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Leo Di Caprio in "Prova a prendermi" gli faceva un baffo: ecco il giovane Cagliostro

Le imprese del mito di Cagliostro sono note a mezzo mondo. Ma chi era Peppino Balsamo quando era ancora un ragazzino? La sua è una storia degna di una vera opera cinematografica

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 16 maggio 2020

Joseph Balsamo, "Comte De Cagliostro" di Pierre Alexandre Wille

Il giorno che l'illustre Wolfgang Goethe, durante il suo soggiorno a Palermo, decise di andare a trovare Felicia Bracconieri, la madre del misterioso Alessandro conte di Cagliostro, forse, se ne pentì più dell’anima sua.

«E chi fui pazzo!?», dovette pensare giustamente una volta uscito. Non solo era stato costretto a sorbirsi picchi, piagnistei e parolazze per il gran disgraziato e consunto di suo figlio che s’era preso soldi in prestito e se n’era scappottato se lo sa lui dove, s’era dovuto pure accollare di pagare lui stesso il debito perché aveva fatto la grande fesseria di spacciarsi per un amico.

Le imprese del mito di Cagliostro sono oggi note a mezzo mondo, certo, ma chi era stu Peppino Balsamo quando ancora a piedi scalzi e la pinnuzza di fuori andava innaffiando le piante tra i curtigghi dell’Albergaria? Probabilmente la migliore fotografia che ne possiamo fare è quella di un qualsiasi bambino che ancora oggi vediamo tirare calci a una lattina tra i vicoli dei mercati storici, uno di quelli, per intenderci, che mentre stai comprando un poco di frutta a Ballarò ti guarda male e ti dice: "Cucì, t’abbisogna quacchi cuasa?".



Il padre morì prematuramente lasciando la famiglia così povera che il detto “scarso r’ogghio e chinu i pruvulazzo” l’avevano nella porta di casa al posto del nome. Ad un certo punto viene adottato dagli gli zii materni che vogliono prendersene cura e farlo studiare ma, a causa di troppi abbili, perché di studio Peppino non ne voleva manco a brodo, presto decidono di destinarlo al collegio di San Rocco per toglierselo d’avanti ai piedi.

Pure qua, per la felicità dei frati che lo assicutavano col turibolo in mano per romperglielo in testa, si fece riconoscere subito; e a niente erano valsi i colpi di cinto, i sandali volanti e i pugni col manciaciume, Peppino ogni mattina, era più forte di lui, non era giornata se non si metteva col culo di fuori davanti al bidello solo per il gusto di fargli sfregio.

L’unico momento di pace che avevano i poveri frati era quando il futuro conte di Cagliostro si dedicava alla chimica e agli esperimenti che amava molto. Forse stanco, forse annoiato, un bel giorno decide di scappare da San Rocco e tornarsene a casa ma gli zii, che vedendolo dal balcone gli arrizzarono le carni, gli urlarono “passaddà!” e lo dirottarono verso un altro convento, questa volta a Caltagirone.

Qui scoprì che una tunica “cummogghia” meglio di una maschera e, infatti, con il saio di novizio ha libero accesso a bische, bordelli, taverne e altri circoli culturali di questo genere. Avrebbe fatto questa vita per sempre, sennonché, una volta che i frati decisero di interrogarlo, perché è vero che il caso era perso ma una volta ogni tanto qualche interrogazione la doveva fare pure lui, gli chiesero di recitare una litania che Peppino rese un capolavoro sostituendo i nomi delle sante con i nomi delle buttane più famose di Palermo.

"Balsamo, fuori!" gridarono i frati, “Col fischio o senza?”, rispose Peppino; alla fine gli accollarono otto giorni di prigionia nei sotterranei del convento che, però, superò brillantemente fottendosi i piccioli dalla cassetta delle elemosine non appena uscito. Ha quindici anni quando abbandona il saio e si dedica all’arte della falsificazione.

A Palermo c’è una prima teatrale e Giuseppe riproduce il biglietto d’ingresso meglio di come i cinesi imitano le scarpe da tennis, portandolo poi da un suo amico tipografo e facendone stampare circa una dozzina che regalerà a ignare vittime. La sera dello spettacolo s’appresenta tutto allicchittiato e impomatato con in mano il biglietto originale e il solo scopo di vedere quello che succederà: pugni, sputazzate, colpi di tua madre qua e tuo padre di là, scoppiò un putiferio tale che dovettero intervenire i birri.

Infine, prima di prendere la via del mare, ma ce ne sarebbero ancora tante altre da raccontare, si laurea in scienze e tecniche della truffa applicata prendendo di mira Don Vincenzo Marano, un argentiere tirchio e miserabile, figlio di tirchi e miserabili, nipote di tirchi e miserabili ancora più grossi; non c’era Marano, andando a ritroso nel tempo, che per un pugno di monete non si sarebbe impegnato la dignità.

Lo convince di aver sognato un tesoro dentro una grotta ai piedi del Monte Pelligrino del valore di centomila onze ma, per prenderli, ci sarebbero volute sessanta onze perché gli spiriti custodi del posteggio della grotta avrebbero preteso il loro con l’ormai classico ma sempre efficace: “me l’ha fari pigghiari un cafe?”.

nsomma rituali e controrituali, invece del tesoro, dalla caverna uscirono quattro malacarne amici di Peppino che presero a bastonate don Marano che, poveretto, se ne scappò a gambe levate e di questa storia non ne parlò mai più. I racconti sulla giovinezza di Cagliostro ci vengono forniti dai documenti del processo a suo carico del 1790.

È indubbio che anche chi fu incaricato dall’inquisizione di raccogliere informazioni abbia attinto in un certo qual modo dalla strada e dai “cunti” azzeccandoci a volte e romanzando in altre. In ogni caso, però, inscenare un mito come il conte di Cagliostro privandolo di ciò che i suoi contemporanei raccontavano di lui, ci sembra un modus operandi che non rende giustizia a ciò che Giuseppe Balsamo è stato.
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