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"Volver", quando la morte non fa paura

Maria Teresa de Sanctis
Attrice, regista teatrale e scrittrice
  • 29 maggio 2006

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Volver (Tornare)
2006, Spagna
di Pedro Almodovar
con Penélope Cruz, Lola Dueñas, Blanca Portillo, Carmen Maura, Yohana Cobo, Chus Lampreave, Leandro Rivera

Saggezza vuole che si consideri che non sempre le cose sono quel che sembrano e, saggezza a parte, talvolta anche la morte sembra non esistere. E parte proprio dalla morte, e in un universo tutto al femminile dove gli uomini fanno solo da cornice, l’ultimo film, molto bello, di Pedro Almodovar, “Volver”, tornare. Qui si racconta di quel luogo magico dell’esistenza che è la memoria, il luogo dei ricordi che sono anche sogni, desideri, attese, e il regista riesce a farlo magistralmente con una storia profondamente intrisa di un’aura favolosamente positiva, nonostante le vicende trattino di morti, tradimenti e piccole e grandi bugie. Quel che colpisce, senza peraltro apparire esagerato, sono i colori chiari e sereni dell’esistenza con la quale la vita della bella e forte Raimunda (una splendida e intensa Penelope Cruz, per questa interpretazione paragonata alla Loren nazionale e alla Magnani, qui citata con alcune scene del film “Bellissima”), della timida di lei sorella Sole (Lola Dueñas) e della loro madre Irene (Carmen Maura), scorre pur se lungo un percorso funestato da violenti accadimenti.



Sin dalle prime immagini il film ci parla di morte, ma con serenità, senza indurre timori, bensì mostrandola come parte della vita (un cimitero quasi allegro, brulicante di donne che puliscono sepolture), inducendoci a pensarla persino come “non morte”: in questo ci aiuta una realtà ricca di superstizioni, quale è quella del paesino quasi surreale de La Mancha spagnola, luogo funestato da incendi a causa del forte vento che constantemente lì imperversa e che fa sì che “in tutti i suoi abitanti vi sia un briciolo di pazzia”, dove Raimunda è cresciuta in un ambiente tutto femminile assai vicino a quello dei ricordi di infanzia del regista. E l’animo muliebre con la sua emotività, solidarietà, complicità, è stato il vero protagonista degli ultimi lavori di Almodovar, regista attento quanto pochi altri alle esigenze della sensibilità femminile. Infatti è questo universo pregno di emozioni, intriso di amore, cura dell’altro, quello che ci racconta il regista, in definitiva qui coincidente con quello degli affetti sinceri, quelli dell’infanzia, affetti che popolano la memoria di ricordi, i ricordi, sì, i soli in grado di alleviare l’infelice esistenza dell’uomo, misero essere che sa di dover morire.

Ecco quindi la morte, serenamente accettata come parte della vita, e le donne, che della vita ne sono l’origine. E il tornare, il volver appunto, afferma l’importanza dell’avere il luogo dove tornare, il luogo dal quale siamo venuti, il luogo che sancisce la nostra origine, la nostra vera appartenenza. Una storia che trae forza da un passato vissuto senza rimpianti e che si arricchisce di nuove verità, in un presente dove fa capolino anche la critica a una certa televisione (nel film esplicitamente definita “spazzatura”) di oggi. La consueta bizzarria di Almodovar, col tempo comunque molto affievolita (chi ricorda l’estro creativo e grottescamente osé delle sue opere precedenti il film che lo ha fatto conoscere ai più, “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” del 1988?), qui cede il posto alla poesia che, con la bellezza dei caldi colori delle immagini e l’ironia sempre presente nel tessuto narrativo, riesce a deliziare e coccolare l’animo dello spettatore con una trattazione eccellente di temi assai profondi. Ottimo tutto il cast di attrici fra le quali ricordiamo l’almodovariana per eccellenza, Carmen Maura. Bellissimi infine anche i titoli di coda in una fantasiosa e delicata sequenza di colori e forme a chiusura di quello che non esitiamo a definire un bel regalo per lo spirito.

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