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Al teatro greco di Siracusa protagonisti la donna e il dolore

Maria Teresa de Sanctis
Attrice, regista teatrale e scrittrice
  • 12 giugno 2006

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La donna ed il dolore, questi i protagonisti delle due tragedie del XLII Ciclo di rappresentazioni classiche di Siracusa, “Troiane” ( regia di Mario Gas) e “Ecuba” (regia di Massimo Castri), entrambe di Euripide, il più moderno degli autori drammatici greci, colui che ha saputo leggere più approfonditamente nell’animo umano trattando nelle sue opere temi eterni, destinati a perdurare nei secoli (anzi nei millenni) perché aspetti intrinseci dell’essere umano, uomo o donna che sia. Quei sentimenti e quelle passioni, ambizioni e orgogli, ansie di potere e di vendetta, insomma quei moti dell’animo dai quali scaturiscono inspiegabili vigori e nefande bassezze, nei tempi che furono come nell’oggi, forze invisibili ma concrete che da sempre, massimo ed estremo limite dell’uomo, insieme sua forza e debolezza, ne condizionano e determinano il destino.

E della donna e del dolore delle tragedie rappresentate in questi giorni diciamo subito: sia in “Troiane” che in “Ecuba” è la donna che subisce e si fa portatrice di quel che la guerra, venefica realtà di tutti i tempi, ha portato, però un distinguo è necessario. Entrambe le tragedie ci raccontano di un tempo che si consuma in quel terribile dopoguerra dove tutti gli accadimenti sembra (ma sappiamo bene che non è così) siano di second’ordine perché oscurati dal massimo male ormai compiutosi, la guerra con le sue distruzioni.



Anzi aggiungiamo che per chi vedesse prima “Troiane” e poi “Ecuba”, netta sarebbe la sensazione di assistere ad un continuum della stessa azione, un dopoguerra di dolore e morte appunto. Però nella prima tragedia, le "Troiane", la cui regia chi scrive ha preferito apprezzandone la misura, lo spazio dato al ritmo interno del verso, al potere della parola che non richiede urla ma che da sola riempie i cuori e lascia attoniti per sconforti sempre veri, la rappresentazione della vicenda è corale e alla dolente madre Ecuba sempre in scena, la bravissima e intensa Lucilla Morlacchi, si affianca il coro mesto e dolente anch’esso, eppure dinamica e multiforme presenza nell’azione.

In uno scenario di lutto e rovina (belle le scene e i costumi di Antonio Belart), come di un palazzo distrutto e annerito dal fuoco ancora ardente qua e là, segno di una sofferenza ancora in fieri, il coro ed Ecuba piangono i loro lutti di guerra in lamenti accorati e pervasi da una desolazione che si esaurisce sgomenta di fronte alla morte del piccolo Astianatte, figlio di Ettore ed Andromaca. E quindi queste donne, unica cosa ormai col dolore la cui voce trova un’ottima via anche attraverso i canti (voce solista di Simonetta Cartia) e il valido commento musicale (di Orestes Gas), assistono al racconto di quel che sarà il destino delle tre principesse, Cassandra (Cristina Spina, molto brava), Andromaca (Angela Dematté) ed Elena (Giovanna Di Rauso).

Tra gli altri interpreti, molto intenso nelle diverse sfumature il Taltibio di Luca Lazzareschi. Ma non è solo il dolore dei vinti quel che giunge allo spettatore, partecipe e assolutamente coinvolto dallo svolgersi dei fatti grazie ad un allestimento parco che lascia il massimo spazio possibile alla bellezza e alla forza del testo nella traduzione di Laura Pepe (per inciso la piccola interruzione della rappresentazione dovuta alla pioggia insistente e fastidiosa che ha disturbato gran parte dello spettacolo da noi visto nulla ha tolto alla magia della scena!). È la sofferenza di tutti, vinti e vincitori, è il trionfo, ieri come oggi come sempre, del demone della guerra che eternamente alberga nel cuore degli uomini alimentato da un’inestinguibile sete di potere.

E ancora innumerevoli sarebbero da riportare le bellissime frasi di Euripide che riecheggiano nel cuore di chi ha assistito allo spettacolo e che l’intensa e poco declamata recitazione degli interpreti ha offerto al pubblico in una messa in scena ottima espressione della classicità dell’opera e nello stesso tempo assai vicina allo spettatore contemporaneo. Ce ne sia concessa una per tutte: «Nessuno nato sotto una buona stella può dirsi felice prima di morire».

In “Ecuba” invece, l’altra tragedia, sempre protagonisti la donna e il dolore di cui dicevamo all’inizio, qualcosa si muove diversamente: la sofferenza della dolente madre qui diventa azione nel compimento di una terribile vendetta nei confronti di Polimestore, il re tracio al quale la regina di Troia aveva invano affidato, per metterlo in salvo, il più giovane dei suoi figli, Polidoro, e che invece l’infido sovrano uccide. Uno splendido canto con la voce di bimbo (Costanza Cutaia), delicata espressione di profonda afflizione, accompagna tutta la tragedia nel suo svolgimento, eppure i toni ora troppo gridati, ora troppo pervasi da un’ironia fuori luogo (Ecuba nel dialogo con Polimestore sembra quasi essere una parodia di se stessa) rendono la messa in scena noiosa e molto distante dallo spettatore che più che assistere non fa.

Anche il coro è poco incisivo in dinamiche già viste e monotone (la valigia con la quale si accompagnano tutte le donne, per esempio): unica eccezione la presenza di una violinista che ogni tanto regala intensi momenti poetici con la sua musica in una scena assai spoglia ma efficace (scene e costumi di Maurizio Balò). La regia di “Ecuba” è di Massimo Castri, la protagonista è Elisabetta Pozzi, la traduzione è di Umberto Albini e Vico Faggi. Le due tragedie si replicano ancora, sempre a giorni alterni, fino al 25 giugno.

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