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Palermo dà, Palermo toglie: sono andato via per un lavoro e adesso tornerei anche senza

Lui è un ragazzo come tanti: ha lasciato Palermo per inseguire l'idea di un futuro migliore, certo, forse ricco. Adesso vuole tornare, e parla col cuore ai giovani di oggi

Turi Messineo
Ospite
  • 28 maggio 2019

Cupola della chiesa del Carmine a Ballarò (foto di Vincenzo Russo della cooperativa Terradamare)

È trascorso da poco l’ennesimo Primo Maggio, si è chiuso da poco l’ennesimo sconclusionato contratto di lavoro della mia vita, ho quasi 34 anni ed è passato forse troppo tempo da quando sono andato via da casa rincorrendo il futuro.

Quando hai 21 anni, vivi in una città come Palermo e già da parecchio rimbalzi come una pallina da tennis in giro per l’Europa scoprendo che al di là della circonvallazione di viale Regione Siciliana esiste davvero tanto altro, qualcosa di brillante, di veramente attivo, non vedi l’ora di poter chiudere tutte quante le tue valigie, metterti d’accordo con i tuoi genitori, salutarli e andartene via per raggiungere un futuro migliore.

Vuoi conquistare nuove terre e finalmente iniziare a lavorare dove davvero si può. Un immaginario collettivo che ha marchiato negli ultimi anni la massima parte dei giovani della mia città, Palermo. E ci sono cascato pure io.

Toccai con mano il mondo per la prima volta grazie alla musica calpestando le strade di tantissime città diverse. Scoprii culture e civiltà nuove, notai che il mondo del lavoro viaggiava velocissimo rispetto ai canoni caratterizzanti il popolo siciliano.

Ne rimasi colpito in principio, poi pian piano capii che la differenza stava solo nel metodo, nient’altro. Il grande Nord e il Sud del nostro continente: nessuna differenza di qualità né di quantità solo modalità diverse.

Sono varie le piaghe che ammalano e invecchiano alla velocità della luce la città di Palermo rispetto a città come Bologna, Milano o Torino.

Esistono delle massime però: l’eterna paura dei poteri mafiosi che intralciano ancora oggi le attività cittadine. La sicurezza di un popolo intero, di potersi cullare sugli aiuti di un parente, di un amico, di un politico, del tempo, dei soldi. Per il resto, è proprio tutto uguale: anche la puzza dei marciapiedi.

Non esistono grandi opportunità, esistono ripetute prese in giro create apposta per mandare avanti piccole, grandi e medie aziende a seconda delle priorità.

Lavorare tanti anni per marchi enormi come H&M o Inditex, quello di Zara, Bershka, Pull&Bear, per Maisons Du Mond o per WP con cui mi ero illuso di poter ricevere più correttezza e valori morali perché azienda italiana, mi ha fatto fare meglio i calcoli.

Non saprai mai se lavori bene, benissimo, male o malissimo. Verrai da loro inserito dentro finte storie, finti contesti, spinto verso l’impossibile e spazzato via con un sorriso al quarto rinnovo contrattuale.

Mensili, bimestrali, contratti lunghi due anni con formule in lettere tipo JOC (Job On Call) non ti aiuteranno a trovare stabilità ma semplicemente a pagarti per periodi un affitto. Se non lavori non guadagni, se non ti chiamano non ricevi contributi.

Sei solo una risorsa. Talvolta non riceverai neanche un contratto aziendale ma verrai lanciato dentro al grande mondo delle Agenzie Interinali quelle tipo Open Job Metis o Adecco: alcune di queste spariscono strada facendo, altre riescono a farti sparire le ore lavorate dentro buste paga telematiche, online.

Ho visto gente frantumarsi in pezzi per semplici ispezioni di reparto, quarantenni piangere, famiglie distruggersi per trasferimenti forzati, rapporti nascosti per paura di farsi notare dai capi. Ho visto magazzini sporchi peggio delle fogne, squadre di ragazzi nord africani lavorare di notte in silenzio e tutto per mantenere intatta l’immagine di queste aziende.

Quando sono andato via, non avevo proprio idea di quanto siano importanti ad esempio i soldi: ho scritto un libro e da lì conosciuto produzioni, editori, tanto da appassionarmi e proseguire in questo campo, poi però mi sono accorto che se non ne hai abbastanza di soldi e le spalle coperte da sponsor, non riuscirai mai a viverci.

Ho lavorato nella musica italiana con grosse agenzie come DNA: sempre in nero, mai tutelato, mai una garanzia.

Dal 2015 scrivo e tatuo e lavoro a periodi alterni come “bike messenger” o corriere in bici, attenzione: non fattorino. Il vantaggio è poter stare all’aria aperta, poter parlare senza peli sulla lingua, poter incontrare il capo in strada sporco e sudato quanto te, per il resto non ci sono garanzie nemmeno qui. Continuo a non rinunciare alla musica invece.

Ho quasi compiuto 34 anni. Vorrei tornare a Palermo. Che sia con un lavoro o senza non importa più. Dovrei riuscire a resistere alle difficoltà e alla lentezza però, perché per il resto non c’è nessun problema anzi: i sorrisi non mancano mai, la povertà non è vergogna, l’umanità esiste ancora.

Spero che i giovani palermitani riescano a pensarci un po’ di più stavolta prima di andar via, carichi e pronti a coltivare i propri frutti piuttosto che volenterosi nell’inconsapevolezza.

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