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La Palermo da bere, ma dei primi del '900: tra stigghiola e "Un quaittu e n'azzusa"

A ognuno il suo. Al Nord c'era lo Spritz ma a Palermo gli amanti delle taverne (e non solo) avevano trovato il loro long drinK preferito. Alla salute

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 31 maggio 2021

"I bevitori" di Van Gogh

Se vi è mai capitato di andare dal dottore per una visita che, fra le altre cose, controllandovi il fegato vi ha chiesto: «Cosa fa? Beve?», e con sprizzante ignoranza (ora allo spritz ci arriviamo) avete risposto: «Ma si, dai, beviamo!», allora questo è l'articolo che fa per voi.

Partiamo dalla "preistoria". Tutto inizia da un signore inglese di nome Joseph Priestley, figlio di un fabbricante di tessuti, appassionato di chimica che dedica la sua vita allo studio dei gas.

Per intenderci fu lo scopritore dell'ossido di azoto, l'anidride solforosa, l'acido cloridrico, l'ammoniaca, ma soprattutto fu il primo a scoprire che l'ossigeno è essenziale per la combustione (in parole povere è colui che ci spiega che per accendere il fuoco per arrostire dovete soffiare con la paletta fino a quando non vi cadono le braccia a terra: vai con l'alcol!).

La ciliegina sulla torta arriva nel 1767, anno in cui Joseph mette a punto un sistema per inserire l'anidride carbonica dentro l'acqua: all'inizio viene venduto come medicinale per la digestione (senza di lui niente prosecco, niente birra e niente di niente che abbia le bollicine).



E come medicinale per la digestione inizialmente viene venduta pure la famosissima Coca-Cola, inventata l'8 maggio 1886 dal farmacista John Pemberton: va bene, questo forse lo sapevate, quello che invece magari sconoscevate è che all'inizio la Coca-cola non era marrone ma verde a causa delle erbe che si usavano per il composto (tra queste le foglie di coca da cui si estrae la cocaina); il colorante venne aggiunto dopo renderla più appetibile.

Cosa ancora più stupefacente - e qua vi traumatizzate - se Babbo Natale è rosso è colpa della Coca-Cola. Ebbene si, negli anni '30 del 900 uno spot della della bibita americana più famosa al mondo lo rappresenta vestito di bianco e rosso (colore del brand) mentre entra in una casa e al posto dei biscotti trova una bottiglia di Coca-Cola: da allora verrà sempre rappresentato con i nuovi colori (Babbo Natale prima era vestito di verde, come di verde sono vestiti i suoi aiutanti).

Ma torniamo a casa nostra.

Quasi subito dopo che il signorino di sopra inventa l'acqua gassata, Preistley si intende, nasce l'aperitivo ad oggi più famoso al mondo: lo Spritz! Se avevate pensato a rampolli con l'orologio del papi che sorseggiavano il detto cocktail ai Navigli inventato dall'antenato di Lele Mora siete fuori strada.

Lo Spritz è veneto e nasce durante il Regno Lombardo-Veneto quando i soldati austriaci erano di stanza lì. Abitutati a bere birra mentre discutevano nella loro soave e sciolta lingua che è il tedesco, non appena entravano in contatto con i vini veneti che erano belli corposi le ubriacate e le scatarrate arrivavano a mare.

Per limitare il danno, forse abitudine loro, forse trovata geniale dei locandieri, cominciarono a mescolare il vino, per loro troppo pesante, con l'acqua frizzante (spritzen in tedesco significa spruzzare).

Testimoni dell'epoca raccontano che i soldati austriaci a tal proposito erano soliti intonare una canzone tedesca che faceva pressappoco: "Ma che ce fregehn, ma che ce importen, se l'osten al vinen ci avere messo acquen"... (queste rimangono solo voci di popolo).

In buona sostanza mi spiace deludervi, ma come il vino dei Castelli romani lo spritz era vino annacquato con l'acqua gassata.

E volevate che in questo caos alcolico non ci facevamo un giro nella Palermo bene dei peggiori bar de Caracas, nonché taverne? È proprio da questi innovativi caffè letterari che nascono alcuni degli aperitvi più raffinati e radicati nella tradizione popolare.

Chi, per esempio, ha avuto la fortuna di poter visitare l'antico mercato di Ballarò - ma lo fanno anche altrove - avrà avuto modo di degustare l'aperitivo alla parlermitana composto da zibibbo e uovo ciuruso. Si, proprio così, ancora oggi è possibile sorseggiare un bicchiere di zibibbo, ovvero un vino che prende il nome dal vitigno zabib, che è una parola araba per indicare l'uva appassita, e l'uovo ciuruso, cioè uovo di cera, che sarebbe l'uovo duro o generalmente bollito, che dovrete pure sgusciare con le vostre mani.

I più viziosi di voi, o quelli che non amano l'uovo, magari ci accompagnano la stigghiola, noto piatto palermitano che tutto è tranne che palermitano.

Dovete infatti sapere che le famosissime budella di agnello infilzate nello spiedo, con cipollotto o senza, erano uno dei piatti preferiti nelle agorà sicialiane da invetori, filosofi e drammaturghi, quando la Sicilia era greca e gli assembramenti non erano fatti di Mattei vari ma di Archimedi, Empedocli, Tudicidi che amavano dialogare mentre assoporavano le stigghiola.

Attenzione però, non si chiamava ancora così ma Kokoretsi (κοκορέτσι): una stigghiola 2.0, molto più grossa, che oserei definire siffrediana. Dopo questa carrelata di prelibatezze senza tempo, giacchè di spritz abbiamo cominciato a parlare, ritorniamo sulla strada madre e restando tra le taverne di Palermo parliamo dello spritz che non parla tedesco ma dice: «Minchia!».

Nei primi del 900 fino agli anni '60, nonni e padri potranno rinfrescarvi la memoria, era di usanza ordinare "Un quaittu e n'azzusa", più specificatamente "un quarto e una gazzosa".

Se ci fossimo trovati a cavallo tra il XIV e il XVIII secolo, avremmo sicuramente bevuto un vino molto più insipido e prevalemente addolcito con il miele; nelle taverne a cui noi ci riferiamo girava (e gira) invece quel vino che noi siciliani siamo soliti chiamare "in pietra!" perché ne basta un paio di bicchieri per strammiare e vedere San Crispino che vi saluta dalla nuvoletta.

Quindi, per lo stesso motivo dei soldati asustriaci, cioè quello di limitare i danni, era usanza mescolare il quarto di vino (occhio perché già nel nome ci sono le propozioni perfette) a una bottiglietta di gazzosa che, il palermitano lo saprà, è bevanda che si accoppia anche al panino col milza, alla frittola, e al pane con le panelle.

Concludendo, siccome Lilly murìu e a storia finiu (cioè siamo arrivati al capolinea), il mio personale auspicio è quello di potere rivedere meno pezzi sushi e sakè sui tavoli nostrani e più stigghiola accompagnate da "un quaittu e n’azzusa".

Alla salute!
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