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Quanta nostalgia degli anni Novanta: la Boutique della Musica, i dischi e Palermo

Chi ricorda il negozio che c'era in via Terrasanta? Abbiamo cercato - e trovato - Paolo, che nel 1962 dava vita al sogno collettivo di un luogo in cui perdersi tra musica e libri

Pietro Zolfo
Ospite
  • 16 aprile 2019

Emilio Paolo Taormina (foto di Raffaele Franco)

Palermo, febbraio 1962. Un giovane, non ancora ventiquattrenne, tira su per la prima volta la saracinesca del suo negozio in via Terrasanta.

Ha le idee chiare sull’avventura che sta per iniziare, ma non può immaginare che quel gesto si ripeterà tutti i giorni per cinquant’anni.

Emilio Paolo Taormina, per gli amici semplicemente Paolo, ottanta candeline spente lo scorso maggio, ha indissolubilmente legato la sua vita alla scena musicale della città.

E il suo storico negozio di dischi, la "Boutique della Musica", specializzato in jazz, blues e rock, ha rappresentato per dieci lustri un punto di riferimento per generazioni di appassionati, tanto da essere annoverato tra i più importanti di tutta Italia e addirittura più volte citato dal Melody Maker come uno dei più attrezzati d'Europa.

Lo incontriamo ad Altavilla, dove vive immerso nella pace della campagna. Figura sottile, sguardo attento e profondo, aria da ribelle sognatore, Paolo Taormina accetta di raccontarci la storia sua e del suo negozio, di un uomo e un luogo che hanno conquistato un posto esclusivo nel cuore dei palermitani.

Signor Taormina, chi sceglie di intraprendere un’attività come la sua è innanzitutto un grande esperto e appassionato. Da cosa è nato il suo amore per la musica?

«La musica era il trait d'union di tutta la mia famiglia. Mia madre suonava benissimo il pianoforte, aveva studiato con i migliori maestri che c’erano. Sia lei che mio padre conoscevano a memoria le opere, sono stati loro a comunicare questa passione a noi figli».

«Quando ero ragazzino uno dei miei fratelli aveva costruito per me una radio a galena; io, di notte, rimanevo sveglio ad ascoltare i programmi di jazz, il Notturno italiano, e la mattina, all’ora della sveglia, mi dovevano scuotere affinché mi alzassi. Andavo al bagno e poi tornavo a letto. Mia nonna, che ormai lo sapeva, mi aspettava al varco e mi urlava: “A scuola!”».

La musica, quindi, l’ha presa così tanto da toglierle il sonno. Quando ha deciso di fare della sua passione un lavoro e qual è stata la chiave del suo successo?

«Dopo la maturità partii per l’Olanda, dove lavorai qualche anno in fabbrica. Non per bisogno, ma perché certe volte le avventure del cuore ti portano a fare delle scelte».

«Lì avevo tantissimi amici e questo mi permise di accrescere ancor di più la mia competenza musicale. Quando tornai, con i capelli lunghissimi, a Palermo non si sapeva cosa fossero i Beatles. Eravamo nel ’62 e già c’erano in giro i loro primi 45 giri, ma della band non si sapeva nulla. Quando aprii la Boutique della Musica conoscevo bene ciò di cui mi volevo occupare, ma la mia fortuna fu che il negozio cominciò presto a essere frequentato da giovani intellettuali, musicisti, giornalisti. In quei casi non ero più io a consigliare gli artisti ai clienti, ma erano loro stessi a guidare i miei acquisti. Succede sempre così: tu pensi di essere bravo, però c’è qualcuno che è molto più bravo di te».

Il suo negozio è divenuto, quindi, un piccolo circolo di intellettuali, un cenacolo di cultori e collezionisti dal forte taglio culturale. E la musica più commerciale, quella da grandi numeri?

«Alla Boutique si parlava di musica, di film, di libri, e ogni tanto si vendeva un disco. Sai, spesso capita che più la gente è competente più è squattrinata. Quando ho aperto io si vendeva ancora “Una lacrima sul viso”, però il mio negozio era molto strano; era un corridoio dalla cattiva forma, quindi chi entrava doveva essere attratto da fatti personali. Per acquistare un disco di successo si andava in altri posti, certamente più accoglienti del mio».

Cinquant’anni di attività sono tantissimi, ma c’è un aneddoto particolare che le va di raccontarci?

«Ti racconto una cosa che fa un po’ ridere. Una volta entrò un cliente e mi disse: “Mi dia un disco”. Io, spiazzato, gli chiesi: “Ma quale disco?” E lui: “Un disco, basta che suona. Come suona, suona”».

E lei che gli diede?

«L’ultimo successo – ride – Io non sono mai stato cattivo».

La sua attività è andata avanti, negli ultimi anni non senza difficoltà, fino al 2012. Quando sono apparsi i primi segnali di quella crisi che ha colpito non soltanto il suo negozio, ma anche tutti gli altri?

«Fino al 2000 le cose andarono bene, erano anni in cui i collezionisti ci davano dentro con gli acquisti. Un mio cliente arrivò a spendere in una sola volta anche due-tre milioni in LP che arrivavano dall’Inghilterra, tanto che la moglie a un certo punto si ribellò. Dopo, le vendite cominciarono a ridursi sensibilmente, ma, nonostante questo, la Boutique avrebbe potuto continuare a esistere».

«Però io avevo già un’età e poi stavo sempre peggio con la gamba; la mia era un’attività individuale e io andavo alla Boutique anche con la febbre. Infine, improvvisamente le tasse sembrarono impazzire e le banche contribuirono a dare la mazzata finale: il giro d’affari diminuiva e non giustificava più alcuna scopertura. Capii di dover chiudere, perché se avessi insistito avrebbe potuto finire malissimo».

Lei ha avuto anche un negozio online. Cosa ci può dire di questa esperienza?

«L’ho avuto fino a qualche mese fa su eBay. Ho cominciato quando la Boutique era ancora aperta, più o meno durante gli ultimi due anni, ma l’ho chiuso perché ormai non vanno più nemmeno queste realtà. Inoltre, tra tasse e spese varie, non ne valeva più la pena».

Oggi i negozi di dischi, salvo rarissimi casi, non esistono più. Si sta dietro uno schermo che isola e i luoghi d’ascolto e di scoperta, quelli in cui ci si confronta guardandosi negli occhi, sembrano non interessare più. Crede si sia persa, in generale, la voglia di stare con gli altri?

«Io uso moltissimo internet, ne sono un convinto fautore. Anche se in un certo senso il web ha messo in difficoltà la mia attività commerciale, non ne parlo male. Anche io ormai seguo lì la musica. A casa ho sei-settemila dischi, però non li ascolto perché farlo è molto meno comodo e immediato. Li devi cercare, tirare fuori, li devi pulire. Inoltre, a essere sinceri, mi provoca tantissima nostalgia».

«Ciononostante, non penso che la cultura musicale sia peggiorata; il problema è che non c’è più un luogo in cui gli appassionati si radunino, e questo è molto grave perché il confronto arricchisce. Se io non avessi avuto il mio negozio non sarei mai stato quello che sono e non possiederei le conoscenze che ho; io ho imparato tanto dai miei clienti».

«Per apprendere ci vuole apertura mentale, e in questo modo la cultura può divenire circolare. Tu dici una cosa a me, io ci ragiono, la assorbo, la trasmetto a un altro che a sua volta la comunicherà ancora».

«A tal proposito ricordo che, durante i miei ultimi anni di attività, il mio caro amico Maurilio Prestia ebbe un’ottima idea: affidare la Boutique della musica al Comune, affinché diventasse un luogo d’ascolto. Avrebbe dovuto essere così, ma purtroppo non successe nulla. Ho conosciuto Maurilio che aveva quattordici o quindici anni. Era un ragazzo capace e competente, una persona molto intelligente; è stato un peccato per Palermo che se ne sia andato così giovane».

Solitamente il cultore più autentico ha un rapporto strettissimo col supporto fisico, soprattutto col vinile. Cosa rappresenta il disco per il vero appassionato? Cosa ci si portava a casa dopo essere stati nel suo negozio?

«Il supporto fonografico, così come il libro, rappresenta un prolungamento dell’autore. Chi possiede un disco possiede anche un pezzetto del suo autore. Perché c’è una qualche cosa che è l’autore e che vive nel disco, che vive nel libro, che vive nei dettagli. Ed essendo io un autore te lo posso dire con assoluta certezza».

A tal proposito, lei è un prolifico e apprezzato poeta e scrittore, tradotto in numerose lingue, e conosce bene l’ispirazione più autentica, quella che nasce travolgente e incontenibile. Lei stesso ha dichiarato che, a volte, in negozio le capitava di estraniarsi e di iniziare a scrivere; così i suoi clienti più affezionati, conoscendola, smettevano di parlarle per servirsi da sé. Il bisogno di scrivere l’ha accompagnata durante tutta la sua vita?

«Sono nato e già scrivevo poesie. Come ho detto moltissime volte, infatti, scrittori si diventa ma poeti si nasce».

«All’età di cinque anni mi ammalai seriamente e mi salvarono con la penicillina. Subito dopo, però, ero debolissimo, con un soffio cadevo per terra. Allora mio padre, che seguendo le orme di suo nonno – Enrico Ragusa, probabilmente il maggiore scienziato siciliano, tanto che la sua collezione si trova al British Museum di Londra – era un entomologo, cominciò a portarmi con sé nelle sue lunghe passeggiate, affinché respirassi l’aria buona».

«Vedendolo che prendeva i suoi appunti su un quaderno, insistetti con mia madre fin quando ne ebbi uno anch’io. A circa sei anni, quindi, ancor prima di apprendere l’ortografia, io scrivevo già sul mio quaderno: non cose che avevano a che fare con l’entomologia, chiaramente, ma le mie impressioni, ciò che più mi colpiva. Una giorno mio padre prese questo quaderno e affermò: “Abbiamo un poeta in famiglia”. Lo disse in senso ironico, ma ebbe ragione. Non sapeva di essere un profeta».

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