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Per i palermitani è una ferita ancora aperta: "La verità migliore" su montagna Longa

Un film sulla tragedia di 54 anni fa avvenuta sopra l’aeroporto di Punta Raisi. Qui, il 5 maggio del 1972, cadde il volo Alitalia 112, un DC-8 con 115 persone a bordo

Tancredi Bua
Giornalista
  • 5 maggio 2026

La croce su Montagna Longa che ricorda le vittime del disastro aereo del 1972

Per i siciliani, in particolare quelli dell’hinterland palermitano, il 5 maggio è una ferita ancora aperta, una cicatrice di roccia ed erba che si estende per tutta la dorsale di montagna Longa, a cavallo tra i comuni di Cinisi e Carini, proprio sopra l’aeroporto di Punta Raisi. Qui, il 5 maggio del 1972, cadde il volo Alitalia 112, un DC-8 con 115 persone a bordo.

In tanti rientravano in Sicilia per le elezioni che si tennero di lì a due giorni, fra domenica 7 e lunedì 8 maggio 1972. Non ci fu nessun superstite. E ancora, dopo cinquantaquattro anni, non c’è nemmeno nessuna verità. O meglio, ce n’è una che, a detta di tanti dei familiari di quelle centoquindici vittime, sembra però la più conveniente – quella secondo cui dietro lo schianto del velivolo ci fu un semplice errore umano, un calcolo sbagliato e niente più.

Riaprire il caso, cercare un colpevole diverso, un possibile movente e persino delle prove, rivalutare l’ordine degli eventi dopo più di mezzo secolo è complicatissimo. Ad oggi non c’è mai riuscito nessuno. Ci ha provato però l’attrice e regista Lorenza Indovina – figlia del palermitano Franco Indovina, fra le vittime di quel volo, e regista a sua volta (sua la regia di uno degli episodi del film “I tre volti”, completato dai segmenti di Michelangelo Antonioni e Mauro Bolognini, ma anche di “Lo scatenato”, Indovina è stato poi lo storico aiuto regia di Michelangelo Antonioni ne “L’avventura”, per gran parte girato in Sicilia, e poi de “La notte” e “L’eclisse”) – in un documentario intitolato “La verità migliore”, prodotto da Dugong Films in collaborazione con Rai Cinema e il sostegno della Sicilia Film Commission, in sala in queste settimane e da oggi, 5 maggio, disponibile su RaiPlay solo per alcuni giorni, proprio in concomitanza con l’anniversario della strage.

“La verità migliore” parte proprio dall’esperienza personale dell’attrice e regista – piccolissima quando suo padre scomparve per l’incidente a montagna Longa – per poi allargare l’occhio alle storie degli altri figli delle vittime e le loro superstiti memorie dei padri, delle madri, dei fratelli, degli amici. Da una parte c’è l’intento giornalistico, la ricostruzione di quello che accadde ufficialmente quella notte e di quello che avrebbe potuto causare la strage, dall’altra la voglia di venire a patti con i due lembi di una cicatrice i cui punti si riaprono alla sola visione della montagna e della sua imponente croce ai caduti. «Io temo di no. La verità su montagna Longa non si scoprirà».

Così dice la regista Lorenza Indovina, ma la sua non è una posizione pessimista. È un commento realista, che parte proprio dal fatto che «il velivolo è scomparso, non si sa più che fine abbia fatto – dice – . Forse è diventato proprietà dell’assicurazione, e poi sarà stato venduto, eliminato, ma in ogni caso non c’è la possibilità di fare delle altre indagini per capire se sulle ali, ad esempio, ci fosse dell’esplosivo. Marretta (Rosario Ardito Marretta, docente di aerodinamica all’università di Palermo, ndr.) sostiene che eventuale materiale esplosivo dovesse essere lì, sulle ali, ma senza la carcassa dell’aereo non potremo mai saperlo neanche andando a riesumare i corpi delle vittime.

L’unico elemento che a me fa pensare – continua la Indovina, in questi giorni impegnata su un altro set – , ed è un elemento su cui ho lavorato tantissimo, è scoprire il funzionamento della scatola nera su quel velivolo. Se il sensore fosse stato messo sulla parte “trainante” della scatola nera, la bobina avrebbe dovuto continuare a girare senza dare alcuna indicazione di malfunzionamento. Se invece il sensore dovesse essere stato messo sulla parte “trainata” il fatto che non fosse stato ravvisato un malfunzionamento della scatola nera può fare supporre un qualche tipo di manomissione».

E quindi un interesse a che qualcosa di segreto non venisse scoperto. «Altra cosa che mi hanno detto – continua la regista – è di controllare se il nastro della scatola nera s’era spezzato o no. Il reperto però non esiste più, perché dopo un tot di anni vengono eliminati. Non sono riuscita a trovare nemmeno i disegni di quel modello di scatola nera». Di sicuro, quella sera, qualcosa è successo. I ricordi si fanno discordi: chi, nelle testimonianze televisive dell’epoca in parte riportate nel documentario, sostiene d’aver visto l’aereo come «una palla infuocata» prima dello schianto con la montagna, chi dice il contrario.

Chi, come il già citato Marretta, guarda ai dati e si chiede come sia possibile che un aereo pieno di carburante, dato l’impatto, non abbia avviato un processo di vetrificazione del silicio di cui è fatta la montagna stessa. Dove sono le tracce dell’incendio che sarebbe dovuto nascere al momento dello schianto? Com’è che alcuni passeggeri tenevano una croce fra i denti, come se sapessero che stava per succedere qualcosa di terribile? E com’è che la perizia per un caso così complesso è durata così poco, giusto dodici giorni? Ma d’altro canto ci sono gli esperti che dicono: erano gli anni Settanta, la tecnologia era limitata, le conoscenze non approfondite come quelle a disposizione oggi, alcune leggerezze erano all’ordine del giorno e in questo non può esserci alcuna malizia. Era semplicemente un mondo diverso.

«Ognuno ha la propria maniera di vivere un lutto – dice Lorenza Indovina – e personalmente sapere cosa sia successo non mi ha mai fatto una grossa differenza. Nel senso che, comunque vada, mio padre è morto. Poi che sia morto per un attentato o per un incidente… io comunque non l’ho vissuto. Onestamente preferirei che fosse stato un incidente perché significherebbe che non ha sofferto anziché aver vissuto quei 247 secondi (secondo i calcoli del professor Marretta, ndr.) di realizzazione e terrore. Però capisco anche chi vuole, in certa maniera, sia una giustizia rispetto all’idea di un attentato, sia perché hanno – sicuramente più di me – un senso della storia italiana e quindi pensano che trovare il “vero colpevole” di questo capitolo terribile, di questa strage che ha sconvolto le famiglie, possa essere già molto. La possibilità di assolvere i piloti, constatando la validità della pista dell’attentato, sarebbe importante. Ad oggi dicono tutti che sia stato un errore umano. Se si scoprisse il contrario sarebbe giusto liberare, almeno idealmente, i piloti da una responsabilità che per adesso ricade su di loro».

Nei pomeriggi di fine primavera, quando fra Carini e Montelepre il vento più fresco attraversa il bosco di Santa Venera e incontra la brezza calda che sale da Cinisi e dal mare di Terrasini, spesso montagna Longa si circonda di un’innaturale nuvola d’umidità che entra nei vestiti e fra i capelli di chi transita per i suoi sentieri. È un luogo che nel documentario splende delicato come mai grazie alla fotografia di Clarissa Cappellani (direttrice della fotografia per, fra gli altri, “Misericordia” di Emma Dante), e in cui sembrano aleggiare, innaturali e dense, le anime dei defunti.

«Sul finale arriva questa mucca, che per me rappresenta l’anima di mio papà – dice la Indovina – che mi viene a trovare. È un posto che mi ha colpito molto. Per tanto tempo ero stata indecisa su come dover raccontare questa storia, se con un podcast o con qualcosa a teatro. Ho capito che la montagna era la protagonista di questa vicenda e che doveva essere assolutamente ripresa. È il posto in cui è avvenuta la tragedia e dove stanno le anime delle persone che sono morte. Se dovessi pensare a qualcuno che chiede a mio padre “Dove vorresti morire?”, penso che lì gli sarebbe piaciuto. C’è la vista sul golfo, una pace meravigliosa, i fiori… è un posto di una bellezza incredibile, che porta però l’ombra di una strage allucinante».
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