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Quando proprio non ci può niente: questa è la storia del viceré più "attassato" di tutti

Quando la sfortuna ci si mette di mezzo: la storia di un personaggio chiave dell'antica Palermo che regalò alla città uno dei simboli architettonici del centro storico

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 7 maggio 2020

Un'immagine di Enrique de Guzman y Ribera

Il 26 gennaio 1585 Enrìquez de Guzmàn, conte di Alba de Liste e di “se si stava a casa ci faceva chiù fiura”, viene nominato viceré di Sicilia dall'allora re di Spagna Filippo II; che se suo padre, Carlo V, fosse stato ancora vivo, lo avrebbe preso a boffazze a due a due fino a quando non diventavano dispari.

Era un uomo fiero Enrichetto: spalle larghe, bel portamento, non avvezzo a favoritismi, sguardo penetrante e grande carisma: tutte doti che ne avrebbero potuto fare un grande viceré; questo, se non fosse stato per il fatto che era così attassato che i siciliani non lo volevano manco per accompagnamento al funerale.

Eppure Enrichetto, mischino, ci aveva provato a farsi volere bene regalando ai palermitani, durante il suo mandato, la fontana del “Garraffello”, scolpita da Vincenzo Gagini nel 1591, e aveva fatto convogliare le acque del piano chiamato “u Ciarduni”-lo stesso in cui i borbonici edificarono successivamente il Grand Hotel Cabaret- per fare un abbeveratoio pubblico al borgo Santa Lucia dove, poi, sulla spianata dei ”Quattro Venti” - chiamata così proprio perché essendo zona ventosa si diceva convogliassero i quattro venti -, sarebbe stata costruita nel 1632 l'omonima fontana oggi scomparsa insieme alla chiesa di Santa Lucia e a tante altre cose troppo belle; la spiaggia prospiciente, in fine, non doveva essere tanto amata dai borbonici perché quando si andavano imboscare con qualche femmina, proprio a causa del vento, le parrucche e le malefiure arrivavano a mare.
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Nel 1588 la scalogna di De Guzmàn miete le sue prime vittime: il re lo incarica di rifornire di provviste l'invincibile “armada” marittima che si trovava a voler invadere l'Inghilterra perché le navi corsare inglesi e il terribile pirata Francis Drake gliel'avevano fatta a torroncino. E siccome per una grande parete ci vuole un grande pennello, venne eletto grande ammiraglio di questa formidabile flotta il famigerato Alvaro di Bazàn, marchese di Santa Cruz, che non ebbe manco il tempo di chiedere: “Ma a cu appartiene stu De Guzmàn?” che gli venne un colpo e lo dovettero uscire dalla nave San Martin con i piedi in avanti.

“Menomale”, disse a quel punto Enrichetto a Filippo II, “ca abbiamo nominato il duca di Polliano come suo vice, perché sennò eravamo consumati”; manco lo nominò che lo ammazzarono e si dovettero portare pure lui con i piedi in avanti: sta San Martin di uscirla la porto non se ne parlava. Convocarono allora le migliori menti, strateghi, esperti guerra, personaggi illustri, matematici: convennero, per il principio algebrico del “meno per meno fa più”, che per contrastare la scalogna ci sarebbe voluto un altro grande iettatore.

Viene nominato in quattro e quattr'otto un cristiano che aveva l'archivio dell'ufficio anagrafe al posto del nome: Alonso Peréz de Guzmàn y Sotomayor, duca di Medina Sidonia. “Ecco la profezia!”, disse a quel punto il re “Se questo tiene il tuo stesso cognome siamo a cavallo perché più scuro di mezzanotte non può fare.”

Il duca di Medina Sidonia, che già gli fischiavano le orecchie dalla Spagna, vedendo la carta malapigghiata, scrisse di tutta risposta una lettera dicendo che di navi non ne capiva niente, che non stava tanto bene e che, addirittura, e giuro che è vero. soffriva pure di mal di mare.

Cornuto, mazziato e con la coda in mezzo alle gambe dovette comunque accettare perché Filippo II s'era fissato co' sta storia del meno per meno e non ci fu niente che fare. Il 30 maggio, finalmente la San Martin salpò con a seguito 138 navi per un totale di trentamila uomini. Si batté come un leone il duca di Medina Sidonia ma il 12 settembre, dopo aver resistito alle flotte inglesi, appena pensò di mandare la bella notizia a al viceré Guzmàn s'abbatterono su di loro tre tempeste una appresso all'altra con il risultato che ritornarono solo 45 navi.

Nonostante i palermitani erano arrivati al punto che camminavano con le mani in sacchetta, appositamente bucate per toccare ferro e scongiurare l'attasso, lo stesso anno, Enrichetto viene riconfermato viceré per un altro mandato. Passa appena un anno che, manco lui ci credeva non fosse successo niente, la sua nuvola fantozziana si ripresenta: nel 1589 scoppia un terribile carestia che lo porta a pensare che forse gli aveva dovuto fare qualche soperchieria al Padre Eterno. Dalla Spagna il re lo inquieta un'altra volta: “Grano!, gli manda a dire, “a nesciri u grano!” De Guzman, che gli era siddiato pure a campare, risponde un'altra volta “Comandi!” e si rivolge a una para di bravi picciotti che trattavano il grano e che dovevano essere pressappoco come Franco Franchi e Ciccio Ingrassia nel ruolo del gatto e la volpe perché, raccontandogli una storia tipo quella del campo dei miracoli, interessati solo al fatto che gli spagnoli avevano piccioli da spendere, se lo alzarono sano sano con il risultato che tutto il grano andò a finire agli spagnoli e i siciliani si mangiarono aria e pidocchi, augurandogli però di stoccarsi i vizi tre volte al giorno.

Per riprendersi dal trauma Enrichetto s'andò a fare una vacanza nelle zone di Messina: forse c'era già il villaggio di Capo Calavà. Appena si seppe che se n'era andato ci furono bottiglie stappate e ostriche a tinchité per tutti; poi, smaltita la sbornia, si decise di fare uscire le reliquie di Santa Cristina in giro per la città - era lei la patrona principale in quel periodo - e, manco a farlo apposta, arrivò al porto di Palermo una nave carica di grano che il senato s'acchiappò senza fiatare.

Il viceré rivitalizzato da macarene, mojito e giochi aperitivo decise di starsene a Messina fino al 1590; mentre a Palermo ne approfittarono per fare sanificazione tipo Covid-19 e liberarsi dai nefasti influssi. A dicembre -botta di sale a lui!- Enriquéz de Guzmàn comunica a tutti che avrebbe fatto ritorno. Si preparò, come era usanza, un ponte che collegasse la nave alla terra ferma in modo da accogliere il viceré come si accoglie un colpo di diarrea la mattina di un colloquio di lavoro. Il 15 dello stesso mese approda alla Cala mentre tutti, vestiti a festa, lo aspettano con in mano trecce d'aglio, corni, ferri di cavallo ed effigi di Santa Cristina; tutti i nobili vestiti imbellettati santiavano sulla struttura galleggiante sperando che la nave affondasse prima di attraccare.

Il vicerè felice di tale accoglienza e cotanta briosità non fece manco in tempo di dire a sua moglie: “Talé bello ponte che c'è là!”, che, forse un colpo di sfortuna, forse perché quelli della società falegnami erano antenati di quelli di società autostrade, fatto sta che si scassarono tutte cose e finirono in acqua decine e decine di persone che annegarono per colpa del peso dei vestiti dell'epoca. Alla fine pure il re Filippo II comprese che era meglio che ci levava mano e, a stu giro, finiti i secondi tre anni, mandò de Guzmàn in cassa integrazione nominando come suo sostituto l'arcivescovo Diego Aedo in attesa del nuovo viceré.

Era un giorno di sole e tutti erano felici e contenti quello in cui, dopo avere scortato fin sopra la nave l'attassatore, tutti lo salutavano con la speranza di non rivederlo mai più; manco passò un pomeriggio sano - Botta di sale ancora più grossa! che i palermitani se lo videro spuntare, panza e presenza, di nuovo a Palazzo Reale, perché a causa di un malotempo improvviso non era potuto partire. Secondo le cronache, e non ne siamo manco sicuri a sto punto, fu solo il 16maggio 1592 che Enriquéz de Guzmàn se ne andò a Messina fino all'arrivo del nuovo viceré; e si racconta -e a questo ci crediamo invece- che quando la nave salpò definitivamente un gran folla andò ad omaggiarlo con un ultimo saluto, non vogliamo sapere di quali belle parole ma immaginiamo con un bel coro di “Viva forte! Ca pompa chiù forte!”
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