Nuovo farmaco alternativo alla chemio: in quali casi serve e perché manca in Sicilia
Il caso dopo l'appello di alcuni pazienti. Il farmaco è in sperimentazione e c'è un motivo se non è ancora disponibile nell'Isola. L'intervista all'oncologo Valerio Gristina
A riportare l’attenzione su questo farmaco in Sicilia è stata la storia di una paziente palermitana che ha raccontato di non poter accedere alla terapia senza spostarsi fuori regione. Non perché non esista, ma perché è disponibile solo in alcuni centri.
Da qui la necessità di capire che cos’è davvero, a chi può servire e perché, oggi, non è alla portata di tutti. Per farlo, lo abbiamo chiesto a Valerio Gristina, ricercatore in tenure track di Oncologia medica del Dipartimento MEPRECC (Medicina di Precisione in Area Medica, Chirurgica e Critica) dell’Università degli Studi di Palermo e dirigente medico oncologo presso l’azienda ospedaliero-universitaria Policlinico Paolo Giaccone di Palermo.
«Lo Zidesamtinib è un farmaco di nuova generazione ancora in fase sperimentale e appartiene alla categoria delle terapie a bersaglio molecolare», spiega. Ciò significa che, a differenza della chemioterapia tradizionale, che colpisce tutte le cellule che si dividono rapidamente, questi trattamenti agiscono su un bersaglio preciso.
«In questo caso - continua - il bersaglio è una proteina chimerica anomala prodotta da un riarrangiamento cromosomico che fonde il gene ROS1 a un altro gene partner, creando una proteina che è permanentemente attiva e guida continuamente la crescita delle cellule di alcuni tumori del polmone non a piccole cellule». Si tratta però di una condizione rara: «Parliamo di circa l’1-2% dei pazienti nella pratica clinica».
Non è il primo farmaco di questo tipo. «Abbiamo già altre terapie attive contro ROS1, almeno due già approvate e disponibili, oltre alla chemioterapia tradizionale a base di platino e pemetrexed», precisa Gristina. Lo zidesamtinib si inserisce in questo scenario come un’opzione ulteriore, pensata soprattutto per affrontare un problema frequente: la resistenza ai trattamenti. «Con il tempo il tumore sviluppa mutazioni che rendono meno efficaci le cure iniziali. Le nuove molecole vengono progettate proprio per superare queste resistenze».
I dati disponibili, per ora, sono preliminari. «Parliamo di uno studio di fase 1-2, quindi restano dati da studio a braccio singolo, che non equivalgono ancora a una dimostrazione definitiva di superiorità rispetto alle alternative già esistenti». Quello che si osserva, però, è soprattutto la sorprendente attività e sicurezza della molecola, cioè la capacità di far regredire la malattia a fronte di una promettente tollerabilità. «Nei pazienti già trattati con altri inibitori di ROS1 si registra una risposta intorno al 40%, che può arrivare al 50% in chi ha ricevuto farmaci meno potenti in precedenza».
Numeri considerati promettenti, ma da interpretare con cautela. «Questo vuol dire che circa metà dei pazienti risponde e metà no. È tuttavia interessante notare l’importante tollerabilità del farmaco rispetto alle terapie oggi disponibili e come l’attività della molecola cresca significativamente nei pazienti non pretrattati con un inibitore selettivo di ROS1».
Anche la durata della risposta, che può arrivare fino a circa un anno, è un dato incoraggiante ma ancora parziale. Così come ancora in fase di valutazione è l’attività sulle metastasi cerebrali, frequenti in questo tipo di tumore: «I dati più completi, sebbene promettenti su questa coorte di pazienti, verranno presentati quest’anno», racconta l’oncologo.
Se i risultati sono ancora in costruzione, lo è anche la possibilità di utilizzarlo. Ed è qui che nasce gran parte della confusione. «Lo Zidesamtinib non è approvato e non è rimborsato dal servizio sanitario nazionale; si tratta di un farmaco ancora in iter regolatorio. È disponibile solo attraverso programmi di accesso allargato gestiti dall’azienda farmaceutica che lo ha sviluppato». In questo caso, la scelta è stata quella di limitare la distribuzione a pochi centri in Italia, tra cui Milano, Roma e Bari: «Si tratta di strutture che avevano già partecipato alla sperimentazione».
A confermarlo è anche l’assessore regionale alla Salute Daniela Faraoni, che sottolinea come «la terapia sia attualmente disponibile solo nell’ambito della fase sperimentale e non sia ancora inserita nel prontuario. L’azienda produttrice - spiega - ha escluso la possibilità di offrirlo al di fuori di queste modalità, rendendone quindi impossibile l’utilizzo nelle altre strutture. Quando sarà autorizzato, aggiunge, la Regione sarà pronta a inserirlo nei protocolli terapeutici previsti».
Al momento, quindi, un paziente siciliano, per intraprendere questo percorso, deve spostarsi. Ma non è una questione locale. «Non è un problema della Sicilia», precisa Gristina. «È lo stesso per chi vive in altre regioni senza uno di questi centri. Anche dal Piemonte o dalla Val d’Aosta bisogna spostarsi». Una dinamica che dipende più dalle strategie delle aziende farmaceutiche e dall’organizzazione degli studi clinici che da una reale disparità regionale nell’accesso alle cure.
Anche perché, sottolinea, alternative terapeutiche esistono. «Ci sono anche altre opzioni. Oltre a crizotinib, entrectinib e alla chemioterapia, ci sono altri inibitori di ROS1 che possono essere utilizzati anche off label, previa autorizzazione del comitato etico». Farmaci come repotrectinib o lorlatinib, che in alcuni casi possono offrire benefici, sebbene gravati da maggiori e diverse tossicità. «Ogni scelta va comunque valutata sul singolo paziente, sulle condizioni cliniche e sul percorso già fatto».
Il punto, quindi, non è solo la presenza o meno del farmaco, ma il contesto in cui si inserisce. «Questi studi riguardano patologie rare, con pochi pazienti. Per questo spesso non abbiamo confronti diretti con le terapie già esistenti». E proprio perché i pazienti sono pochi, è difficile ottenere in tempi brevi dati solidi sull’impatto a lungo termine, come la sopravvivenza: «Servono tempo e numeri che in queste patologie, assimilabili a vere e proprie malattie rare, non sono facili da raggiungere», aggiunge l’oncologo.
Nel frattempo, queste soluzioni vengono messe a disposizione in modo selettivo, attraverso studi clinici o programmi speciali. Quanto alla Sicilia, però, il quadro è meno critico di quanto si possa pensare: «Per quanto riguarda l’accesso ai farmaci oncologici innovativi, non ci sono particolari ritardi rispetto ad altre regioni. Quando un farmaco è approvato, entra nel sistema in tempi simili al resto d’Italia». Il limite, semmai, è nella distribuzione degli studi clinici: «Probabilmente al Sud ce ne sono meno - spiega Gristina - ma questo dipende spesso dalle scelte delle aziende e non da un problema strutturale della sanità regionale, che condivide gli stessi limiti e le stesse opportunità della restante sanità nazionale».
Alla fine, quindi, lo zidesamtinib resta quello che è oggi: una possibilità concreta, ma ancora in fase di definizione. Non una cura definitiva, non una soluzione per tutti, ma un tassello in più in un campo in cui ogni opzione può fare la differenza. Almeno per il momento, però, solo dentro percorsi molto specifici.
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