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"La Rosa Inversa", il potere di ieri (e di oggi): Maria Attanasio, siciliana al Premio Strega

Un libro avvincente e coraggioso tra i 12 finalisti. Indaga il passato, tra verità e finzione letteraria, facendone metafora dei nostri giorni. L'intervista alla scrittrice

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 14 aprile 2026

La scrittrice siciliana Maria Attanasio

"Una Yourcenar siciliana, con i suoi labirinti, le sue stregonerie, la sua pura e scandalosa capacità di sconvolgerci". Così Nadia Terranova commenta sulle pagine de La Stampa l’ultima fatica letteraria di Maria Attanasio, poetessa e scrittrice siciliana di grande sensibilità inventiva e di fama internazionale, con la passione per la ricerca erudita e il gusto della parola.

Goffredo Fofi aveva accostato invece la penna di Attanasio a quella di Leonardo Sciascia, per la sua capacità di "narrazioni di storie vere che si fanno romanzo quasi di per sé, per la loro intensità ed esemplarità". Dopo l’enorme successo letterario de La ragazza di Marsiglia (2018, premio Alessandro Manzoni per il romanzo storico, premio internazionale città di Como, premio Basilicata, premio Maria Messina, premio I quattro elementi - finalista ai premi Acqui Storia sez. romanzo storico, Rapallo per la Donna Scrittrice, Asti d’Appello), a cui ha fatto seguito nel 2020 il volume di racconti Lo splendore del niente e altre storie (Sellerio 2020, premio Chiara 2020), Maria Attanasio ci regala un nuovo romanzo, “La rosa inversa”: un libro avvincente e coraggioso, che indaga storie del passato, tra verità e finzione letteraria, facendone metafora dei nostri giorni. Il volume si è classificato tra i dodici finalisti del Premio Strega 2026, su segnalazione dell’attrice Ottavia Piccolo.

L’intreccio narrativo si dipana a partire da Calacte (alias Caltagirone, dove Maria Attanasio vive e dove ha esercitato l'attività di insegnante di storia e filosofia, di dirigente scolastico e di consigliera comunale) e prende l’avvio dalla scoperta casuale, in un antico palazzo nobiliare, di una stanza segreta, un “inquietante antro della scrittura con i suoi sovversivi fantasmi” che custodisce libri proibiti e un avventuroso manoscritto inedito (il memoriale del barone Ruggero Henares).

Maria Attanasio dipinge un affresco vivido e intenso della Sicilia del Settecento, scossa dai principi rivoluzionari dell’Illuminismo e dai semi pericolosi delle tenebrose sette dei Gesuiti e dei Massoni. "La Rosa Inversa" è una loggia massonica, fondata proprio da Henares, un luogo in cui discutere di uguaglianza e libertà. Dietro il nome, una metafora: la rosa ha una bellezza apparente di petali delicati, ma bisogna capovolgerla, per poter scorgerne il seme, per comprendere l’origine di quella bellezza e non fermarsi semplicemente all’apparenza delle cose.

E ancora: metafora del presente è l’intero romanzo; di un presente in cui «l’umanità si arrabatta tra democrature, pandemie, fascismi di ritorno. Volevo, ancora una volta, attraverso il passato, parlare del presente. “La Rosa Inversa” è un romanzo sul potere», ci dice Maria Attanasio con parole da cui emergono la sua forza, il suo carattere gentile ma appassionato, il suo sguardo profondo e lungimirante sul mondo e sulle dinamiche della storia.

«Il potere manipola qualsiasi cosa, come ha fatto allora, nel Settecento. La storia dei Gesuiti è una storia esemplare - ci spiega la scrittrice -. Prima vengono considerati i padroni del mondo, i confidenti e i consiglieri dei re e poi vengono demonizzati, anche dal Papa, per motivi economici e politici, di potere; marchiati come setta, chiamati: “il demonio del mondo”, “l’internazionale sovversiva” contraria alla fede ortodossa e ai buoni costumi. La scrittura del potere cancella tutto ciò che può seminare rivoluzione. Gesuiti e massoni, anche se agli antipodi, vengono usati e poi soppressi, perseguitati, dipinti come “tenebrose sette”.

Qual è la genesi di questo romanzo? «L’idea di un potere che non vede niente, che ciecamente utilizza tutto, che manipola tutto, mi fece scattare dentro all’improvviso il ricordo di una storia che avevo trovato tanti anni fa, tra il 1999 e il 2000, un anonimo opuscolo settecentesco dal titolo la “Relazione dell’enorme delitto e della seguita giustizia. Mi ero appassionata alla storia di questo omicidio avvenuto a Caltagirone (che è Calacte nei miei libri) e pensavo che fosse una storia vera. Ho cominciato a cercare in diversi archivi, sono andata anche a Napoli, ma non ho trovato niente di niente, dunque lasciai perdere, misi da parte il documento. In questo tempo, che è un tempo di fake news e di post verità, di notizie artefatte, costruite a tavolino, quella storia mi è ritornata in mente nella sua esemplarità di manipolazione mediatica. La storia di questo gentiluomo che uccide in chiesa, il 2 aprile del 1790, un predicatore dei domenicani: è da qui che ho costruito proprio la trama del romanzo, perché quel documento fabbricato per impedire il contagio giacobino francese, è storia esemplare di quello che accade anche oggi. Non è cambiato nulla: il potere continua a manipolare il presente, a cercare di riscrivere la storia».

La ricerca storica rimane una delle sue grandi passioni, insieme alla poesia. «Si, esattamente. Io sono una appassionata di storia locale - continua la scrittrice - perché è nella storia locale che si trova ed emerge l’esistenza. La grande storia annega e acceca l’esistenza singola. Il singolo non esiste per la grande storia; mentre è nella storia locale, tra le righe a volte sbiadite di una cronaca, che affiorano queste vite dimenticate. A volte è con una frase, con una mezza frase, che ci resta traccia di un gesto di resistenza…ecco: quello mi tocca profondamente! Tutti siamo dimenticati dalla storia, noi esseri umani “normali”; nella Grande Storia restano solo le idee generali, ma sotto quelle linee generali ci siamo noi, c’è la storia di centinaia di milioni di esseri umani che hanno sofferto e di cui non resta niente; quando io invece trovo piccole tracce di un’esistenza - di solito di donne, ma in questo caso in questo romanzo non sono solo donne, ci sono soprattutto uomini che sono stati schiacciati, utilizzati, manipolati dal potere – sento che quell’esistenza mi chiede la parola e io gliela devo dare».

Maria scrive all’interno del romanzo: “Il potere resta sempre maschile e del maschile”. «Mi hanno chiesto, in occasione di alcune presentazioni del romanzo: come mai in questo romanzo ci sono prevalentemente uomini? Si, è vero, ci sono anche alcune donne come Amalia, oppure la moglie di Cagliostro o la regina Maria Carolina…Però il mio libro è una storia di potere, è il potere è stato sempre maschile e del maschile. Esemplare è la storia in questo senso della Regina Maria Carolina. Era una donna di potere, che dominava; ma era regina, non era re, e da noi solo il re conta. Pochi sanno com’è finita la vita di Maria Carolina: malissimo. Suo marito prima la usò e poi la cacciò via, perciò questa donna di grande potere fu costretta a tornare in Austria, dove morì in esilio e in solitudine. Dunque anche una donna di potere veniva usata per il potere. Il potere è dei maschi. Le donne in questo romanzo ci sono e sono forti, sono resistenti – come me – , sono donne moderne, però ricordiamoci che all’epoca le donne non avevano il diritto di fare le leggi, nè di essere padrone di loro stesse e delle loro esistenze».

Il libro si apre con una citazione: “il potere è sempre all’erta ed è capace di continue reinvenzioni” (Maria Rosaria Ferrarese). Il potere cambia faccia ma rimane un po’ sempre lo stesso. «La Santa Inquisizione, il Papa, i re: la faccia del potere cambia…la storia non procede mai in maniera lineare e oggi purtroppo anche la storia viene messa in discussione; anche l’uguaglianza tra gli uomini in fondo viene messa in discussione. I migranti li riteniamo altri da noi, nemici. La storia viene riscritta, in base al potere in carica: è terribile, no? Si può non accettare la storia, si può non accettare il passato, ma cancellarlo mai, anzi è proprio dal passato che bisogna partire, anche se nel tempo che viviamo è molto difficile parlare di rifondazione dell’umano.

“La Rosa Inversa” è una metafora, un invito a vedere la radice delle cose, l’origine della bellezza dell’utopia. In questi tempi in cui si mette in discussione ogni cosa, anche l’uguaglianza tra gli uomini, forse bisognerebbe ritornare ai principi dell’illuminismo. Per la mia generazione che cercava un mondo più giusto e condiviso, non era immaginabile poter vivere questi tempi; io stessa non credevo si potesse tornare a una storia di guerre e migrazioni, di liberismo selvaggio e di popoli affamati. La democrazia, la libertà, l’uguaglianza, la giustizia… i diritti che sembravano certi, oggi sono minacciati. Ecco perché è necessario parlare del potere.

Naturalmente un romanzo è un romanzo, non è un saggio: la storia deve passare attraverso i personaggi, sono i personaggi a raccontare la storia. Il romanzo resta comunque aperto alla speranza: quando il nigerino Nabhil trova rifugio nella stanza segreta rimane profondamente affascinato dalla lettura dei libri proibiti, scopre “parole che aprono i giorni”. Secondo me l’ingiustizia non può durare a lungo. La storia talvolta torna indietro, regredisce nella barbarie della guerra e dei genocidi, ma la giustizia non si può cancellare dal cuore dell’uomo. Ci sarà sempre uno Spartaco a riprendere proprio il senso della giustizia; ci sarà sempre qualcuno che sventolerà questa bandiera della libertà e dell’uguaglianza a mio parere, almeno io spero…può darsi che il mio sia troppo ottimistico come giudizio, però io vedo che ci sono intorno a noi popoli che hanno subito il colonialismo, che hanno subito l’ingiustizia, la fame…e che adesso vogliono invece diventare protagonisti della storia. Penso che il futuro sarà anche un futuro con uno sguardo altro, lo sguardo di quelli che noi (per noi intendo la società occidentale) abbiamo sempre tenuto ai margini e abbiamo cercato di respingere: ma il movimento della storia non si può fermare, né controllare. Io sono contenta che verrà dai terzi e dai quarti mondi uno sguardo nuovo sulla storia».

Oggi la parola è stata svuotata di significato, ridotta a fake news, pseudo verità, manipolazione. «Viviamo in un mondo in cui anche il linguaggio è contaminato, cosificato, mercificato. Ritengo che la parola si possa contrapporre quale antidoto al linguaggio di oggi. La parola è per me sempre testimonianza, denuncia, impegno civile. Il mio è sempre un discorso politico, Rivendico la mia appartenenza alla sinistra di classe, in questo tempo in cui è ritornato tutto; per me la parola e la scrittura son un modo altro di essere azione. Per me la parola è fondamentale, probabilmente perché vengo dalla poesia e continuo a praticare la poesia (Maria Attanasio si è dedicata fin dall'adolescenza alla poesia e solo a partire dai primi anni Novanta, su sollecitazione dell’editrice e amica Elvira Sellerio, anche alla prosa),.

Io per creare un romanzo ci metto 5 anni, 6 anni, non ci metto meno…strappo, ristrappo - perché poi io scrivo a mano - trascrivo al computer, stampo, correggo, ristampo, così all’infinito. Alla fine comunque sono sempre non dico insoddisfatta, ma mi sembra che ci sia sempre un meglio rispetto a quello che ho scritto; c’è una tensione continua, una ricorsa tra me e la parola. La mia scrittura nasce da questa rincorsa. Io non avrei mai creduto di dover vivere questi tempi in cui tutto è tornato, i fascismi, le guerre, il continuo sovrapporsi della post-verità, il dilagare di notizie costruite a tavolino, il dover subire questa violenza verbale, politica: è terribile. La mia generazione non aveva messo in conto tutto questo; dobbiamo resistere in qualche modo, ognuno con le proprie armi: io con la parola».
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