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Relax (e purificazione) in vasche profumate da spezie e vini: la Sicilia e le antiche "spa di quartiere"

È antichissimo l'uso dei bagni, ne narra persino Omero descrivendo la vita deliziosa, che si svolgeva a tutte le ore nel palazzo di Alcinoo. Anche in Sicilia terme e bagni non mancavano in nessun quartiere

Elio Di Bella
Docente e giornalista
  • 23 novembre 2021

Le Terme Achilliane di Catania

È antichissimo l’uso dei bagni, ne narra persino Omero descrivendo la vita deliziosa, che si svolgeva a tutte le ore nel palazzo di Alcinoo.

A Roma, terme e bagni non mancavano in nessun quartiere e in particolare sotto l'impero di Augusto gli edifici termali ebbero maggiore magnificenza che nel passato, come continuano a scoprire gli archeologi anche in Sicilia.

Ad Agrigento, in una recentissima campagna di scavi sono stati scoperti i resti di un impianto termale all’interno di un’abitazione nel quartiere Ellenistico-romano dell’antica città nella Valle. “Una spa di quartiere, perfettamente inserita nell’urbanistica della città”, secondo l’archeologa agrigentina Maria Concetta Parello.

Tre vani in conci di tufo ben squadrati, con grande accuratezza tecnica. In un vano, resti ben conservati di una vasca rotonda probabilmente, usata per i bagni con acqua bollente; in un altro vano, un grande forno per produrre aria calda per alimentare un sistema di riscaldamento sotterraneo (ipocausto) che faceva circolare l’aria calda prodotta dal forno persino nel pavimento e nelle pareti che venivano rialzati creando uno spazio che, grazie al vapore prodotto dal forno, rendeva caldo l’ambiente. Di certo vi era anche un sistema idrico per assicurare l’acqua all’impianto e si spera di individuarlo molto presto .



Non mancava nulla: la stufa, il bagno caldo, il bagno freddo e il tepidario e per poca spesa. Il calidarium (il bagno caldo) è l’ambiente dove gli archeologi riscontrano una maggiore attenzione, sia decorativa con pavimenti raffinati in opus signinum o mosaici, sia architettonica.

Certamente doveva esserci un bagno pubblico, con un ampio calidarium nella Valle dei Templi anche nei pressi del Gimnasium, per l’ovvia ragione che gli atleti greci usavano comparire nudi nei giuochi e ungersi di olio, terminando gli esercizi col bagno. Infatti gli edifici dei bagni pubblici erano di ordinario attaccati alle palestre e ai ginnasi.

L’antica Akragas vantava un gran numero di atleti, che partecipavo numerosi ai più diversi giochi olimpici. In tutta la Sicilia, greca e romana, l’usanza di frequentare i bagni pubblici e le terme si diffuse subito. «Acqua fuori, vino dentro ed ognuno sta contento» è un antico motto che va bene anche per i siciliani di tutti i tempi.

Le stazioni termali siciliane erano luoghi di ritrovo, di benessere, dove si alternavano ambienti freddi e caldi e ci si immergeva in vasche profumate da spezie e vini.

Luoghi sfarzosi per l’aristocrazia siciliana o semplici per il popolo. Le terme private diventarono presto indice dello status symbol raggiunto dai grandi latifondisti siciliani, ma anche dalle élite cittadine. Ma anche le municipalità cittadine non furono da meno nel realizzare grandi impianti pubblici, che mettevano a disposizione del popolo, ed anche, presso i porti, dei marinai e di quanti arrivavano nelle città portuali e avevano necessità immediata di pulizia e di rilassamento.

L'ora di bagnarsi era di ordinario l'ottava e la nona. Si accedeva con poca spesa con il risultato di un grande benessere psico-fisico. Stufe pubbliche e terme vennero pertanto edificate in diverse città: gli avanzi di alcune fanno parte oggi dei tour turistici.

A Siracusa antichi impianti termali sono stati rinvenuti negli anni Trenta del secolo scorso. Il più celebre è noto come “Le terme di Dafne” o Bagno di Dafne e identificato con quello di cui parla lo storico bizantino Teofane, il quale nella sua Chronographia, ricorda che qui venne assassinato l’imperatore bizantino Costante II, nel 668 d.C.

A Catania troviamo le romane “Terme dell’Indirizzo” e le cosiddette “Terme Achilliane”. Le prime traggono la attuale denominazione dal convento carmelitano di Santa Maria dell’Indirizzo, che ne incorporò le strutture. Si fanno risalire all’epoca dell’età imperiale romana avanzata.

Erano di uso pubblico e venivano utilizzate principalmente dai marinai perché molto vicine all’approdo e sfruttavano le acque dell’Amenano, fino a quando la colata lavica dell’Etna del 1669 non ne modificò il corso. Degli imponenti resti dell’impianto termale si conservano ancora una decina di ambienti, con il frigidarium e il tepidarium e gli annessi vani di dimensioni minori, l’apoditerium ed il laconicum.

Recenti indagini (2010-2011) hanno portato alla scoperta del decumano massimo dell’antica Lilybaeum e hanno messo in luce nel settore nord-occidentale dell’area di Capo Boeo verso il mare, i resti delle terme pubbliche municipali.

Sono questi solo alcuni esempi (e neppure tra i più rilevanti) della presenza di impianti termali ellenistici e romani in Sicilia, che avevano soprattutto una funzione igienico-sanitaria e di relax. Più tardi per Ebrei e Arabi avranno anche un’importanza etico-religiosa.

A Siracusa, nell'ipogeo di Casa Bianca, a 18 metri sotto il livello stradale e alimentato da acqua pura sorgiva, è stato scoperto il più antico “miqweh” o bagno rituale ebraico d'Europa. Acque dolci riempiono le vasche; si ammirano pilastri e volte cavate nella roccia, che presentano immagini al femminile, pratiche di controllo, che evocano, nella loro specificità, norme, consuetudini e riti di purificazione.

E lo storico agrigentino Giuseppe Picone nelle sue “memorie storiche agrigentine”, riferendosi agli ebrei agrigentini scrive: “Fra i poderi che nostri ebrei possedettero vi era quello nominato Yarabella, che confinava con le muraglie occidentali della città. Una parte di esso, sotto la chiesetta di Santa Lucia, serba tuttora la denominazione di orto della Giudecca. Ignaro dove fosse il loro Bagno pubblico, ossia il luogo di purificazione, nel quale si immergevano le donne mestruate, né di questo poté essere sprovveduta la Girgenti ebraica”.

Anche ai tempi della dominazione araba in Sicilia, l'uso dei bagni era legato ai riti di purificazioni dei musulmani. Tali riti servivano a preparare alla preghiera. Vi erano due forme di purificazione termale, l’una detta “ghost”, che consisteva in una immersione totale del corpo nell'acqua; l’altra “wodu”, era più semplice: si lavano solamente il viso, le mani e i piedi. La prima era d’obbligo prima della preghiera se il musulmano aveva avuto rapporti sessuali o si era avvicinato ad un morto.

Una delle poche testimonianze di bagni termali di epoca araba in Sicilia è il cosiddetto “Gioiello di Mezzagnone”, in provincia di Ragusa, un “hammam”, ossia un bagno termale di epoca araba (posteriore all’anno 852), adattato all’interno di un monumento molto più antico. Originariamente si trattava infatti di un mausoleo di epoca Gota. Esso apparteneva, con molta probabilità, ad una famiglia influente e fu probabilmente realizzato poco dopo il 553 dopo Cristo.

Gli arabi, scavando il pavimento dei due principali ambienti dove arrivava l’acqua a diverse temperature, realizzarono un perfetto “tepidarium” ed un altrettanto funzionale “calidarium”. Entrambi preceduti da uno spogliatoio con accesso laterale.

Il conte normanno Ruggero, dopo aver sottomesso i musulmani in Sicilia, secondo uno storico arabo, non permise l’uso dei bagni pubblici.
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