ARTE E ARCHITETTURA

HomeCulturaArte e architettura

Qui non entri e non paghi biglietto: con Glass-room a Palermo l’arte esce dal museo

Una semplice vetrina su strada, elemento ordinario del paesaggio urbano, viene sottratta alla logica commerciale e trasformata in un luogo permanente per l’arte

Marta Mangiapane
Dottoranda in pratiche artistiche e storia dell'arte
  • 11 aprile 2026

La mostra "Glass Room" a Palermo

Non si entra, non si varca una soglia, non si acquista un biglietto: Glass-room – arte in trasparenza comincia già sul marciapiede, nello scorrere distratto della città di Palermo. È qui che il progetto ideato e curato da Daniele Franzella, promosso da CoopCulture insieme al RISO – Museo d’arte moderna e contemporanea e all’Accademia di Belle Arti di Palermo, introduce una frattura sottile ma decisiva nel modo di intendere lo spazio espositivo.

Una semplice vetrina su strada, elemento ordinario del paesaggio urbano, viene sottratta alla logica commerciale e trasformata in un luogo permanente per l’arte, accessibile ventiquattr’ore su ventiquattro. Non più superficie di consumo visivo rapido, ma spazio di relazione, soglia ambigua tra interno ed esterno. Glass-room lavora proprio su questa ambivalenza: la trasparenza diventa una strategia che espone l’opera al flusso della vita quotidiana, senza mediazioni.

Il progetto prende forma nel tessuto vivo della città, tra attraversamenti, soste e sguardi casuali. L’inaugurazione è affidata a Staffage di Maria Tindara Azzaro, primo dei tre interventi previsti. Nella tradizione artistica, lo “staffage” indica figure secondarie inserite in un’immagine per animarla. Qui, però, il significato si ribalta. Nella superficie riflettente della vetrina, i passanti diventano parte dell’opera: sagome, movimenti e riflessi si sovrappongono alla composizione in modo involontario ma inevitabile.

Non sono più semplici osservatori, ma presenze attive. L’opera non è mai definitiva: si costruisce continuamente nell’incontro tra interno ed esterno, tra dispositivo artistico e vita urbana. «All’inizio il limite era il vetro — racconta l’artista — una superficie che separa e allo stesso tempo espone, mettendo a distanza l’immagine. Con il tempo ho iniziato a considerarlo come un dispositivo attivo, capace di mettere in discussione la centralità dello sguardo. Tendo a costruire strutture che non fissano un punto di vista, ma lo rendono mobile. In questo lavoro la stoffa e le pieghe sono fondamentali: mi permettono di pensare a una realtà in continua trasformazione. Il riferimento al filosofo Gilles Deleuze è inoltre centrale, soprattutto per l’idea della piega come principio dinamico. E tutto questo prende forma in relazione allo spazio, in dialogo con ciò che accade fuori».

Glass-room suggerisce così una nuova grammatica dello sguardo. L’opera intercetta pubblici diversi in momenti diversi della giornata: la luce naturale, i fari delle auto, le ombre notturne trasformano continuamente la percezione, rendendo l’allestimento un organismo vivo. Glass-room propone una possibilità concreta: reinserire l’arte nel quotidiano, sottraendola alla distanza e restituendola alla città. In questa stanza senza porte, lo sguardo diventa un incontro fragile e continuo con il reale.
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
Cliccando su "Iscriviti" confermo di aver preso visione dell'informativa sul trattamento dei dati.

GLI ARTICOLI PIÚ LETTI