No ai voti in classe e niente aule "fisse": la ricetta anti-dispersione di Giusto Catania
Quest'anno il preside e i docenti hanno preso una decisione più radicale partendo da un'idea semplice: sottrarre tempo alla valutazione per darne di più all'insegnamento
Giusto Catania
Quest'anno il preside e i docenti hanno preso una decisione più radicale: nessun voto numerico fino a giugno, nessuna valutazione intermedia, nessun trimestre o quadrimestre. Solo didattica. L'idea è semplice: sottrarre tempo alla valutazione per darne di più all'insegnamento. Ma per arrivare a questa scelta hanno costruito un processo nel tempo, lentamente, cambiando prima altre cose.
«Quest'anno abbiamo fatto tre collegi dei docenti solo sul tema della valutazione - precisa Giusto Catania -. Una discussione seria, vera, non un'imposizione. L'anno scorso avevamo già provato a inserire questo elemento ma non ce l'abbiamo fatta, abbiamo ritenuto che non fosse il momento, che serviva un passaggio graduale».
La prima cosa che il preside ha fatto, due anni fa, è stata organizzare la didattica per ambienti di apprendimento. Si tratta di aule "tematiche": non c'è più la classe fissa e il docente che va in giro. C'è l'aula d'arte, l'aula di musica, l'aula di scienze, l'aula di italiano, l'aula di inglese. Sono gli studenti che si spostano.
«Anche lo stesso spostamento da parte delle studentesse e degli studenti è un fatto didattico. Aiuta, migliora la concentrazione, questi 3-4 minuti di spostamento tra una materia e l'altra consentono agli alunni di scaricare e di ricominciare. Entrare in un assetto di aula che già ti predispone all'attività didattica aiuta, entri in un assetto di aula e già sai che quella è l'aula di musica perché ci sono gli strumenti».
All'inizio i docenti erano preoccupati, ma alla fine gli studenti hanno imparato: «Adesso sanno che finiscono l'ora di francese e devono andare nell'aula di inglese e si spostano autonomamente. Abbiamo costruito un processo anche di autonomia da parte delle studentesse e degli studenti».
Il secondo investimento è stato sugli spazi comuni: «È da 100 anni che la pedagogia dice che l'ambiente è uno spazio di apprendimento, che l'ambiente educa, che lo spazio educa». Così la scuola ha potenziato la biblioteca e creato nuovi spazi: una palestra, un cinema, uno spazio teatrale, un campetto all'aperto, un orto didattico, un'aula della calma.
L'aula della calma è un progetto realizzato da una dottoranda dell'università di Firenze con l'obiettivo di coinvolgere attivamente gli alunni e le alunne nella progettazione e nella trasformazione condivisa di un ambiente comune della scuola, attraverso laboratori in cui potranno elaborare idee per ripensare lo spazio secondo i propri bisogni, desideri e modalità di relazione.
«La nostra biblioteca è uno spazio fondamentale per l'attività didattica. Sei anni fa avevamo una biblioteca malridotta, con pochi libri, oggi abbiamo una biblioteca che fa invidia, abbiamo cinquemila volumi, di questi duemila già sono catalogati e sono online».
Il cinema è diventato strumento didattico: «Facciamo la didattica partendo dal cinema. L'anno scorso abbiamo organizzato un corso di storia partendo dal cinema, si vedeva un film che aveva un carattere storico e da lì si costruiva il percorso storico. Ogni mese facciamo una programmazione cinematografica a scuola. Il mese di gennaio è dedicato ai temi della Shoah, ai temi della Seconda guerra mondiale e a come la Shoah ha un'implicazione sulla vita attuale».
La terza innovazione sono le compresenze: «Entrano in classe due docenti. Nell'aula d'arte c'è anche l'insegnante di francese e allora l'espressionismo, l'impressionismo lo fai in francese e in arte. Nell'aula di tecnologia entra l'insegnante di storia e scopri che alcune cose che fai in tecnologia le puoi fare con la storia, con la rivoluzione industriale».
La quarta operazione è quella dei voti. Dare più spazio alla didattica e sottrarre spazio alla valutazione: «Nella scuola si perde molto più tempo a fare la valutazione che a fare la didattica. Un docente fa la metà del tempo e spiega, la metà del tempo interroga. Il mese di gennaio è il mese delle interrogazioni e praticamente l'attività didattica è solo funzionale alle interrogazioni. L'alunno non impara perché deve imparare, l'alunno impara quel tanto indispensabile che gli serve per arrivare alla sufficienza alla fine del quadrimestre».
Così preside e docenti hanno eliminato l'organizzazione per trimestre o quadrimestri. Una sola valutazione alla fine dell'anno: «Questo ha portato a migliorare i rapporti con le famiglie perché non avendo una valutazione intermedia hai la necessità di rendicontare alle famiglie più spesso».
L'ultima cosa è come fare la valutazione: «Abbiamo pensato che la valutazione numerica non sia efficace, un alunno che prende sei non è uguale al suo compagno che prende sei, c'è una sorta di omologazione legata al voto numerico. Invece pensiamo di partire analizzando i punti di forza e i punti di debolezza di ciascun alunno e su ciascun alunno organizzare l'attività didattica, monitorando il livello di crescita, il livello di miglioramento».
Senza voto numerico nessuno copia più: «Si fa di tutto per nascondere l'errore, anche copiare, e scopri che magari prendi un buon voto perché hai copiato e non hai capito. In assenza del voto numerico uno studente non copia perché non ha l'ansia del voto».
La scuola punitiva qui non deve esistere: «È da anni che non facciamo più le sospensioni mandando la gente a casa, ma facciamo le sospensioni o le attività punitive facendo attività funzionali o utili alla collettività. I nostri ragazzi che ricevono delle sanzioni disciplinari vanno nelle classi della scuola primaria ad aiutare i bambini più piccoli a fare i compiti. Favoriamo l'educazione tra pari. È da cento anni che si dice che si impari di più tra pari che nel rapporto tra docente e discente, però non si fa, non si applica».
Quest'anno nessuno studente ha lasciato la scuola: «Noi fino all'anno scorso avevamo una ragazza in dispersione, una sola. Non siamo riusciti a recuperarla, pur avendo fatto onestamente di tutto, siamo andati a casa a prenderla, ma non ce l'abbiamo fatta. Quest'anno invece tutti sono rimasti. Noi siamo felici del risultato in questo momento al CEP. Ed è una cosa bellissima».
Ma come ci sono arrivati?: «Gli alunni vengono più volentieri a scuola, abbiamo di fatto abbattuto il tasso di abbandono e di dispersione, ma non l'abbiamo fatto con processi ricattatori o vessatori. Lo facciamo innovando la didattica. Solo in questo modo si migliora la dispersione scolastica o addirittura l'abbandono scolastico. Se sei nelle condizioni di rendere più attrattivo il tuo insegnamento e il tuo processo educativo, ottieni questi risultati».
Dove c'è più fragilità sociale serve una scuola più accogliente e meno punitiva. Infatti, Al CEP lo hanno capito e lo stanno dimostrando gradualmente.
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