La Palermo ipocrita e la "fede di facciata": Pif risolve tutto con l'amore e la cassata
Un cannolo vi seppellirà, non una risata, magari una cassata. Insomma, davanti ai dolci i veri siciliani non capiscono più nulla, come il protagonista del film
Pif in "... che Dio perdona a tutti"
Un cannolo vi seppellirà, non una risata. Magari lo farà uno sciù, forse una cassatina. Insomma, davanti ai dolci i veri siciliani non capiscono davvero più nulla. Non capisce più nulla nemmeno Pif, o meglio il suo (nuovo) Arturo, agente immobiliare fissato con la ricotta che a furia di cercare dolci troverà l’amore negli occhi di Flora (Giusy Buscemi) e per lei comincerà a fingere di essere anche un cristiano come non ne fanno più.
Eccole le premesse di “…che Dio perdona a tutti”, il nuovo film di Pierfrancesco Diliberto, in sala da giovedì 2 aprile, tratto dal suo omonimo (e primo) romanzo, “…che Dio perdona a tutti”, edito da Feltrinelli. In Sicilia il film sarà presentato al pubblico da Pif e l’attrice Giusy Buscemi lunedì 6 aprile a Palermo (alle 16.30 al cinema Aurora, alle 17.30 all’Ariston, alle 18.30 al Metropolitan, alle 19.30 al King e alle 20.30 al Tiffany), martedì 7 al Teatro Civico di Menfi (16.30), al cinema Badia di Sciacca (18), al Ciak di Agrigento (19.30), al Planet di Castrofilippo (20.30) e mercoledì 8 prima al cinema Margherita di Acireale (18), quindi a Catania, all’EPlanet Ariston (20.20) e al cinema Eplanet (20.50).
Se “La mafia uccide solo d’estate” (sia il film sia le due stagioni della fortunata serie televisiva targata Rai) guardava con un occhio pop e irriverente alle vicende della Palermo degli anni Ottanta stretta nella morsa della mafia, “In guerra per amore” mostrava come i giochi di potere internazionali della seconda guerra mondiale passassero per il suolo siciliano e l’opera terza “E noi come stronzi rimanemmo a guardare” raccontava di un futuro prossimo che sempre più spesso fa capolino nelle cronache contemporanee, questo “…che Dio perdona a tutti” è un quadro in cui non manca nulla della Sicilia raccontata sino a oggi dal regista: c’è Palermo e c’è la ricotta, ci sono i suoi attori-feticcio e c’è un’altra Flora (e un altro Arturo), ma anche le ipocrisie che a Palermo sappiamo bene appartenere alla cosiddetta “Palermobbane”, la borghesia conservatrice mascherata da progressista.
Il film è retto da cinque interpretazioni azzeccate, anche quando vanno un po’ troppo sopra le righe: dal consolidato Pif al fumettistico Francesco Scianna (che interpreta uno dei suoi amici oltre che il datore di lavoro, Tommaso), da una brillante Giusy Buscemi all’attore spagnolo Carlos Hipólito (per la prima volta davanti una macchina da presa in Italia, Hipólito interpreta il Papa e riesce a fare un grande lavoro nonostante non abbia mai parlato una parola d’italiano prima di arrivare sul set) e il messinese Maurizio Marchetti.
Senza dimenticare l’amichevole partecipazione del sacro e profano Domenico Centamore e del breve, ma come sempre incisivo intervento di Filippo Luna. Ad arricchire il film, tanti volti meno conosciuti al grande pubblico ma comunque in parte (Giuseppe Menzo, Franz Cantalupo, Tommy Kuti, Francesca Lozito e Barbara Giordano), e altri che i siciliani riconosceranno subito: ci sono Lollo Franco e Rory Quattrocchi, c’è Stefania Blandeburgo e ci sono Toti e Totino (non insieme, però), ma non mancano anche i cameo di Sergio Vespertino e di Gino Carista.
Un bel lavoro è stato fatto sul fronte scenografie e più in generale sui dettagli che spesso fanno capolino nelle scene (bella la pasticceria di Flora in cui nulla è lasciato al caso, così come la Palermo che viene mostrata in maniera classica ma fortunatamente non stereotipata), e sulle musiche il “solito” Santi Pulvirenti stavolta si lascia sedurre da ritmiche e timbriche più venate di jazz per accompagnarci nelle cucine di Flora e nella mente in controtempo di Arturo.
Per tutti i suoi 117 minuti, il film riesce a mettere lo spettatore dinanzi al dilemma della “cristianità di facciata” contro la vera cristianità cattolica estrapolata dal Vangelo, e anche se avrebbe potuto farlo in maniera più affilata, in fondo va bene così: se arrivando al grande pubblico proprio a cavallo con la Pasqua almeno uno degli spettatori sparsi in cinquecento sale inizierà a pensare che forse della cristianità che reclama spesso a gran voce non gli è rimasto nulla se non l’andare passivamente a messa, la storia della conversione di Arturo e degli insegnamenti di Padre Hipólito saranno state più convincenti di cento Padre Nostro.
Eccole le premesse di “…che Dio perdona a tutti”, il nuovo film di Pierfrancesco Diliberto, in sala da giovedì 2 aprile, tratto dal suo omonimo (e primo) romanzo, “…che Dio perdona a tutti”, edito da Feltrinelli. In Sicilia il film sarà presentato al pubblico da Pif e l’attrice Giusy Buscemi lunedì 6 aprile a Palermo (alle 16.30 al cinema Aurora, alle 17.30 all’Ariston, alle 18.30 al Metropolitan, alle 19.30 al King e alle 20.30 al Tiffany), martedì 7 al Teatro Civico di Menfi (16.30), al cinema Badia di Sciacca (18), al Ciak di Agrigento (19.30), al Planet di Castrofilippo (20.30) e mercoledì 8 prima al cinema Margherita di Acireale (18), quindi a Catania, all’EPlanet Ariston (20.20) e al cinema Eplanet (20.50).
Se “La mafia uccide solo d’estate” (sia il film sia le due stagioni della fortunata serie televisiva targata Rai) guardava con un occhio pop e irriverente alle vicende della Palermo degli anni Ottanta stretta nella morsa della mafia, “In guerra per amore” mostrava come i giochi di potere internazionali della seconda guerra mondiale passassero per il suolo siciliano e l’opera terza “E noi come stronzi rimanemmo a guardare” raccontava di un futuro prossimo che sempre più spesso fa capolino nelle cronache contemporanee, questo “…che Dio perdona a tutti” è un quadro in cui non manca nulla della Sicilia raccontata sino a oggi dal regista: c’è Palermo e c’è la ricotta, ci sono i suoi attori-feticcio e c’è un’altra Flora (e un altro Arturo), ma anche le ipocrisie che a Palermo sappiamo bene appartenere alla cosiddetta “Palermobbane”, la borghesia conservatrice mascherata da progressista.
Il film è retto da cinque interpretazioni azzeccate, anche quando vanno un po’ troppo sopra le righe: dal consolidato Pif al fumettistico Francesco Scianna (che interpreta uno dei suoi amici oltre che il datore di lavoro, Tommaso), da una brillante Giusy Buscemi all’attore spagnolo Carlos Hipólito (per la prima volta davanti una macchina da presa in Italia, Hipólito interpreta il Papa e riesce a fare un grande lavoro nonostante non abbia mai parlato una parola d’italiano prima di arrivare sul set) e il messinese Maurizio Marchetti.
Senza dimenticare l’amichevole partecipazione del sacro e profano Domenico Centamore e del breve, ma come sempre incisivo intervento di Filippo Luna. Ad arricchire il film, tanti volti meno conosciuti al grande pubblico ma comunque in parte (Giuseppe Menzo, Franz Cantalupo, Tommy Kuti, Francesca Lozito e Barbara Giordano), e altri che i siciliani riconosceranno subito: ci sono Lollo Franco e Rory Quattrocchi, c’è Stefania Blandeburgo e ci sono Toti e Totino (non insieme, però), ma non mancano anche i cameo di Sergio Vespertino e di Gino Carista.
Un bel lavoro è stato fatto sul fronte scenografie e più in generale sui dettagli che spesso fanno capolino nelle scene (bella la pasticceria di Flora in cui nulla è lasciato al caso, così come la Palermo che viene mostrata in maniera classica ma fortunatamente non stereotipata), e sulle musiche il “solito” Santi Pulvirenti stavolta si lascia sedurre da ritmiche e timbriche più venate di jazz per accompagnarci nelle cucine di Flora e nella mente in controtempo di Arturo.
Per tutti i suoi 117 minuti, il film riesce a mettere lo spettatore dinanzi al dilemma della “cristianità di facciata” contro la vera cristianità cattolica estrapolata dal Vangelo, e anche se avrebbe potuto farlo in maniera più affilata, in fondo va bene così: se arrivando al grande pubblico proprio a cavallo con la Pasqua almeno uno degli spettatori sparsi in cinquecento sale inizierà a pensare che forse della cristianità che reclama spesso a gran voce non gli è rimasto nulla se non l’andare passivamente a messa, la storia della conversione di Arturo e degli insegnamenti di Padre Hipólito saranno state più convincenti di cento Padre Nostro.
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