ma oggi sono state parzialmente dimenticate, se non ad Acireale dove vive ancora una forte tradizione del carnevale Barocco.

Il Nannu è invece un personaggio che comparve nella provincia di Palermo a metà del XVIII secolo e che è tipica del territorio di Cinisi e Carini.

È la maschera che dà il via al Carnevale, sparando coriandoli e segnalando alla cittadinanza che è giunto il momento di festeggiare. Un suo fantoccio ogni anno viene arso sul rogo in piazza, il giorno del Martedì Grasso, come vittima sacrificale per purificare e rigenerare la propria comunità dall’Inverno.

Prima di essere bruciato, tuttavia, un suo rappresentante legge le sue ultime volontà, colme di schermo e di battute rivolte contro i suoi compaesani. Piddu e U’Zupiddu sono invece altre due maschere siciliane che sono molto in voga nel territorio di Bisaquino.

Sono due maschere che vengono portate in processione tramite dei fantocci posti all’interno di un baule ed entrambi rappresentano la morte dell’Inverno in corso.

Le ragioni per cui il carnevale siciliano (e non solo) è composto da figure così macabre, che si ricollegano alla morte, sono molto semplici. Innanzitutto, il carnevale è una festa che precede la Quaresima e la Pasqua. Inoltre si svolge sempre a febbraio, dopo i giorni più freddi e difficili dell’anno, in cui un periodo in cui un tempo si soffriva la fame.

Il Carnevale quindi era il momento nel qual la popolazione cercava di dimenticarsi delle avversità e ironizzava sulla morte o sui difetti che affliggevano interi reparti della società. Concludiamo questa breve disanima sulle maschere carnevalesche siciliane parlando del Maestro di Campo di Mezzojuso.

A differenza di altre celebrazioni regionali, in cui il Maestro di Campo viene raffigurato come il cattivo, questa piccola cittadina della provincia di Palermo festeggia l’arrivo di questo personaggio come se fosse un eroe.

Esso infatti simboleggia l’assalto di un vecchio conte di Modica al castello in cui viveva la regina Bianca di Navarra, imprigionata dal marito.

Questo personaggio indossa una pesante maschera di cera rossa che presenta un nasone aquilino. Va a cavallo e la sua comparsa a Mezzojuso è festeggiata con canti e bande di tamburi, che annunciano la sua carica contro l’esercito del personaggio del Re.

Di solito il Re viene sconfitto ed è costretto a sfilare attorno alla popolazione con le catene ai polsi, mentre il Mastro di Campo si gode la sua conquista e passeggia amabilmente con la sua signora.
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