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La Palermo (sospesa) del pittore Luca Raimondi: l'arte che "chiede di rallentare"

Per oltre 15 anni porta il cavalletto fuori dallo studio, nei campi, lungo le coste, sulle alture che guardano la città, dipingendo dal vero, inseguendo la luce. La storia

Federica Dolce
Avvocato e scrittrice
  • 23 gennaio 2026

Il pittore Luca Raimondi

Nato a Palermo nel 1977, da madre milanese padre palermitano, Luca Raimondi cresce tra due sguardi diversi ma che sembrano già contenere il dialogo costante tra radici e apertura che attraversa tutta la sua pittura. La sua formazione avviene attraverso lo studio del disegno e della pittura, ma soprattutto attraverso un apprendistato lento e silenzioso fatto di osservazione diretta.

Così, inseguendo la sua passione, per oltre quindici anni porta il cavalletto fuori dallo studio, nei campi, lungo le coste, sulle alture che guardano la città, dipingendo dal vero, inseguendo la luce nei suoi cambiamenti quotidiani. È lì, nel confronto costante con il paesaggio reale, che costruisce il suo linguaggio: un percorso di sottrazione e ascolto, in cui il territorio non è mai semplice rappresentazione, ma occasione per cogliere un’emozione profonda e trasformarla in colore.

Palermo, nei suoi dipinti, non è mai una città rumorosa. È una presenza sospesa, trattenuta, come se stesse ascoltando il mare prima di parlare. La sua pittura nasce da uno sguardo che non ha fretta, da un rapporto fisico e quasi devoto con il paesaggio, osservato dal vero per anni, all’aperto, sotto il sole e nel silenzio.

Per Raimondi tutto comincia da lì, dall’atto semplice e potentissimo dell’osservare: «Osservare dal vero il paesaggio è lì dove nasce lo stupore e l’emozione. È l’origine dell’ispirazione, semplicemente osservando luci e atmosfere che ho di fronte sono colpito dalla bellezza. Per questo ho dipinto per tanti anni esclusivamente en plein air, dal vivo».

Non è il luogo in sé a guidarlo, ma ciò che quel luogo rivela quando la luce lo attraversa. Col tempo, quello sguardo si è fatto più consapevole, quasi analitico, pur restando profondamente emotivo: «Con il tempo ho cercato di capire il “codice” di questa bellezza, e ho sperimentato - aggiunge Luca - che ci sono delle combinazioni di colori e dei pattern compositivi che per me “funzionano”, cioè che mi inducono emozione». È qui che il paesaggio smette di essere riconoscibile e diventa essenza. I paesaggi, le vedute, i viali aberati, o una linea d’orizzonte non sono più soggetti, ma strumenti.

«E allora il paesaggio non è Montepellegrino, ma è lo schema di luce che Montepellegrino mi permette di rappresentare. Montepellegrino, o una pineta, o altri paesaggi che ho dipinto, sono "scuse" per arrivare all’essenza di questo codice di bellezza che ricerco». Nei suoi quadri la realtà si alleggerisce, viene filtrata, semplificata, ridotta all’indispensabile. Raimondi lo dice con chiarezza, parlando di segni, di superfici, di scelte pittoriche che sono anche scelte etiche: «Accennare o suggerire è meglio che descrivere, e quindi cerco di semplificare i segni».

E ancora aggiunge: «Lasciare le pennellate grezze e visibili è meglio di renderle "perfette" o curate. Per questo nei miei cieli c’è quell’effetto di pennellate incrociate visibili, svelano la mia calligrafia, sono più "umane", meno fredde e impersonali». Quella di Luca Raimondi è una pittura che non vuole nascondere il gesto, che accetta l’imperfezione come parte del racconto, come traccia del passaggio dell’artista. Nella sua mente, intanto, si accumulano visioni, ricordi cromatici, equilibri: «Nella mia testa ho una biblioteca di combinazioni di luci, di composizioni che costituiscono il mio personale codice di bellezza».

Potremo dunque definirlo un codice che non è mai definitivo, perché la ricerca non si ferma mai. Quando un paesaggio lo "chiama", è sempre la luce a farlo per prima. «La prima cosa che mi colpisce è l’effetto di luce che osservo. Cioè in termini pratici la combinazione dei colori». Il resto viene dopo, quasi in sordina: «Il soggetto effettivo viene sempre dopo la luce, non ha quasi importanza». Anche per questo la Sicilia che emerge dai suoi lavori è lontana da ogni stereotipo: è una Sicilia ridotta all’osso, essenziale, vera, costruita su pochi elementi che diventano fondamentali. «La semplicità è un punto di arrivo secondo me per un artista. Meno elementi ci sono in un quadro, più ciascun elemento ha importanza».

Togliere, per Raimondi, è un atto complesso e necessario: «Togliere è sempre più difficile che aggiungere». Davanti alle sue tele si ha la sensazione di essere invitati a rallentare, a sostare davvero. Lui stesso suggerisce un gesto semplice, quasi intimo: «Gli suggerirei di socchiudere gli occhi a metà, e capire se il quadro funziona anche così».

È in quel momento che emerge la struttura profonda dell’opera, «le grandi masse di colore nelle loro grandi relazioni». Il resto è affidato allo sguardo di chi osserva, perché l’arte, come la natura, resta un mistero condiviso: «Io posso solo studiare, ricercare, e dipingere per arrivare ad una tela per me emozionante. E se arriva anche ad un mio collezionista, siamo insieme spettatori di questa bellezza, che è sempre originata dalla Natura».

Guardare la Sicilia e Palermo attraverso gli occhi di Luca Raimondi significa riscoprirle più intense, più vere, liberate dal rumore e dalla fretta. Nei suoi quadri la città e la natura diventano spazi interiori, luoghi di silenzio in cui la luce guida lo sguardo e invita a fermarsi. La sua pittura ci ricorda che osservare davvero ciò che ci circonda non è un gesto banale, ma un privilegio raro, un atto di attenzione e rispetto verso la bellezza che spesso diamo per scontata.

Nel tempo che viviamo rapidamente e che corre veloce, Luca Raimondi ci chiede di rallentare, di socchiudere gli occhi, di ascoltare. Di lasciarci guidare dall’emozione che una pennellata di colore, una luce, un’ombra possono evocare. E in questo gesto semplice, quasi intimo, Palermo e la Sicilia tornano a vibrare e a brillare, rivelandosi non solo più belle, ma profondamente necessarie.
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