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25 ottobre 1973: il giorno in cui Palermo fu (davvero) abbattuta dal maltempo

Un eccezionale evento meteorologico a cui non resse la diga del porto: una breccia nella struttura permise al mare a forza 10 di raggiungere la darsena. Fu il caos

Andrea Di Piazza
Geologo e ricercatore
  • 25 ottobre 2017

Vista aerea del porto di Palermo durante le ore di maltempo. (foto Natale Gaggioli)

La giornata del 25 ottobre 1973 resterà impressa nella memoria di alcuni palermitani per il fortissimo maltempo che mise a dura prova la fascia costiera della nostra città. A partire dalle prime ore del pomeriggio e per circa otto ore consecutive, piogge, vento e mare in tempesta provocarono ingenti danni al porto di Palermo, numerosi disagi a cittadini e diportisti e purtroppo anche una vittima.

Un eccezionale evento meteorologico a cui non resse la diga foranea dell’area portuale: una breccia nella struttura permise alle grandi onde del mare a forza 10 di demolirne il resto e di raggiungere la darsena.

Fu il caos. Senza ormai alcuna protezione, anche nella parte interna del porto era come stare in mare aperto. L’equipaggio della motonave Calabria, in totale balia delle onde all’interno del porto, riuscì ad ormeggiare attaccando la cima a un razzo segnalatore che fu sparato verso un molo.

Tutto il traffico navale venne deviato a Trapani. Un gigantesco bacino di carenaggio della stazza di 52mila tonnellate, con addosso la grande petroliera Texaco Westminister in manutenzione, si addossò al Molo Vittorio Veneto arrecando non pochi danni alla testa della struttura.

Allo stesso modo, un altro bacino di carenaggio di 19mila tonnellate contenente la nave Ferngulf (nella foto), si addossò al Molo S.Lucia; il continuo sfregamento della struttura sul molo, dovuto al moto ondoso, distrusse gran parte della banchina.

Danni ovviamente anche ai cantieri navali, con l’affondamento di alcune imbarcazioni, come la Gotze Delkev (detta "la Bulgara", e a cui sarà legata un’altra tragedia in cui persero la vita due sommozzatori durante il recupero del relitto qualche anno dopo) e il crollo di alcune gru.

Le onde raggiunsero e sconvolsero anche la Cala, ridotta a un ammasso caotico di barche e pescherecci, mentre i numerosi affondamenti resero il porto inagibile. Testimoni riferirono che il mare invase la parte bassa di corso Vittorio Emanuele, dove numerosi automobilisti dovettero fermarsi e salire sui tetti delle proprie automobili per scampare alla furia del mare.

Un vero e proprio disastro di cui principale responsabile fu, oltre all’eccezionale maltempo, il collasso della diga foranea. Quest’ultimo, evento che accese numerose polemiche sulla mancata manutenzione dell’opera, già provata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e mai riparata a dovere.

Come ricordò alla stampa, qualche giorno dopo, un responsabile del servizio antincendio dei cantieri navali: «Ho contato personalmente circa 157 fessurazioni di varia estensione lungo tutta l’opera», talmente tante le fratture e cavità mai riparate, che il sito era meta frequentata da un folto gruppo di subacquei visto l’elevato numero di tane di aragosta.

Ma esattamente cosa è successo dal punto di vista meteorologico? Dopo parecchie giornate dominate dalla presenza di un anticiclone, con temperature molto miti e condizioni di stabilità atmosferica, un affondo di aria fredda di estrazione siberiana ha puntato il Mediterraneo centrale.

La forte ondulazione della corrente a getto ha provocato il distacco di una "goccia fredda" ovvero un minimo depressionario ad alta quota senza alcuna corrispondenza al suolo. In queste condizioni l’aria fredda si trova essenzialmente sospesa sopra un volume d’aria molto più calda e leggera: un contrasto che provoca un furioso rimescolamento d’aria, con l’attivazione di poderose correnti verticali, la formazione di temporali e venti impetuosi.

L’aria fredda in sostanza viene rovesciata al suolo, per ristabilire un equilibrio atmosferico; una condizione di instabilità molto particolare, la cui magnitudo è funzione della differenza di temperatura tra le masse d’aria in gioco e anche della temperatura dell’acqua di mare.

Nel caso di Palermo inoltre la provenienza del sistema perturbato da nord est, ha giocato a sfavore della posizione del porto. In città sono caduti tra 100 e 200 mm di pioggia, a seconda della zona, e si sono registrate raffiche di vento fino ad oltre 100 km/h, mentre la temperatura dell’aria a 1500 metri crollò da oltre 16 gradi ad appena 4 gradi. Un evento eccezionale ma certamente non irripetibile. Praemonitus, praemunitus.

A Palermo, oltre i suddetti danni, si contarono 25 motopescherecci, 360 motobarche e 35 barche da pesca danneggiate o distrutte. I tecnici dell’epoca stimarono danni per 100 miliardi di lire e un pescatore, colto di sorpresa dalla furia del mare al largo di Isola delle Femmine, perse la vita cadendo dalla propria barca.

L’ondata di maltempo non colpì solo il capoluogo, ma interessò tutta la fascia costiera settentrionale della Sicilia. A Messina 12 barche da pesca andarono distrutte e 70 furono gravemente danneggiate, mentre a Trapani si contò soltanto l’affondamento di un’imbarcazione.

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