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Quando le donne (siciliane) facevano testamento: lasciti tra amori, disprezzo e sottintesi

Sin dal Medioevo le donne furono spesso “testatrici”, situazione dovuta alla perdita prematura dei mariti, per guerra, differenza d’età, malattie. Diventando le artefici di un racconto, trascritto da un notaio

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 18 giugno 2022

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Una scena del film I Vicerè

Teresa Uzeda, principessa di Francalanza, nel suo testamento del 1855, aveva predisposto tutto: come i suoi figli dovessero continuare la loro vita anche dopo la sua morte, rispettando le sue volontà. Nella spartizione dei beni traspare il disprezzo per tutti a vantaggio di uno solo, dove grazie all’abilità retorica del notaio riuscì a mascherare la natura effettiva di questo documento.

Nel Testamento furono anche stabilite le esequie e l’abito che avrebbe indossato per il suo funerale.
Teresa Uzeda di Francalanza è un testo “apocrifo, un’invenzione letteraria” di De Roberto nei “Vicerè”, un documento che diventa l’elemento centrale della storia e ci introduce ai racconti testamentari femminili.

Sin dal Medioevo le donne furono spesso “testatrici”, situazione dovuta alla perdita prematura dei mariti, per guerra, differenza d’età, malattie. Diventando le artefici di un racconto, trascritto da un notaio.



Laura Sciascia ricercatrice di Storia Medievale all’Università di Palermo (figlia di Leonardo Sciascia) ha studiato a lungo le carte dell’Archivio storico, pubblicando tra gli altri lavori “Memorie di una lettrice di testamenti”. Nell’introduzione parla del lavoro di lettura, trascrizione e studio di migliaia di documenti, accompagnati spesso da un impegnativo lavoro di decifrazione, dove un’allusione o sottinteso poteva rivelare un linguaggio a prima vista cifrato.

L’esame della studiosa analizza tutti gli elementi del testamento: dal patrimonio feudale, alle proprietà urbane ed extraurbane, i beni mobili intesi come gioielli, indumenti, mobili, stoviglie, attrezzi, bestiame, libri, servi (e anche schiavi). Un documento dove è possibile trovare usi, costumi e norme dell’epoca; si parla di eredi, legati famigliari (dove il “legato” è una disposizione testamentaria a titolo particolare che riguarda un bene o un diritto avente carattere patrimoniale). Tra questi vi erano i “legati pro anima”, lasciti che assicuravano al defunto, attraverso messe o opere di bene, il ricordo e le preghiere; in ultimo la nomina degli esecutori testamentari, la sepoltura e il funerale.

Queste pagine della ricercatrice ci consegnano il ritratto di una società, dove il testamento assumeva un valore fondamentale, e dove il motivo per cui era redatto non era sempre legato alla vecchiaia o alla malattia. Anche se la peste del 1300 fu sicuramente una delle cause dei tanti testamenti definiti “seriali “, dove la fretta e il pericolo di contagio da parte del notaio, portarono a una scrittura frettolosa ed essenziale. Ma oltre a queste cause ve ne era un’altra rappresentata dal viaggio. Da sempre lo spostamento dalla casa poteva essere motivo di preoccupazione e ansia da qui la scelta, prima di partire, di redigere un testamento. La natura dello spostamento poteva essere vario, da missioni di lavoro, a guerre o pellegrinaggi. Dalla lettura si scopre che le donne, anche sole, intraprendevano dei viaggi la cui natura era spesso religiosa, Roma la sede più ambita. I pericoli del tour erano noti, attraversare strade poche sicure, la lunghezza del percorso, la possibilità di contrarre malattie; ottimi motivi per scrivere questo documento che metteva in pace la coscienza del viaggiatore “ per non lasciare un ricordo inquieto “.

Ma cosa lasciavano in eredità le donne? Sicuramente se benestanti il patrimonio, costituito da terre e palazzi, ma anche oggetti particolari. Una Contessa messinese inserì nel suo testamento, anche un cucchiaino e uno stuzzicadenti in argento (Dintigleri), il baldacchino del letto e una tovaglia (Bischerium e la Gausappam). Palma di Mastrangelo, nella Palermo del Vespro, lascia degli orecchini pendenti (i Carade). Un’altra testatrice, la Minnarda, (Sciascia ipotizza fossero degli indumenti intimi).

Questi nomi ci trasmettono un lessico perduto spesso di matrice araba, testimoniando come nel nominare gli oggetti, il testatore s’imponesse, durante la redazione del testamento, sul Notaio. Se Eleonora D’Aragona, nipote di Federico III, mostra la sua regalità nel documento che ormai anziana e malata detta nel 1402, la fornaia di Ragusa Gerlanda De Giordano, (colta dalla peste a Palermo dove era in pellegrinaggio), si trovò a dover fare un testamento apposito per gli oggetti che aveva portato con sé e che furono lasciati in custodia nella Chiesa di San Francesco: 14 tazze, 13 cucchiaini, 9 anelli, 14 fiorini d’oro, 2 tuniche e mantelli.

Nello studio della ricercatrice si nota l’orgoglio verso i capi di abbigliamento, dove primeggiano i vestiti in voga nel Medio Evo: il Ciprisio, una tunica in velluto o in preziosa lana di cammello chiusa dal collo ai piedi con bottoni di perle o in argento. I colori più in voga il verde pistacchio, il cremisi o l'elegantissino grigio cenere (zondrius), accompagnati dall’immancabile velo da portare sul collo o in testa: la Glimpa. Vi sono anche collane, anelli con pietre preziose, anche se le nobili dame, con aristocratico pudore, non li nomineranno mai espressamente. Il lusso era nella biancheria “da letto o da tavola”, tende, coperte, lenzuola, riccamente lavorate. Vi erano mobili, persino materassi e cuscini, che in segno di magnanimità erano spesso destinati ai servi e agli schiavi più fedeli. Questi ultimi potevano ricevere, tramite il legato, la liberazione a patto che si convertissero, se mussulmani, e impegnandosi a continuare a servire per un periodo successivo.

Abbiamo detto che il testamento è un racconto, come quello citato dalla Sciascia a proposito di 5 vedove benestanti di Corleone, che si recarono a Roma per un pellegrinaggio, “sono donne vivaci, svelte, brave nel telaio, devote ma anche frivole”, dirette discendenti della prima colonia Lombarda.

I testamenti femminili sono documenti importanti, sono delle autobiografie, pagine di storia che non solo ci restituiscono una Sicilia antica, ma anche un universo femminile di cui si conosce quasi nulla.
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