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“Oklahoma City”, solo il domandare ci resta

Maria Teresa de Sanctis
Attrice, regista teatrale e scrittrice
  • 28 aprile 2004

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Un uomo dall’aspetto dolente, l’andatura incerta, il capo chino soverchiato dalle tante domande alle quali non sembra sia concessa alcuna risposta. Il suo vagare fra i fantasmi della propria esistenza fino ad una mitica “Oklahoma City” è quello che i bravi attori e le immagini visionarie offerte dalle tante scene composite in continuo dinamismo ci raccontano nello spettacolo di Gianfranco Perriera, suo il progetto e la regia, “Oklahoma City (secondo Kafka)”, andato in scena a Palermo il 23 aprile scorso al teatro San Francesco di Sales (con Roberto Burgio, Maurizio Spicuzza, Elena Pistillo, Giulio Giallombardo, Diana D’Angelo, Salvo Equizzi, Ilaria Intravaia, Salvo Cammarata; scene e costumi Giovanni Dilani,  aiutoregia Salvo Cammarata), un lavoro il cui testo risulta dalle visitazioni del regista di vari racconti e romanzi di Kafka e in particolare dal romanzo “America”.

E se da un lato è il linguaggio metaforico a trovare un’adeguata risonanza in alcune delle figure che animano la scena fantastica che il regista ha saputo costruire e inventare attingendo alle creazioni dell’autore, dall’altro è proprio il testo che rivelando la sua origine di parola scritta appesantisce lo scorrere del racconto scenico ricco peraltro di apprezzabili momenti iconografici. Assai toccante fra le altre la scena dell’angelo appeso che in mezzo ad inquietanti bianchi figuri incappucciati invoca un angoscioso lamento, per lui ormai unica espressione possibile del suo canto. Belli i costumi e molto bravi tutti gli attori.

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