Palermo immagina il futuro: apre l'Urban Center in uno degli edifici simbolo della città
Una nuova idea di spazio pubblico. Non un semplice contenitore culturale ma un luogo di partecipazione, condivisione e confronto aperto alla città. L'intervista
Il Palazzo della Zecca Niscemi a Palermo
L’Urban Center, progetto finanziato dall’Agenzia del Demanio, nasce da una domanda semplice ma rivoluzionaria: cosa può diventare oggi un immobile pubblico? Non più un luogo chiuso, distante, autoreferenziale, ma uno spazio permeabile, aperto alla città, dove cittadini e istituzioni possano finalmente incontrarsi.
«La sfida più ambiziosa è rigenerare l’immobile pubblico attraverso un cambio di prospettiva prima da parte dello Stato e poi favorendo anche un cambio di prospettiva da parte dei cittadini», spiega Arcamone. «È un modo di cambiare il paradigma dell’immobile pubblico, non più immobile chiuso su se stesso e autoreferenziale, ma un immobile aperto alla città, permeabile, fruibile dai cittadini, dove il portone non è più una linea di confine tra la comunità e l’istituzione, ma una soglia di scambio».
Parole che raccontano un progetto destinato ad andare oltre il recupero architettonico. Perché qui la rigenerazione urbana non viene intesa soltanto come trasformazione fisica degli spazi, ma come ricostruzione di relazioni, fiducia e senso di appartenenza. Dentro l’ex Palazzo della Zecca il cittadino non entra soltanto per osservare: entra per partecipare.
Anche gli elementi progettuali diventano strumenti di dialogo. «C’è un book crossing che invita il cittadino a entrare nel palazzo e a scoprire questo nuovo spazio che abbiamo progettato», racconta Arcamone, sottolineando come ogni dettaglio sia pensato per rendere il luogo vivo, accessibile e condiviso. Negli ultimi anni il termine "rigenerazione urbana" è stato spesso utilizzato in maniera astratta, quasi tecnica.
Ma il rischio, come evidenzia Arcamone, è che il confine con la gentrificazione diventi sempre più sottile. La differenza la fa la partecipazione. «Il punto di debolezza è probabilmente il progetto non condiviso, il progetto non partecipato», afferma. «Affinché questo possa accadere è importante che ci siano luoghi frequentati e abitati dalle comunità locali: professionisti, università, studenti, creativi. L’Urban Center è proprio uno spazio che diventa occasione urbana di partecipazione, condivisione e confronto».
È qui che Palermo prova a immaginare il proprio futuro: attraverso idee che nascono dal basso, dal dialogo tra istituzioni e cittadini, tra ricerca e sperimentazione. Un processo orizzontale che vuole restituire centralità alle persone e ai territori. L’Urban Center, infatti, sarà uno spazio in continua trasformazione. Un “hardware”, come lo definisce Arcamone, che ha bisogno di “software” umani, culturali e sociali per vivere davvero. «I protagonisti sono sicuramente la città e le attività saranno convegni, mostre, workshop, coworking, attività di incontro e studio.
Tutto ciò che può favorire la condivisione di idee e progetti sulla città in cui si vive». Accanto agli spazi fisici nascerà anche una rete di collaborazioni nazionali e internazionali. Il progetto prevede infatti un comitato scientifico composto dal Comune di Palermo, dall’Università di Palermo, dalla Soprintendenza, dall’Agenzia del Demanio e persino dalla Libera Università di Bruxelles, con l’obiettivo di mantenere uno sguardo aperto e internazionale. Ma la vera novità è forse il coinvolgimento diretto della società civile.
«Abbiamo attivato una manifestazione di interesse a cui hanno risposto associazioni, fondazioni, professionisti, professori universitari, studenti e cittadini che vogliono partecipare alla programmazione degli spazi», spiega Arcamone. «Tutto questo per favorire progetti di ricerca e sperimentazione sulla città». Palermo, dunque, non guarda più soltanto al proprio passato monumentale, ma prova a costruire una nuova identità urbana contemporanea. Una città che sceglie di ripensare i propri edifici pubblici come luoghi ibridi, capaci di accogliere funzioni diverse e nuove forme di socialità. «Siamo convinti che Palermo possa diventare un modello mediterraneo», afferma Arcamone.
«Questo spazio inizia a caratterizzare l’immobile dal punto di vista dell’ibridazione. Non sarà più soltanto un edificio per uffici: ci sarà un Urban Center, un bar, una food hall, spazi terrazza da vivere, e persino un’idea di co-living all’ultimo piano». Una visione innovativa che mescola lavoro, cultura, tempo libero, ricerca e vita quotidiana. Un edificio che non si spegne alla fine dell’orario d’ufficio, ma continua a vivere insieme alla città. «Ci si lavorerà, ci si potrà studiare, progettare, confrontare o semplicemente passare il tempo libero», racconta. «Per noi questo è il prototipo di un palazzo ibrido».
In una città complessa come Palermo, dove molti edifici pubblici abbandonati sono diventati simbolo di immobilismo e occasioni perdute, l’Urban Center vuole rappresentare invece un segnale concreto di fiducia nel futuro. Arcamone cita anche l’esperienza del Temporary Use ai Crociferi, oggi sede del Museo delle Città del Mondo, come esempio di un nuovo approccio al patrimonio pubblico.
«Abbiamo capito che la soluzione amministrativa tradizionale non era quella giusta e abbiamo spostato la prospettiva verso altre possibilità di utilizzo». La direzione è chiara: trasformare gli immobili pubblici in spazi vivi, capaci di creare relazioni e sviluppo culturale. «L’Urban Center è un luogo di incontro orizzontale che avvicina cittadini e istituzioni», conclude Arcamone. «Creare canali di fiducia è fondamentale in una città come Palermo per contribuire a uno sviluppo civico e culturale del tessuto urbano».
E forse è proprio questa la parola chiave che attraversa l’intero progetto: fiducia. Fiducia nella possibilità che una città possa cambiare senza perdere la propria identità. Fiducia nei giovani, nei creativi, negli studenti, nei professionisti che avranno finalmente uno spazio da abitare e condividere.
Fiducia nell’idea che la cultura possa ancora essere motore di innovazione sociale. Possiamo allora affermare che l’Urban Center non è soltanto un nuovo spazio urbano. È un messaggio. Palermo può guardare avanti. E può farlo partendo dai suoi luoghi simbolici, trasformandoli in laboratori aperti di futuro.
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