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Li avrai visti tante volte ma (forse) non sai chi sono: storia e leggende dei "Candelabri" di Catania

Realizzati nel 1957, fanno parte del patrimonio storico-mitico della città. Accade sovente, soprattutto a chi abita un luogo, di non conoscere la storia di ciò che vede quotidianamente. Ve la raccontiamo

  • 23 luglio 2021

I quattro "candelabri" di Catania

Piazza dell'Università di Catania è uno dei cuori pulsanti del capoluogo etneo, sfoggiando una serie di monumenti e sculture che custodiscono il patrimonio storico-mitico della città. Di grande rilievo artistico sono proprio i quattro candelabri, realizzati nel 1957 da Mimì Maria Lazzaro e D. Tudisco.

Sul versante adiacente all'attuale "Palazzo San Giuliano" si trova l'opera scultorea dedicata ai "fratelli Pii", la cui storia è molto conosciuta e apprezzata dagli abitanti locali. Si narra che Anfinomo e Anapia, conosciuti appunto come "fratelli Pii", siano stati dei cittadini catanesi dediti al lavoro della terra.

La leggenda tramanda che un giorno, mentre lavoravano in un campo insieme ai propri genitori, avvenne una potente eruzione che dilagò lungo le vie di Catania. La vicenda riporta che tutta la gente del luogo fuggì in preda al panico, raccogliendo frettolosamente ogni cosa utile.

I due fratelli, invece, piuttosto che scappare come tutti gli altri, caricarono sulle spalle padre e madre rallentando il proprio passo. A quel punto, gli dei, impietositi di fronte alla nobile azione dei giovani consanguinei, deviarono la colata lavica per evitare che li travolgesse.
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Da questo evento inverosimile deriva l'appellativo di "Pii", che, secondo alcuni ricercatori, farebbe riferimento al concetto della celebre "pietas virgiliana". Gli studiosi, inoltre, notano in questa ricostruzione mitica una profonda simbologia che lega i cittadini alla rinomata Etna. Si tratta di un vero e proprio sentimento che oscilla tra timore reverenziale e profondo attaccamento al Vulcano, considerato nella duplice veste di entità rigenerante e, al contempo, emblema di catastrofi.

Vicino al palazzo dell'Università, sul lato opposto, si staglia il candelabro che raffigura Gammazita. Ricordata come la bella fanciulla catanese che era solita recarsi al pozzo per raccogliere l’acqua, girano voci che sia stata adocchiata da un certo Droetto, ufficiale francese perdutamente invaghito di lei. Tuttavia, essendo promessa ad un altro uomo, non si piegò ad alcuna lusinga o adulazione del molesto corteggiatore che tentava di sedurla in ogni modo e senza tregua.

La storia continua riportando che il giorno del suo matrimonio, Gammazita, come di consueto, andò al pozzo ma venne inaspettatamente aggredita dallo spazientito soldato; non avendo alcuna via di scampo e non riuscendo a divincolarsi dalla presa di Droetto, decise di gettarsi a capofitto nella profonda cavità piuttosto che disonorare la propria virtù.

Come dice Carmine Rapisarda - studioso della simbologia locale - "La storia di Gammazita allude a tutti i soprusi che il popolo siciliano ha duramente sofferto durante i dominatori francesi, divenendo ben presto causa dello scoppio dei Vespri siciliani nel 30 Marzo 1282".

Sempre attiguo al Palazzo dell'Università si trova il candelabro dedicato alle gesta del paladino Uzeta, personaggio di fantasia ideato dal puparo Raffaele Trombetta e successivamente riadattato dal giornalista catanese Giuseppe La Malfa. Il racconto mitico, fino ad oggi poco noto, è frutto di un'invenzione che riporta le epiche battaglie combattute tra i cosiddetti giganti Ursini, da cui deriva il nome dell'odierno Castello Ursino, e l'esercito di re Cocalo.

Eroe indiscusso è proprio il paladino Uzeta, protagonista del trionfo definitivo sui giganti. La trama rivela pure che il futuro cavaliere, di umili origini, sia stato innamorato di Galatea, figlia del re Cocalo. L'incontro tra i due avvenne in occasione di una caduta da cavallo della principessa, che perse subito i sensi. Uzeta andò subito in suo soccorso e, preso dall’entusiasmo, osò pure baciarla.

La narrazione prosegue con la fanciulla che, dopo aver ripreso coscienza, lancia delle parole cariche di odio contro il giovane ragazzo, da lei sdegnato perché figlio di un palafreniere. L'intricata epopea si conclude con la cacciata degli Ursini e l’unione tra Galatea e il paladino, amato dal popolo per la sua impresa eroica.

Ultimo suggestivo aneddoto riguarda il famoso Colapesce, personaggio leggendario che vantava grandi doti nel nuoto. In pieno rapporto simbiotico con il mare, Cola trascorreva intere giornate a fare escursioni sui fondali marini messinesi per recuperare tesori nascosti. Presto la sua fama raggiunse la corte di Federico II di Svevia, che non esitò a mettersi in viaggio verso Messina per conoscerlo.

La tradizione riferisce che l'imperatore svevo lo sottopose a tre prove per appurarne le rinomate potenzialità, lanciando diversi oggetti in mare: una coppa d'oro, una corona e, secondo alcune fonti, pure un anello. Cola recuperò i primi due, ma, alla terza immersione, l'abile nuotatore notò che la Sicilia era sorretta da tre colonne, una delle quali, proprio quella di Capo Peloro, rischiava di essere bruciata dal fuoco divampante tra Catania e Messina. "Ancora oggi - prosegue il professore Rapisarda - nei racconti popolari si vocifera che Cola Pesce abbia preso il posto di quella colonna per sorreggere l’isola".

«Questo avvincente mito - conclude Rapisarda - sottintende a chiare lettere il sentimento d'amore che ogni siciliano nutre nei confronti della propria terra».
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