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“Ubù c’è”, la forza degli uomini liberi

Maria Teresa de Sanctis
Attrice, regista teatrale e scrittrice
  • 29 gennaio 2007

Uno spettacolo corale e tragicomico dove l’insensato svolgimento degli avvenimenti rende difficile distinguere il vero dal falso, un’aula scolastica con degli studenti indisciplinati che sembrano essere un tutt’uno con i loro stessi banchi. Stiamo parlando di “Ubù c’è”, diretto da Giancarlo Cauteruccio (con Fulvio Cauteruccio, Alida Giardina, Daniele Bartolini, Roberto Visconti, Francesca Cipriani, Massimo Bevilaqua, Daniele Melissi, voce di Guillaume Apollinaire Giuliano Compagno, voce russa Olga Tsvetkova, coordinamento parti corali Franco Piacentini, costumi e progetto scenico Massimo Bevilacqua, Loreley Dionesalvi, Federica Fabbri e Mirco Greco coordinati da André Benaim e Giancarlo Cauteruccio, luci Trui Malten, prologo in video Jean Baudrillard, una produzione Compagnia Teatrale Krypton), tratto da “Ubu Roi” di Alfred Jarry, nella traduzione e adattamento di Giuliano Compagno, in scena al teatro Bellini di Palermo (nella piazza omonima) dal 6 all’11 febbraio, in cartellone per la stagione del Biondo. Alfred Jarry, l’autore di quest’opera fondamentale per il teatro moderno, scriveva: «L'indisciplina cieca, di tutti gli istanti, costituisce la forza principale degli uomini liberi», volendo sottolineare probabilmente la qualità pura del suo teatro.



È da questo pensiero che prende corpo il progetto della compagnia Krypton, dando forza così alla logica dell’indisciplina e su questa basandosi nell’adottare una forma espressiva combinata tra il reale e il virtuale, tra il tempo concreto e il tempo astratto. La regia di Cauteruccio (a novembre a Palermo ha diretto “La marcia” di Koltès) crea infatti una sperimentale interazione fra attori reali con altri personaggi elaborati virtualmente e restituiti quali marionette digitalizzate e generate direttamente dal computer. La scena rappresenta una sorta di aula scolastica nel cui sfondo, come su un’enorme lavagna luminosa, si materializzano le visioni di un mondo alla deriva dove isteria, sogno e follia si compenetrano. Scegliendo questa ambientazione il regista se da un lato rievoca la genesi del testo originario scritto da Jarry proprio fra i banchi di scuola, quando era ancora studente al liceo di Rennes, come parodia del trombonissimo professor Herbert, dall’altro richiama da vicino l’aula della struggente “Classe morta”, celebre opera creata trent’anni fa da Tadeusz Kantor, rendendo così omaggio al grande regista polacco. Ma c’è dell’altro. Gli studenti impertinenti dell’aula scolastica di Cauteruccio si muovono utilizzando i banchi quali vere e proprie protesi dei loro corpi volutamente marionettistici.

In questo il regista sembra fare riferimento a quel secondo montaggio dell’ “Ubu” realizzato dal suo stesso autore al Théatre des Pantins nel gennaio del 1898. La caratterizzazione delle marionette voluta per i personaggi fu ideata infatti da Jarry, evidenziandone quindi il profilo grottesco e simbolico e ponendo in termini volutamente critici il ruolo del protagonista e dei suoi comprimari. Questo progetto entra a pieno diritto nel percorso di ricerca dei Krypton, costituendo un momento di rielaborazione delle origini di quel teatro beckettiano che tanto deve alla visionaria intuizione di Alfred Jarry. E la compagnia di Gianfranco Cauteruccio tanto ha lavorato sul teatro di Beckett da sentire naturale il confrontarsi con Jarry, autore al quale si deve l’origine del teatro moderno e al quale è da attribuire il più completo e riuscito tentativo di superamento e del teatro naturalista da un lato e di quello simbolista dall’altro. La scelta del coniugare nuove tecnologie con il linguaggio teatrale, propria della compagnia Krypton all’insegna di una demistificazione del teatro, trova un ottimo spazio di realizzazione in quest’opera nella quale lo smascheramento dell'illusione fonda e materializza il teatro, e allo stesso tempo lo demistifica. Per prenotazioni ed informazioni rivolgersi al botteghino del Teatro Biondo allo 091.7434341.

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