Premia il grande cinema, è legato alla Sicilia: le (vere) origini del David di Donatello
C’è una Sicilia che non si limita a fare da sfondo, ma che inventa, anticipa, plasma. L'intervista al cineasta siciliano che racconta una storia quasi dimenticata
Il premio David di Donatello
C’è una Sicilia che non si limita a fare da sfondo, ma che inventa, anticipa, plasma. Una Sicilia che, prima ancora di diventare immagine, è visione. Ed è proprio da questa visione che prende forma il racconto dell’ingegnere e cineasta Sergio d’Arrigo, custode appassionato per motivi familiari di una memoria cinematografica come quella dell’Etna Film, che affonda le radici in un passato sorprendentemente pionieristico.
«Sono legato da sempre al cinema per varie ragioni, intanto perché mio padre è stato un personaggio molto attratto dal mondo dell’immagine e ho ereditato da lui la passione per la fotografia ed per il cinema. Ma poi ci vuole sempre un qualcosa che faccia convergere tutto quello che si ha intorno, l’occasione in cui si è messo a sistema tutto questo è stata 23 anni fa, con la nascita del Museo del Cinema di Catania, all’interno del polo fieristico delle Ciminiere. È proprio nella stassa città e dalla stassa proprietà da cui era nata la più grande industria dello zolfo, ovvero quella del Cavaliere Alfredo Alonzo, che nel 1913 nacque la più grande industria cinematografica italiana».
È qui che la memoria si accende: tra zolfo e pellicola, tra industria e sogno. La Sicilia non è stata solo terra di approdo, ma origine stessa di un linguaggio. La Sicilia ha avuto un ruolo pionieristico nella storia del cinema, anche attraverso esperienze come l’Etna Film. «La Sicilia ha avuto assolutamente un ruolo pionieristico che nasce nell’800, nelle industrie e nell’economia. Teniamo presente che la nostra isola aveva il primato mondiale nella trasformazione dello zolfo con migliaia di dipendenti. Tutto questo verrà riconvertito nel 1913 nella straordinaria esperienza dell’Etna Film. Ricordiamo che le prime case cinematografiche in Italia risalgono al 1906 a Torino La Ambrosio e a Roma la Cines. Tutta questa enorme esperienza imprenditoriale fece si che l’impostazione siciliana del cinema fu di tipo manageriale, cosa mai vista prima in Italia. Ciò che rimane è certo un ego e una cultura isolana, ma soprattutto questa esperienza fece sì che molti anni dopo, più di 20 anni dopo la nascente Cinecittà, che vide la luce dopo il devastante incendio della Cines, traesse ispirazione proprio dalla nostra isola e dall’esperienza dell’Etna Film. Molto è stato dimenticato».
Eppure, come spesso accade, il genio siciliano ha pagato il prezzo dell’oblio. «Molto è stato dimenticato - aggiunge Sergio d’Arrigo - e poco valorizzato. Ricordiamo oltre all’Etna Film i vari personaggi che hanno dato tanto al cinema, ad esempio pensiamo al messinese Giovanni Rappazzo, che inventò il cinema sonoro, non ebbe però la capacità economica per sfruttare la sua invenzione che invece fu messa a sistema dagli americani nel 1927, con l’uscita del primo film sonoro della storia dal titolo “Il cantante di Jazz”. Oppure penso all’esperienza palermitana del grande principe Francesco Alliata, fondatore della Panaria Film, il primo che realizzò delle riprese subacquee o ancora pensiamo alla figura del barone Gaetano Ventimiglia, primo direttore della fotografia di Alfred Hitchcock, con cui realizzò il primo film “The Lodger”».
Una genealogia di talenti che racconta una verità spesso taciuta: la Sicilia ha anticipato il cinema, ma non sempre ne ha raccolto i frutti. Il David di Donatello rappresenta oggi il massimo riconoscimento del cinema italiano. Quale valore conserva oggi questo premio per chi oggi fa cinema? Potrebbe rappresentare ancora un simbolo autentico di qualità artistica e culturale? «Raccontiamo un po’ di storia. Il David di Donatello è certamente il massimo riconoscimento del cinema italiano e, anche per le modalità con cui viene assegnato, rappresenta senz’altro un riconoscimento di arte, cultura ma non solo. Facciamo un piccolo excursus. Ricordiamo la storia: tutto questo, o meglio il David di Donatello ha una sua prima cerimonia al Cinema Fiamma di Roma nel 1956, ma ricordiamoci che fu a Messina nel 1955 che nacque la prestigiosa rassegna cinematografica internazionale messinese, in un luogo quantomai suggestivo. – Chiarisce d’Arrigo – Messina allora aveva un locale che era "L’ Irrera a mare", frequentato in quegli anni da Domenico Modugno, portato lì dal Principe palermitano Raimondo Lanza di Trabia. Questa saga messinese, - aggiunge d’Arrigo - di cui oggi quasi più nessuno ricorda nulla, fu talmente importante che alla sua terza edizione, ovvero nel 1957, divenne la sede delle premiazioni dei David di Donatello. Per molti anni, tranne un’unica eccezione nel 1971 alle Terme di Caracalla a Roma, per circa vent’anni la serata di premiazione si svolse proprio a Taormina, perchè si decise che la rassegna cinematografica internazionale di Messina doveva comporsi all’inizio di due momenti: i primi giorni di proiezioni ed incontri si svolgevano a Messina e le serate finali con premiazioni a Taormina. Proprio nell’ambito di queste serate finali c’erà appunto il Premio David di Donatello. Quindi, ricordiamoci che questo slendido e meraviglioso premio ha una lunghissima origine tutta siciliana».
Una rivelazione che sorprende e affascina: il David di Donatello affonda le sue radici anche nell’isola, raggiungendo il massimo successo a Messina tra le luci del mare e le serate frequentate da artisti come Domenico Modugno, Anna Magnani, Sofia Loren, Marcello Mastroianni, Federico Fellini, Igrid Bergman, Richard Burton, Audrey Hepburn, e tanti altri, acquistando un respiro internazionale. Ma esiste davvero uno sguardo cinematografico siciliano? «Da autore e studioso ritengo che esista uno sguardo cinematografico specificatamente siciliano non solo nelle scenografie naturali, ma anche nella sceneggiatura, nello scrivere. Ricordiamo che questa è la terra di Giovanni Verga, Luigi Capuana, Federico De Roberto. Pensiamo ad esempio alla Lupa di Verga, ai Vicerè di De Roberto ma questa è anche la terra di Nino Martoglio che è stato un cineasta notevolissimo. La Sicilia è stata la terra di scrittori come Ercole Patti, molto prolifici nel cinema. Ma ricordiamo anche Vitaliano Brancati, da cui sono stati tratti film da sue opere come “Paolo il caldo” o il “Bell’Antonio”. Ma la Sicilia è stata anche una terra che non solo ha fatto esprimere una letteratura siciliana ed uno sguardo dei registi siciliani ma che ha fortemente influenzato la visione di registi non siciliani, come Pier Paolo Pasolini e Luchino Visconti, il quale si è cimentato in Sicilia con testi siciliani e con ambientazioni prettamente siciliane, basti pensare al Gattopardo».
La Sicilia diventa così grammatica visiva, luce che modella i volti, contraddizione che diventa racconto. E poi la domanda più scomoda, ma necessaria. La Sicilia è una terra di straordinarie intuizioni che non sempre diventano sistemi duraturi. Alle luce della storia del cinema si potrebbe condivide questa lettura? «La Sicilia ha anticipato moltissime tendenze, - chiarise Sergio d’Arrigo - però spesso di tutto questo non ha raccolto alcun frutto. Forse per una certa generosità, o per disinteresse, o per un distacco dal denaro e dai beni materiali, tipico degli antichi siciliani. Infatti, molte idee e invenzioni, realizzate in Sicilia, sono rimaste documentazione storica e cultura, ma non hanno prodotto ritorni economici». Un’ammissione lucida, quasi poetica: la genialità come dono, non come possesso. Infine, lo sguardo al presente e al futuro.
È dunque innegabile che molte iniziative culturali e cinematografiche pur nascendo in Sicilia finiscono per consolidarsi altrove. Quali potrebbero essere le ragioni di questo spostamento e cosa sarebbe necessario oggi per consentire alla Sicilia di trattenere e sviluppare pienamente il proprio potenziale creativo? «È vero che molte iniziative culturali e non solo culturali nascono in Sicilia, ma poi alla fine si consolidano a Roma, ma anche altrove. Le origini di questo nascono un po’, secondo me, da una certa mentalità siciliana e un po’ dal fatto che comunque la politica centrale sta a Roma. Quindi – spiega Sergio d’Arrigo - è chiaro che anche per il dialogo o rapporto con le istituzioni, naturalmente con i ministeri, è molto più semplice,dialogare lì dove vengono prese le decisioni, ma credo che sia anche un fatto proprio di natura culturale. Cosa è necessario oggi? Moltissimo è stato fatto in questi anni. Penso ad esempio all’esperienza palermitana che è pionieristica dello Sportello Unico per il cinema che semplifica moltissimo gli aspetti autorizzativi e certamente questo attrae molto le produzioni. Devo dire che in questi anni anche l’immagine della Sicilia è molto cambiata, noi abbiamo avuto per anni uno schema fisso: in Sicilia o si era scemi o altrimenti si era mafiosi».
Sergio d’Arrigo da attento osservatore fa un’analisi del presente: «Oggi è palese che c’è un interesse completamente diverso, questo nel tempo lo si deve a tutta una serie di produzioni. Per esempio mi riferisco alle produzioni relative alla messa in scena in televisione del Commissario Montalbano, ma non solo, infatti, recentemente ci sono state moltissime altre produzioni, pensiamo al Gattopardo di Netflix, ma sono state centinaia le produzioni in questi anni che continuano ad andare avanti. Ad esempio su Canale 5 stiamo assistendo alla proiezione di Vanina.
Quindi - conclude d’Arrigo - cosa è necessario? Sicuramente che la burocrazia faccia sistema, perché noi che operiamo in questo mondo a livello privato abbiamo fatto sistema in maniera sincera. Dunque, esiste veramente una rete in Sicilia di fortissimo legame tra tutti coloro i quali operano nel mondo del cinema. Sarebbe bene però che tutto questo fosse sistema anche a livello istituzionale e questo non significa che quello che c’è non vada bene, assolutamente sì, va molto bene.
Le film commission funzionano, però servirebbero maggiori risorse. E soprattutto, queste risorse non possiamo pensare che vengano solo dall’assessorato al turismo, bisogna capire che il cinema è cultura, quindi bisogna investire anche in spazi per il cinema, bisogna formare le nuove generazioni al cinema, servono tante cose che oggi non ci sono – chiarisce D'Arrigo -. Non servono solo le produzioni, ma servono anche gli spazi per le post produzioni, cioè per poi alla fine, una volta girato il film, rendere il film vendibile in tutto il mondo».
Eppure, tra le pieghe di questa analisi, si accende una speranza concreta. «Devo dire che siamo estremamente fiduciosi perché quelli della mia generazione sono nati in un deserto, cioè non esisteva assolutamente la possibilità di fare cinema, se non quando arrivava qualche grande produzione che veniva e se ne andava via. Oggi la situazione è completamente cambiata, ci sono delle persone che vivono di cinema in Sicilia in maniera stabile e questo significa che la macchina è andata avanti. Desidero ricordare il supporto e la vicinanza di Pippo Baudo proprio alla nascita del Museo del Cinema di Catania».
La Sicilia, ancora una volta, si rivela per ciò che è sempre stata: un laboratorio di visioni. Una terra capace di accendere fuochi che altri, altrove, imparano ad alimentare. Ma oggi, forse, qualcosa sta cambiando. E quel fuoco sacro, fatto di luce, memoria e racconto, continua a bruciare. Sta a noi, finalmente, imparare a custodirlo per fare splendere la nostra meravigliosa Sicilia.
«Sono legato da sempre al cinema per varie ragioni, intanto perché mio padre è stato un personaggio molto attratto dal mondo dell’immagine e ho ereditato da lui la passione per la fotografia ed per il cinema. Ma poi ci vuole sempre un qualcosa che faccia convergere tutto quello che si ha intorno, l’occasione in cui si è messo a sistema tutto questo è stata 23 anni fa, con la nascita del Museo del Cinema di Catania, all’interno del polo fieristico delle Ciminiere. È proprio nella stassa città e dalla stassa proprietà da cui era nata la più grande industria dello zolfo, ovvero quella del Cavaliere Alfredo Alonzo, che nel 1913 nacque la più grande industria cinematografica italiana».
È qui che la memoria si accende: tra zolfo e pellicola, tra industria e sogno. La Sicilia non è stata solo terra di approdo, ma origine stessa di un linguaggio. La Sicilia ha avuto un ruolo pionieristico nella storia del cinema, anche attraverso esperienze come l’Etna Film. «La Sicilia ha avuto assolutamente un ruolo pionieristico che nasce nell’800, nelle industrie e nell’economia. Teniamo presente che la nostra isola aveva il primato mondiale nella trasformazione dello zolfo con migliaia di dipendenti. Tutto questo verrà riconvertito nel 1913 nella straordinaria esperienza dell’Etna Film. Ricordiamo che le prime case cinematografiche in Italia risalgono al 1906 a Torino La Ambrosio e a Roma la Cines. Tutta questa enorme esperienza imprenditoriale fece si che l’impostazione siciliana del cinema fu di tipo manageriale, cosa mai vista prima in Italia. Ciò che rimane è certo un ego e una cultura isolana, ma soprattutto questa esperienza fece sì che molti anni dopo, più di 20 anni dopo la nascente Cinecittà, che vide la luce dopo il devastante incendio della Cines, traesse ispirazione proprio dalla nostra isola e dall’esperienza dell’Etna Film. Molto è stato dimenticato».
Eppure, come spesso accade, il genio siciliano ha pagato il prezzo dell’oblio. «Molto è stato dimenticato - aggiunge Sergio d’Arrigo - e poco valorizzato. Ricordiamo oltre all’Etna Film i vari personaggi che hanno dato tanto al cinema, ad esempio pensiamo al messinese Giovanni Rappazzo, che inventò il cinema sonoro, non ebbe però la capacità economica per sfruttare la sua invenzione che invece fu messa a sistema dagli americani nel 1927, con l’uscita del primo film sonoro della storia dal titolo “Il cantante di Jazz”. Oppure penso all’esperienza palermitana del grande principe Francesco Alliata, fondatore della Panaria Film, il primo che realizzò delle riprese subacquee o ancora pensiamo alla figura del barone Gaetano Ventimiglia, primo direttore della fotografia di Alfred Hitchcock, con cui realizzò il primo film “The Lodger”».
Una genealogia di talenti che racconta una verità spesso taciuta: la Sicilia ha anticipato il cinema, ma non sempre ne ha raccolto i frutti. Il David di Donatello rappresenta oggi il massimo riconoscimento del cinema italiano. Quale valore conserva oggi questo premio per chi oggi fa cinema? Potrebbe rappresentare ancora un simbolo autentico di qualità artistica e culturale? «Raccontiamo un po’ di storia. Il David di Donatello è certamente il massimo riconoscimento del cinema italiano e, anche per le modalità con cui viene assegnato, rappresenta senz’altro un riconoscimento di arte, cultura ma non solo. Facciamo un piccolo excursus. Ricordiamo la storia: tutto questo, o meglio il David di Donatello ha una sua prima cerimonia al Cinema Fiamma di Roma nel 1956, ma ricordiamoci che fu a Messina nel 1955 che nacque la prestigiosa rassegna cinematografica internazionale messinese, in un luogo quantomai suggestivo. – Chiarisce d’Arrigo – Messina allora aveva un locale che era "L’ Irrera a mare", frequentato in quegli anni da Domenico Modugno, portato lì dal Principe palermitano Raimondo Lanza di Trabia. Questa saga messinese, - aggiunge d’Arrigo - di cui oggi quasi più nessuno ricorda nulla, fu talmente importante che alla sua terza edizione, ovvero nel 1957, divenne la sede delle premiazioni dei David di Donatello. Per molti anni, tranne un’unica eccezione nel 1971 alle Terme di Caracalla a Roma, per circa vent’anni la serata di premiazione si svolse proprio a Taormina, perchè si decise che la rassegna cinematografica internazionale di Messina doveva comporsi all’inizio di due momenti: i primi giorni di proiezioni ed incontri si svolgevano a Messina e le serate finali con premiazioni a Taormina. Proprio nell’ambito di queste serate finali c’erà appunto il Premio David di Donatello. Quindi, ricordiamoci che questo slendido e meraviglioso premio ha una lunghissima origine tutta siciliana».
Una rivelazione che sorprende e affascina: il David di Donatello affonda le sue radici anche nell’isola, raggiungendo il massimo successo a Messina tra le luci del mare e le serate frequentate da artisti come Domenico Modugno, Anna Magnani, Sofia Loren, Marcello Mastroianni, Federico Fellini, Igrid Bergman, Richard Burton, Audrey Hepburn, e tanti altri, acquistando un respiro internazionale. Ma esiste davvero uno sguardo cinematografico siciliano? «Da autore e studioso ritengo che esista uno sguardo cinematografico specificatamente siciliano non solo nelle scenografie naturali, ma anche nella sceneggiatura, nello scrivere. Ricordiamo che questa è la terra di Giovanni Verga, Luigi Capuana, Federico De Roberto. Pensiamo ad esempio alla Lupa di Verga, ai Vicerè di De Roberto ma questa è anche la terra di Nino Martoglio che è stato un cineasta notevolissimo. La Sicilia è stata la terra di scrittori come Ercole Patti, molto prolifici nel cinema. Ma ricordiamo anche Vitaliano Brancati, da cui sono stati tratti film da sue opere come “Paolo il caldo” o il “Bell’Antonio”. Ma la Sicilia è stata anche una terra che non solo ha fatto esprimere una letteratura siciliana ed uno sguardo dei registi siciliani ma che ha fortemente influenzato la visione di registi non siciliani, come Pier Paolo Pasolini e Luchino Visconti, il quale si è cimentato in Sicilia con testi siciliani e con ambientazioni prettamente siciliane, basti pensare al Gattopardo».
La Sicilia diventa così grammatica visiva, luce che modella i volti, contraddizione che diventa racconto. E poi la domanda più scomoda, ma necessaria. La Sicilia è una terra di straordinarie intuizioni che non sempre diventano sistemi duraturi. Alle luce della storia del cinema si potrebbe condivide questa lettura? «La Sicilia ha anticipato moltissime tendenze, - chiarise Sergio d’Arrigo - però spesso di tutto questo non ha raccolto alcun frutto. Forse per una certa generosità, o per disinteresse, o per un distacco dal denaro e dai beni materiali, tipico degli antichi siciliani. Infatti, molte idee e invenzioni, realizzate in Sicilia, sono rimaste documentazione storica e cultura, ma non hanno prodotto ritorni economici». Un’ammissione lucida, quasi poetica: la genialità come dono, non come possesso. Infine, lo sguardo al presente e al futuro.
È dunque innegabile che molte iniziative culturali e cinematografiche pur nascendo in Sicilia finiscono per consolidarsi altrove. Quali potrebbero essere le ragioni di questo spostamento e cosa sarebbe necessario oggi per consentire alla Sicilia di trattenere e sviluppare pienamente il proprio potenziale creativo? «È vero che molte iniziative culturali e non solo culturali nascono in Sicilia, ma poi alla fine si consolidano a Roma, ma anche altrove. Le origini di questo nascono un po’, secondo me, da una certa mentalità siciliana e un po’ dal fatto che comunque la politica centrale sta a Roma. Quindi – spiega Sergio d’Arrigo - è chiaro che anche per il dialogo o rapporto con le istituzioni, naturalmente con i ministeri, è molto più semplice,dialogare lì dove vengono prese le decisioni, ma credo che sia anche un fatto proprio di natura culturale. Cosa è necessario oggi? Moltissimo è stato fatto in questi anni. Penso ad esempio all’esperienza palermitana che è pionieristica dello Sportello Unico per il cinema che semplifica moltissimo gli aspetti autorizzativi e certamente questo attrae molto le produzioni. Devo dire che in questi anni anche l’immagine della Sicilia è molto cambiata, noi abbiamo avuto per anni uno schema fisso: in Sicilia o si era scemi o altrimenti si era mafiosi».
Sergio d’Arrigo da attento osservatore fa un’analisi del presente: «Oggi è palese che c’è un interesse completamente diverso, questo nel tempo lo si deve a tutta una serie di produzioni. Per esempio mi riferisco alle produzioni relative alla messa in scena in televisione del Commissario Montalbano, ma non solo, infatti, recentemente ci sono state moltissime altre produzioni, pensiamo al Gattopardo di Netflix, ma sono state centinaia le produzioni in questi anni che continuano ad andare avanti. Ad esempio su Canale 5 stiamo assistendo alla proiezione di Vanina.
Quindi - conclude d’Arrigo - cosa è necessario? Sicuramente che la burocrazia faccia sistema, perché noi che operiamo in questo mondo a livello privato abbiamo fatto sistema in maniera sincera. Dunque, esiste veramente una rete in Sicilia di fortissimo legame tra tutti coloro i quali operano nel mondo del cinema. Sarebbe bene però che tutto questo fosse sistema anche a livello istituzionale e questo non significa che quello che c’è non vada bene, assolutamente sì, va molto bene.
Le film commission funzionano, però servirebbero maggiori risorse. E soprattutto, queste risorse non possiamo pensare che vengano solo dall’assessorato al turismo, bisogna capire che il cinema è cultura, quindi bisogna investire anche in spazi per il cinema, bisogna formare le nuove generazioni al cinema, servono tante cose che oggi non ci sono – chiarisce D'Arrigo -. Non servono solo le produzioni, ma servono anche gli spazi per le post produzioni, cioè per poi alla fine, una volta girato il film, rendere il film vendibile in tutto il mondo».
Eppure, tra le pieghe di questa analisi, si accende una speranza concreta. «Devo dire che siamo estremamente fiduciosi perché quelli della mia generazione sono nati in un deserto, cioè non esisteva assolutamente la possibilità di fare cinema, se non quando arrivava qualche grande produzione che veniva e se ne andava via. Oggi la situazione è completamente cambiata, ci sono delle persone che vivono di cinema in Sicilia in maniera stabile e questo significa che la macchina è andata avanti. Desidero ricordare il supporto e la vicinanza di Pippo Baudo proprio alla nascita del Museo del Cinema di Catania».
La Sicilia, ancora una volta, si rivela per ciò che è sempre stata: un laboratorio di visioni. Una terra capace di accendere fuochi che altri, altrove, imparano ad alimentare. Ma oggi, forse, qualcosa sta cambiando. E quel fuoco sacro, fatto di luce, memoria e racconto, continua a bruciare. Sta a noi, finalmente, imparare a custodirlo per fare splendere la nostra meravigliosa Sicilia.
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