Le sfide di De Filippis alla Fondazione Sant'Elia: i progetti del neo presidente
Ideatore di Wine Sicily, vuole parlare ai giovani. La sua "scommessa" è l'apertura entro il Festino di una delle terrazze più suggestive di Palermo. L'intervista
A Palermo ci sono luoghi che non hanno bisogno di essere spiegati ogni volta: basta nominarli perché la città li riconosca. Palazzo Sant’Elia, nome con cui è conosciuto Palazzo Celestri di Santa Croce, è uno di questi: edificio storico su via Maqueda, sede espositiva, punto di passaggio tra arte, eventi, memoria e vita urbana.
È dentro questo spazio, carico di storia e insieme abituato a ospitare linguaggi contemporanei, che la Fondazione Sant’Elia entra adesso in una stagione diversa. A guidarla, da ieri, è Eduardo De Filippis, nuovo presidente dell’ente. Nel nuovo assetto della Fondazione entra anche Patrizia Monterosso, nominata sovrintendente.
De Filippis, 41 anni, ex consigliere di circoscrizione e padre di una bambina di due anni e mezzo - particolare che lui stesso tiene a sottolineare - è conosciuto soprattutto per avere ideato Wine Sicily, format dedicato alla valorizzazione del vino e delle eccellenze enogastronomiche dell’Isola. Un’esperienza che lo colloca nel campo della promozione territoriale, degli eventi e della costruzione di occasioni capaci di mettere insieme pubblico, imprese, identità siciliana e racconto dei luoghi. Ora, però, il perimetro cambia. La presidenza di una Fondazione culturale pubblica porta con sé una responsabilità diversa: non solo organizzare appuntamenti, ma contribuire a definire una linea, una programmazione, un rapporto con la città e con chi la cultura la produce e la frequenta.
Da qui parte il suo racconto: dal tentativo di trasformare l’esperienza maturata nel mondo degli eventi in una visione più ampia. «Ho legato qualsiasi attività realizzata nel mondo degli eventi all’identità siciliana», spiega a Balarm. Wine Sicily, ricorda, è nato e cresciuto dentro luoghi che avevano già un legame con la cultura: «Palazzo Riso prima, l’Orto Botanico dopo, Villa Trabia adesso. Un modo, dice, per far dialogare la promozione di un settore con il patrimonio culturale e turistico dell’Isola. La sfida è portare questa attitudine dentro Sant’Elia senza trasformare la Fondazione in un semplice contenitore. Ecco perché la prima immagine che sceglie per raccontare il nuovo corso è concreta, quasi fisica: «Voglio riaprire le finestre del palazzo, che sono spesso chiuse, e rivedere la luce là dentro».
In questa frase c’è una parte dell’impronta che intende dare alla Fondazione: rendere il palazzo più accessibile, più vissuto e meno distante. Non più soltanto una sede da frequentare in occasione di una mostra, né uno spazio percepito come riservato a una nicchia, ma un luogo capace di tornare dentro la vita del capoluogo per essere abitato da tutti. «Oltre alle finestre, l’obiettivo è riaprire il palazzo alla città», dice. Il primo pensiero va ai giovani, una generazione che spesso non frequenta i luoghi istituzionali della cultura e che, secondo De Filippis, va riportata anche fisicamente verso quel tratto di via Maqueda.
«Vorrei avvicinare un target giovanile - aggiunge - che spesso è lontano dal mondo della cultura e anche da quella zona di Palermo». Il riferimento è alla parte bassa di via Maqueda, un’area del centro storico centrale ma complessa, che nelle ore serali non sempre riesce a essere vissuta con continuità, anche per problemi di sicurezza. La cultura, nella sua visione, può diventare uno strumento di presenza urbana: «Voglio portare attività culturali, eventi, mostre, dibattiti, convegni, aprendo l’edificio non solo alla cittadinanza ma anche a un turismo che non ha ancora avuto il piacere di scoprire e vedere la bellezza di Palazzo Santa Croce».
Per raggiungere pubblici nuovi, però, non basta aprire le porte. Bisogna anche cambiare linguaggio. Ed è per questo che tra le prime idee De Filippis cita un podcast della Fondazione: uno strumento pensato per raccontare Sant’Elia fuori dalle sue sale, intercettando chi oggi non lo frequenta. «Dobbiamo cominciare a comunicare con lo stesso linguaggio con cui si comunica oggi», spiega.
Il rapporto con le nuove generazioni sarà uno dei terreni su cui misurare questa nuova stagione: scuole, attività formative, artisti emergenti, ma anche la necessità di non chiudere Palermo dentro se stessa. «Per valorizzare i giovani artisti palermitani - sostiene - bisogna creare occasioni di confronto con esperienze e artisti internazionali di livello». È in questa direzione che si inserisce anche il lavoro con il Cda appena insediato e con la sovrintendente Patrizia Monterosso: una governance che De Filippis definisce giovane e qualificata e che dovrà contribuire ad «affermare la Fondazione come polo culturale della città di Palermo», mantenendo e avviando rapporti «con altri istituti e fondazioni culturali europee».
Accanto a Palazzo Sant’Elia c’è poi un altro luogo che pesa e che, nelle parole del neo presidente, diventa quasi il simbolo della sfida che lo attende: il Loggiato San Bartolomeo. Non a caso lo chiama «la mia scommessa». Affacciato sul mare, con una delle terrazze più suggestive della città, il Loggiato è da tempo uno spazio dal potenziale enorme e dalla fruizione intermittente. De Filippis annuncia in anteprima l’avvio degli interventi per completare la riapertura: dopo il ripristino dei bagni e delle sale, manca l’installazione della scala antincendio, passaggio necessario per aumentare la capienza e rendere lo spazio pienamente utilizzabile: «Conto di riaprirlo a luglio», racconta, con l’obiettivo di renderlo operativo per il Festino. «Porteremo l’agibilità da poco più di cento persone a circa quattrocento».
Nella sua visione il Loggiato non dovrà essere solo un secondo spazio della Fondazione, ma «il volano» del nuovo corso. Un luogo da vivere con continuità, capace di attrarre palermitani, turisti, iniziative culturali e collaborazioni. «Abbiamo la terrazza più bella di Palermo, che non ha nulla da invidiare ad altri luoghi più conosciuti in Italia e nel mondo», dice. E immagina uno spazio frequentato, riconoscibile, sostenuto anche da accordi con i privati. Qui il ragionamento si fa molto concreto. «La Fondazione - spiega il nuovo presidente - ha bisogno di rafforzare la propria sostenibilità economica e non può pensare di sostenere ogni progetto da sola».
Per questo lancia un appello al mondo privato: «Dobbiamo valorizzare il partenariato pubblico-privato. Dove non arriva la Fondazione, può supportare il privato». Resta poi il tema della lettura politica della nomina. De Filippis non lo evita. Rivendica una storia personale dentro un’area precisa, ma respinge l’idea che il suo incarico possa essere ridotto a una compensazione. «Ho sempre fatto politica dal 1999, non me ne vergogno, e sono sempre stato coerente e vicino a un mondo politico e culturale di destra», dice.
Poi però precisa: «Non ho più un ruolo politico attivo dal 2017. Da anni mi occupo di eventi e ho lavorato più volte come direttore di produzione». Per lui, quindi, la nomina va letta soprattutto attraverso il percorso costruito nel campo dell’organizzazione e della promozione. Cita le collaborazioni con varie società di eventi, i progetti musicali, Wine Sicily, la consulenza per il Comune di Ustica. «Credo che la volontà del sindaco sia stata quella di premiare il buon operato degli ultimi anni in città come organizzatore di eventi. La mia nomina avviene per il mio curriculum».
Poi riporta il discorso sul terreno che, da oggi, sarà quello decisivo, ossia le scelte che daranno forma al suo mandato: le finestre da riaprire, il linguaggio da aggiornare, i giovani da intercettare, la rete europea da costruire, il Loggiato da restituire alla città, il rapporto con i privati da definire senza perdere la natura pubblica dei luoghi. La prova sarà nei fatti. Per questo, alla domanda sul risultato che vorrebbe poter rivendicare tra un anno, evita di consegnare una promessa immediata. Sorride e lascia che sia il tempo a misurare la stagione appena iniziata: «Ci sentiamo tra un anno».
È dentro questo spazio, carico di storia e insieme abituato a ospitare linguaggi contemporanei, che la Fondazione Sant’Elia entra adesso in una stagione diversa. A guidarla, da ieri, è Eduardo De Filippis, nuovo presidente dell’ente. Nel nuovo assetto della Fondazione entra anche Patrizia Monterosso, nominata sovrintendente.
De Filippis, 41 anni, ex consigliere di circoscrizione e padre di una bambina di due anni e mezzo - particolare che lui stesso tiene a sottolineare - è conosciuto soprattutto per avere ideato Wine Sicily, format dedicato alla valorizzazione del vino e delle eccellenze enogastronomiche dell’Isola. Un’esperienza che lo colloca nel campo della promozione territoriale, degli eventi e della costruzione di occasioni capaci di mettere insieme pubblico, imprese, identità siciliana e racconto dei luoghi. Ora, però, il perimetro cambia. La presidenza di una Fondazione culturale pubblica porta con sé una responsabilità diversa: non solo organizzare appuntamenti, ma contribuire a definire una linea, una programmazione, un rapporto con la città e con chi la cultura la produce e la frequenta.
Da qui parte il suo racconto: dal tentativo di trasformare l’esperienza maturata nel mondo degli eventi in una visione più ampia. «Ho legato qualsiasi attività realizzata nel mondo degli eventi all’identità siciliana», spiega a Balarm. Wine Sicily, ricorda, è nato e cresciuto dentro luoghi che avevano già un legame con la cultura: «Palazzo Riso prima, l’Orto Botanico dopo, Villa Trabia adesso. Un modo, dice, per far dialogare la promozione di un settore con il patrimonio culturale e turistico dell’Isola. La sfida è portare questa attitudine dentro Sant’Elia senza trasformare la Fondazione in un semplice contenitore. Ecco perché la prima immagine che sceglie per raccontare il nuovo corso è concreta, quasi fisica: «Voglio riaprire le finestre del palazzo, che sono spesso chiuse, e rivedere la luce là dentro».
In questa frase c’è una parte dell’impronta che intende dare alla Fondazione: rendere il palazzo più accessibile, più vissuto e meno distante. Non più soltanto una sede da frequentare in occasione di una mostra, né uno spazio percepito come riservato a una nicchia, ma un luogo capace di tornare dentro la vita del capoluogo per essere abitato da tutti. «Oltre alle finestre, l’obiettivo è riaprire il palazzo alla città», dice. Il primo pensiero va ai giovani, una generazione che spesso non frequenta i luoghi istituzionali della cultura e che, secondo De Filippis, va riportata anche fisicamente verso quel tratto di via Maqueda.
«Vorrei avvicinare un target giovanile - aggiunge - che spesso è lontano dal mondo della cultura e anche da quella zona di Palermo». Il riferimento è alla parte bassa di via Maqueda, un’area del centro storico centrale ma complessa, che nelle ore serali non sempre riesce a essere vissuta con continuità, anche per problemi di sicurezza. La cultura, nella sua visione, può diventare uno strumento di presenza urbana: «Voglio portare attività culturali, eventi, mostre, dibattiti, convegni, aprendo l’edificio non solo alla cittadinanza ma anche a un turismo che non ha ancora avuto il piacere di scoprire e vedere la bellezza di Palazzo Santa Croce».
Per raggiungere pubblici nuovi, però, non basta aprire le porte. Bisogna anche cambiare linguaggio. Ed è per questo che tra le prime idee De Filippis cita un podcast della Fondazione: uno strumento pensato per raccontare Sant’Elia fuori dalle sue sale, intercettando chi oggi non lo frequenta. «Dobbiamo cominciare a comunicare con lo stesso linguaggio con cui si comunica oggi», spiega.
Il rapporto con le nuove generazioni sarà uno dei terreni su cui misurare questa nuova stagione: scuole, attività formative, artisti emergenti, ma anche la necessità di non chiudere Palermo dentro se stessa. «Per valorizzare i giovani artisti palermitani - sostiene - bisogna creare occasioni di confronto con esperienze e artisti internazionali di livello». È in questa direzione che si inserisce anche il lavoro con il Cda appena insediato e con la sovrintendente Patrizia Monterosso: una governance che De Filippis definisce giovane e qualificata e che dovrà contribuire ad «affermare la Fondazione come polo culturale della città di Palermo», mantenendo e avviando rapporti «con altri istituti e fondazioni culturali europee».
Accanto a Palazzo Sant’Elia c’è poi un altro luogo che pesa e che, nelle parole del neo presidente, diventa quasi il simbolo della sfida che lo attende: il Loggiato San Bartolomeo. Non a caso lo chiama «la mia scommessa». Affacciato sul mare, con una delle terrazze più suggestive della città, il Loggiato è da tempo uno spazio dal potenziale enorme e dalla fruizione intermittente. De Filippis annuncia in anteprima l’avvio degli interventi per completare la riapertura: dopo il ripristino dei bagni e delle sale, manca l’installazione della scala antincendio, passaggio necessario per aumentare la capienza e rendere lo spazio pienamente utilizzabile: «Conto di riaprirlo a luglio», racconta, con l’obiettivo di renderlo operativo per il Festino. «Porteremo l’agibilità da poco più di cento persone a circa quattrocento».
Nella sua visione il Loggiato non dovrà essere solo un secondo spazio della Fondazione, ma «il volano» del nuovo corso. Un luogo da vivere con continuità, capace di attrarre palermitani, turisti, iniziative culturali e collaborazioni. «Abbiamo la terrazza più bella di Palermo, che non ha nulla da invidiare ad altri luoghi più conosciuti in Italia e nel mondo», dice. E immagina uno spazio frequentato, riconoscibile, sostenuto anche da accordi con i privati. Qui il ragionamento si fa molto concreto. «La Fondazione - spiega il nuovo presidente - ha bisogno di rafforzare la propria sostenibilità economica e non può pensare di sostenere ogni progetto da sola».
Per questo lancia un appello al mondo privato: «Dobbiamo valorizzare il partenariato pubblico-privato. Dove non arriva la Fondazione, può supportare il privato». Resta poi il tema della lettura politica della nomina. De Filippis non lo evita. Rivendica una storia personale dentro un’area precisa, ma respinge l’idea che il suo incarico possa essere ridotto a una compensazione. «Ho sempre fatto politica dal 1999, non me ne vergogno, e sono sempre stato coerente e vicino a un mondo politico e culturale di destra», dice.
Poi però precisa: «Non ho più un ruolo politico attivo dal 2017. Da anni mi occupo di eventi e ho lavorato più volte come direttore di produzione». Per lui, quindi, la nomina va letta soprattutto attraverso il percorso costruito nel campo dell’organizzazione e della promozione. Cita le collaborazioni con varie società di eventi, i progetti musicali, Wine Sicily, la consulenza per il Comune di Ustica. «Credo che la volontà del sindaco sia stata quella di premiare il buon operato degli ultimi anni in città come organizzatore di eventi. La mia nomina avviene per il mio curriculum».
Poi riporta il discorso sul terreno che, da oggi, sarà quello decisivo, ossia le scelte che daranno forma al suo mandato: le finestre da riaprire, il linguaggio da aggiornare, i giovani da intercettare, la rete europea da costruire, il Loggiato da restituire alla città, il rapporto con i privati da definire senza perdere la natura pubblica dei luoghi. La prova sarà nei fatti. Per questo, alla domanda sul risultato che vorrebbe poter rivendicare tra un anno, evita di consegnare una promessa immediata. Sorride e lascia che sia il tempo a misurare la stagione appena iniziata: «Ci sentiamo tra un anno».
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