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Per gli arbëreshë fu un segno divino: così un quadro indicò il luogo in cui fondare Piana

Ecco cosa accadde ai primi arbëreshë di Piana degli Albanesi che, alla fine del XV secolo, lasciarono l'Albania a seguito dell'invasone dell'Impero Ottomano

Mario Calivà
Scrittore e drammaturgo
  • 11 febbraio 2021

Dipinto della Madonna dell’Odigitria

L'identità culturale passa, soprattutto, attraverso le pratiche e i simboli. Quest'ultimi possono essere di vario ordine o genere. Ma un ruolo fondamentale è giocato, prevalentemente, da quelli figurativi. Possiamo dire di più.

Intere nazioni o gruppi di popolazioni sparse, hanno fatto dei simboli una effige della loro identità religiosa e vi hanno fondato la loro identità. Questo è successo ai primi arbëreshë di Piana degli Albanesi, che alla fine del XV secolo lasciavano l'Albania a seguito dell'invasone dell'Impero Ottomano che voleva imporre, non solo i propri usi culturali ma anche la religione musulmana.

Così, gli arbëreshë cristiani per definizione, per amore delle proprie radici lasciarono le terre dove erano cresciuti e dove vivevano da secoli alla ricerca di un territorio dove potessero continuare ad essere quello che erano.

Quindi, attraversarono il mare e giunsero nelle coste della Puglia. Continuarono il loro tragitto fino alla Sicilia, in un luogo lontano dove non potevano essere raggiunti dai turchi. Secondo una leggenda gli esuli portavano con sé un quadro della Madonna Odigitria.



Dopo le estenuanti settimane di cammino, esausti, si fermarono a sud di Palermo ai piedi di una montagna per ristorarsi. Con grande stupore notarono che il quadro della Vergine aveva lasciato un profondo solco sulla pietra dov'era stato collocato. Per gli arbëreshë fu un segno del cielo. Il luogo era stato scelto dalla Divina Protettrice.

Lì potevano fondare il paese. Infatti, presto si recarono a Monreale per trattare con l'Arcivescovo, proprietario di quei territori e il 30 agosto del 1488 firmarono i Capitoli di Fondazione. I Capitoli di Fondazione di Piana degli Albanesi erano 16. Agli albanesi veniva concesso il privilegio di vivere secondo le leggi e le consuetudini vigenti nella città di Monreale.

Era prevista anche la concessione di 15 salme di terra a scopo seminativo, compresa entro un’area di 800 salme per costruire le loro dimore. Gli arbëreshë erano liberi di potersi muovere e di abbandonare il territorio concesso loro senza alcuna penalità e di portare armi con sé.

Potevano, inoltre, esercitare la caccia e mantenere il proprio culto che si basava sul rito greco. Subito dopo gli arbëreshë edificarono una chiesa, appunto dedicata alla Madonna Odigitria, sullo stesso sentiero in cui era avvenuto il miracolo del quadro.

Ancora oggi il santuario è meta di pellegrinaggio, soprattutto i primi quindici giorni di agosto, quando i fedeli vi si recano prima del sorgere del sole per ammirare l'alba durante la preghiera.

Come scrisse Giuseppe Schirò, il vero scopo per cui venne costruita la chiesa era quello di depositarvi l'immagine della Vergine. Tuttavia, a causa della posizione solitaria della chiesa il quadro venne affidato a uno dei più stimati cittadini della nascente comunità.

Su che fine abbia fatto oggi il quadro della Vergine vi sono opinioni contrastanti: c'è chi afferma che si tratta solo di una leggenda, chi, invece, suppone che sia stato incastonato sulla statua della Madonna che ogni anno, il 2 settembre, viene portata in processione, altri ancora, invece, pensano che si trovi a Biancavilla, altra comunità siciliana di immemore origine arbëreshe.

È probabile che ci si trovi di fronte al mito che nasce dal tentativo di dare esplicazione delle proprie origini affinché fosse possibile assegnare carattere sacro e divino alla nascita della comunità arbëreshe di Piana degli Albanesi. Leggenda o no, per gli arbëreshë resta il miracolo di aver mantenuto quasi intatta la lingua e le tradizioni per più di mezzo millennio.
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