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La pietra tombale di un giovane ebreo come altare: i segreti della Magione di Palermo

Con l'Editto di Granada è stata imposta l'espulsione di tutti gli ebrei, anche dalla Sicilia: espropriati delle loro cose, molte di esse sono diventate orpelli per chiese e palazzi

Santi Gnoffo
Ricercatore storico e delle Tradizioni popolari siciliane
  • 29 agosto 2019

Il pozzo della Magione: la lastra di marmo è in realtà una pietra tombale

Palermo è una città densa di misteri, dove è possibile trovare reperti storici in luoghi insoliti. Una storia curiosa è quella che riguarda il pozzo che si trova all’interno della chiesa della Santissima Trinità, più nota come chiesa della Magione.

Fin qui nulla di eccezionale, non fosse altro che la porzione visibile del pozzo che emerge dal terreno era inizialmente una pietra sepolcrale ebrea in marmo bianco del 1353, collocato sul luogo sopra una struttura di mattoni.

Com’è finita li? Bisogna ritornare indietro nel tempo. Il 31 marzo 1492, Ferdinando il Cattolico, re di Spagna e del Regno di Sicilia, proclamò l'Editto di Granada, che prevedeva l'espulsione di tutti gli ebrei dal Regno di Spagna e quindi dal Regno di Sicilia.

In seguito a questo evento storico, i cimiteri ebraici di Palermo, collocati nei terreni limitrofi alla Porta di Termini, furono del tutto abbandonati e probabilmente alcuni degli elementi pregiati furono riutilizzati per abbellire palazzi, chiese e monasteri.

Nel 1943 i bombardamenti sconvolsero la città e uno dei tanti monumenti colpiti e distrutti completamente fu il Monastero del Cancelliere. All’interno del monastero c’era un pozzo e le monache, per circa quattro secoli avevano utilizzato questa pietra funebre per abbellirlo: ciò è confermato dalla scanalatura del marmo dovuta al passaggio della corda al quale era legato il secchio.

La Sovrintendenza ai Monumenti decise di sposarlo nella danneggiata chiesa delle Santissima Trinità, denominata "Magione" per abbellire i chiostro.

Fu monsignor Benedetto Rocco, filologo, biblista, esperto conoscitore dell’ebraico antico e moderno che alla fine degli anni Sessanta scoprì la parte superiore del pozzo e decifrò le iscrizioni in lingua ebraica, rivelando la sua funzione originaria. Si trattava, infatti, di una pietra sepolcrale del 1353, posta sulla tomba di un giovane ebreo palermitano di nome Daniele, figlio di Rabbi Saadia.

Da un lato l’iscrizione recita: “Nella sua arca giace ancor vegeto Daniele, figlio di Rabbi Saadia. La sua anima sia custodita nello scrigno della vita. Su di lui il bene e il riposo dell’anima. Il suo riposo sia nella gloria”. Nell’altro lato una iscrizione recita: “L’udì l’Assemblea e ne gioì, fino alla decima generazione ne prenderà parte. E io benedirò coloro che ti benedicono”.

La frase "fino alla decima generazione ne prenderà parte" era un modo di augurare che la progenie del giovane Daniele non si estinguesse ed allo stesso tempo fosse ricordato nei secoli dall’Assemblea orante del popolo.

Tra la base marmorea ed il coronamento marmoreo fu necessario inserire un rialzo di mattoni. Si nota infatti il contrasto tra il cotto dei mattoni e il bianco della pietra.

Nel 1968, monsignor Rocco propose di spostare la pietra sepolcrale in un museo e di eliminare la sottostante struttura in cotto, ma la sua richiesta non fu ascoltata.

Nelle giornate estive, l’antica tomba è usata come altare per le cerimonie nuziali. Chissà se gli sposi sanno che l’altare era la parte superiore di un sepolcro. E chissà cosa prova il giovane ebreo Daniele, forse se la ride.

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