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Oggi party e notti bianche, ieri fuochi e dolci: il Ferragosto nella Palermo storica

Molti anni fa, a Palermo, il giorno di Ferragosto era molto sentita la festa dell’Assunta ai Cappuccini: tra i vicoli vicino piazza Indipendenza si svolgeva una grandissima festa

Santi Gnoffo
Ricercatore storico e delle Tradizioni popolari siciliane
  • 14 agosto 2019

Bambini mangiano le "gallette americane" Palermo 1943 A.M.G. Alliated Military Gouvernment Fotografo Eyerman

Molti anni fa, a Palermo, il giorno di Ferragosto era molto sentita la festa dell’Assunta ai Cappuccini, denominata dal popolo la "Madonna di mezz’Austu" o anche affettuosamente "Madonna lagnusa" perché la sua effigie è rappresentata in posizione distesa e con gli occhi socchiusi.

La chiesa di Santa Maria della Pace, veniva apparata (addobbata) di luminarie che nel buio disegnavano il perimetro di ogni apertura, di ogni finestra e la sagoma stessa della costruzione.

Anche la piazza antistante, le vie ed i vicoli che si trovavano nei pressi venivano illuminati. Nella piazza veniva collocato anche un grande palco, anch’esso addobbato di luci multicolori ed illuminato con fari, nel quale si esibivano alcuni cantanti e la banda musicale per allietare i numerosissimi partecipanti nelle varie serate, nonché, un immancabile albero della cuccagna (palo in legno cosparso di sapone con in sommità salumi, formaggi ed altri generi alimentari in premio per coloro che riuscivano a scalarlo) ed alcune giostre per il divertimento di grandi e piccini.

In via Ippolito Pindemonte, fino al Corso Calatafimi, si insediavano le bancarelle dei numerosissimi venditori di ogni tipo di cibo.

Tra i negozi del luogo, si distinguevano quel giorno la pasticceria delle sorelle Longo e l’antica pasticceria Miragliotti. In questo giorno, il principe dei dolci era il cartoccio: tipico dolce palermitano, con la forma a spirale, riempito di crema di ricotta (rigorosamente di pecora) ed alcune gocce di cioccolata fondente. La parte esterna, veniva avvolta in abbondanza di zucchero semolato che vi rimaneva attaccato.

Naturalmente vendevano altri dolci ed anche il gelato. L’odore di crema e di vaniglia si diffondeva per alcune centinaia di metri. Sul luogo c’era anche caffè ed una fila di vagoni sui quali c’erano dei sacchetti di juta, l’odore avvolgeva la zona antistante. Alla pasticceria Miragliotti era annessa anche una grande sala per ricevimenti e banchetti. Il negozio delle sorelle Longo, invece era molto piccolo.

C’erano anche due chioschetti fissi, uno era posto ad angolo tra la via Giuseppe Pitrè e la via Pindemonte e l’altro a margine della piazza Cappuccini, addobbati da filari di limoni ed arance. Entrambi vendevano il cocco ghiacciato, bibite al gusto di passito o di arancia, gassose, birra, spremute di arance o di limoni.

I più poveri compravano soltanto un bicchiere d’acqua e zammù. Nei pressi della piazza c’erano anche le postazioni del tiro al bersaglio. Si sparava con fucili a pressione contro file di oggetti posti su mensole ad altezze diverse e il premio era l’oggetto che si centrava. Con il fucile a piombini, si sparava ad un piccolo bersaglio metallico che, se colpito, provocava un forte scoppio che faceva trasalire i passanti.

Non c’erano vincite ma i ragazzi si divertivano vedendo la paura delle persone. Il giorno in cui si svolgeva la processione religiosa c’era una moltitudine di fedeli e curiosi. La vara della Madonna Assunta era addobbata di luci e di fiori, la trasportavano sia i Confrati, sia i devoti per le vie ed i Vicoli della zona.

Il percorso era molto lungo, perciò la processione iniziava alle prime ore del mattino, quando era ancora buio. Dietro la vara c’era una banda musicale. Tanta era la partecipazione della gente, già durante la notte che precedeva l’alba i fedeli provenivano da ogni quartiere a centinaia e seguivano la vara.

Ognuno arrivava con un cero accesso e una speciale carta colorata (coppo) proteggeva le fiammella dal vento. Lungo il tragitto, secondo tradizione, ogni famiglia addobbava i propri balconi con i migliori tappeti di casa o lenzuola ricamate e con luminarie composte da una serie di lampadine.

Il rientro della vara si concludeva con un rituale curioso, i portatori, simulando che la Madonna non avesse intenzione di rientrare, varcavano l’ingresso della chiesa ma subito tiravano indietro per uscirne nuovamente e questo per diverse volte, finché finalmente la vara rientrava l’ultima volta e scompariva all’interno della chiesa.

A sera tardi, dopo i consueti spettacoli musicali sul palco collocato nella piazza Cappuccini iniziavano i giochi d’artificio. I mortai, piazzati nei giardini che costeggiavano la via Siccheria, producevano un susseguire di spettacolari fuochi colorati con la finale possente masculiata.

Allora il popolino, che aveva sino a quel momento assistito in silenzio esprimeva la tipica frase: "e finieru i picciuli" (e sono finiti i soldi) e si incamminavano verso casa.

Un tempo la festa dell’Assunta era importantissima per tutta la città: iniziava il 14 agosto e durava tre giorni.

La festa iniziava con una spettacolare cavalcata alla quale prendevano parte il Vicerè ed il Senato che da Palazzo reale si snodava lungo il Cassaro ed arrivava sino alle pubbliche carceri ella Vicaria, dove alcuni condannati venivano graziati. Il giorno seguente, 15 agosto, si svolgeva il palio: uomini quasi nudi o vestiti partivano a piedi da un luogo della Città e dovevano arrivare in un luogo lontano prestabilito.

Al vincitore si regalava un paio di calzoni, un farsetto, un gallo, un’oca ed una spada. La sera si svolgeva la processione dei "cerei": macchine di legno costruite dalle maestranze cittadine che le adornavano con il proprio distintivo, sormontate dal simulacro del loro Santo protettore di cera. Da questo particolare la processione prese tale denominazione.

Anche la nobiltà, per alcuni anni, faceva partecipare i propri "Cilii", in seguito declinarono l’impegno. Oltre ai cilli delle maestranze sfilava quello dell’Arcivescovo di Palermo. I Cilii”iniziavano il loro percorso dalla chiesa di Santa Cita, le comunità religiose, invece, iniziavano il loro percorso dalla Parrocchia di San Giacomo la Marina (nei pressi di piazza San Domenico).

Iniziava la Processione il Cilio dell’Arcivescovo, un gonfalone ornato di foglie di mirto intrecciato con alcuni nastri, sostenuto da un chierico in cotta a cavallo (con un abito che arrivava alle gambe), seguito dagli ufficiali della corte arcivescovile. Seguiva la maestranza dei ferrai con un uomo a cavallo, con armi bianche (spada e pugnale) che sosteneva uno stendardo con lo stemma reale.

Seguivano le altre maestranze, che portavano a palla il loro cereo (cilio) nel quale erano apposti, affinchè fossero visibili, i migliori prodotti che avevano fabbricato.

Ogni anno si provvedeva a stilare la tabella e l’ordine con il quale dovevano sfilare le maestranze. La prima Processione dei Cilii risale al XIV secolo. In quel tempo i cinque mandamenti, o Quartieri della Città partecipavano con il proprio Cilio.

Il 15 agosto svolgevano un’altra sontuosa cavalcata e s’inoltravano sino al Contrada di Maredolce. Qui trovavano archi trionfali con fontane che erogavano acqua, vino ed olio. Altra manifestazione che si svolgeva nel terzo giorno era la regata di barche: dall’Arenella sino alla Cala.

Questa usanza si svolse per quasi cinque secoli ad eccezione dell’anno 1575 e 1624 a causa della peste che imperversò in città. In seguito fu sospesa dal 1708 al 1728. L’ultima edizione si svolse nel 1812.

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