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Mario Francese, il giornalismo vero e il suo intuito ineguagliabile: 42 anni fa la mafia lo uccideva

​​​​​​​Quando venne assassinato stava attendendo la pubblicazione di un suo dossier su mafia e appalti, pubblicato postumo come supplemento al Giornale di Sicilia

Balarm
La redazione
  • 26 gennaio 2021

Chissà quante altre storie di malaffare e intrighi di questa terra, Mario Francese ci avrebbe raccontato se la mafia non lo avesse ammazzato 42 anni fa.

Era la sera del 26 gennaio del 1979 quando fu ucciso a colpi di pistola mentre rientrava a casa in viale Campania. Aveva 54 anni.

Vogliamo ricordarlo con questo video, sia perché siamo abituati generalmente a vederlo in foto o a leggere di lui e invece sentire la sua voce, vederlo "in vita", ha tutto un altro effetto, sia perché dà appieno l'idea del grande giornalista che era, del modo in cui viveva il territorio, della conoscenza che aveva e, più di tutto forse, del suo essere un attento e acuto osservatore, attento ad ogni dettaglio, capace nonostante la gravità della situazione e la tensione, a fare il suo mestiere.

In queste immagini Mario Francese rilascia un'intervista a Giancarlo Licata di Telesicilia sul triplice omicidio alla Vucciria di cui il giornalista è stato testimone oculare il 15 Aprile 1978.



Di seguito poi lasciamo una breve biografia sulla sua vita, pubblicata dal Ministero dell'Interno.
"Mario Francese nacque a Siracusa il 6 febbraio del 1925, terzo di quattro figli. Finito il ginnasio nella sua città, decise di trasferirsi a Palermo a casa di una zia, la sorella della madre, per completare il liceo e poi frequentare l'Università. Conseguita la maturità classica, decise di iscriversi alla facoltà di Ingegneria.

Voleva però essere indipendente economicamente e cominciò così a lavorare in qualità di telescriventista dell'ANSA. Il suo sogno di giornalista cominciò quando iniziò a collaborare con il quotidiano "La Sicilia" di Catania. Essendo precario cercò un lavoro che gli permettesse di avere uno stipendio sicuro, ed entrò alla Regione come "cottimista" il 1° gennaio 1957, divenendo successivamente capo dell'ufficio stampa all'assessorato ai Lavori pubblici, assunto in modo definitivo nell'ottobre del 1958.

Nel frattempo intraprese una collaborazione con "Il Giornale di Sicilia" di Palermo. Il 30 ottobre dello stesso anno Mario Francese si sposò con Maria Sagona, da cui ebbe quattro figli maschi. Nel 1968 si dimise dalla Regione, lasciando il posto fisso, per lavorare a pieno nel Giornale di Sicilia come cronista giudiziario, entrando in contatto con gli scottanti temi del fenomeno mafioso.

Divenuto giornalista professionista si occupò della strage di Ciaculli, del processo ai corleonesi del 1969 a Bari, dell'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e fu l'unico giornalista a intervistare la moglie di Totò Riina, Antonietta Bagarella. Fu uno dei primi a capire cosa stesse accadendo all'interno di Cosa nostra negli anni Settanta, raccontando l'ascesa dei corleonesi Riina e Provenzano.

Francese scavò anche sulla pioggia di miliardi giunta dal Governo per la ricostruzione post terremoto del Belice che andava a toccare ben tre province: Trapani, Palermo e Agrigento. Scoprì che alla base del forte scontro interno mafioso c’erano soprattutto i soldi stanziati per la costruzione della diga Garcia (alcuni terreni erano dei cugini Salvo, legati al democristiano Salvo Lima).

E nel settembre del '77 arrivò a pubblicare un'inchiesta in sei puntate dove descriveva tutta la rete di collusioni, corruzioni ed interessi che si erano sviluppati per la realizzazione della diga. E fu in quella occasione che Mario Francese spiegò che dietro la sigla di una misteriosa società, la Risa, si nascondeva Riina, a quell'epoca considerato quasi come un fantasma, pienamente coinvolto nella gestione dei subappalti relativi alla costruzione della diga stessa.

E proprio su quel rapporto tra mafia e politica, inserito nel contesto della gestione degli appalti, insisteva con determinazione.

Quando venne assassinato, Francese stava attendendo la pubblicazione di un suo dossier su mafia e appalti, pubblicato postumo come supplemento al Giornale di Sicilia. Un ritardo di cui il giornalista si lamentò con diversi colleghi, ritenendo che “fosse uscito dalla redazione”.

Francese venne ucciso, davanti casa, da Leoluca Bagarella mentre stava rientrando dopo una dura giornata di lavoro. Era la sera del 26 gennaio 1979. Da lì a poco avrebbe compiuto 54 anni.

Fu ucciso perché come si legge nella motivazione della sentenza della Cassazione che condannò esecutori e mandanti di quel delitto, Mario Francese possedeva “una straordinaria capacità di operare collegamenti tra i fatti di cronaca più significativi, di interpretarli con coraggiosa intelligenza, e di tracciare così una ricostruzione di eccezionale chiarezza e credibilità delle linee evolutive di Cosa Nostra”.

Abile ad anticipare gli inquirenti nell'individuazione di nuove piste investigative, rappresentava un pericolo per la mafia, in quanto era capace di individuarne il programma criminale.

Il delitto di Mario Francese aprì una serie di omicidi mafiosi a ripetizione, dal segretario provinciale della Dc, Reina, al capo della squadra mobile Boris Giuliano, fino ad arrivare al giudice Cesare Terranova ed al presidente della Regione Piersanti Mattarella. L'omicidio del giornalista cadde nel dimenticatoio, tanto che l'inchiesta venne archiviata. Ci vollero anni per riaprirla".

Quello che il Ministero non scrive e che aggiungiamo noi è che fu grazie al figlio Giuseppe, il più piccolo dei quattro e che spese l’ultima parte della sua vita nella ricostruzione dell’assassinio del padre, se l’inchiesta fu riaperta e se si arrivò al processo contro mandanti ed esecutori.

L'11 aprile 2001 il processo si concluse con le condanne di condanne Totò Riina, Francesco Madonia, Leoluca Bagarella (l'esecutore materiale), Antonino Geraci, Giuseppe Calò, Michele Greco e Giuseppe Farinella. E l'omicidio di Mario Francese venne riconosciuto come un "delitto di mafia".

Purtroppo quel ragazzo che portava una ferita sul cuore troppo grande, si tolse la vita prima del processo d'appello, nella notte tra il 2 e il 3 settembre 2002 nella sua abitazione. Una vittima innocente di mafia anche lui.
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