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Sedie volanti, portantine e seggette: il traffico a Palermo c'era già nel Settecento

La storia di come il Senato di Palermo ha creato la tassa sul traffico in tempi non sospetti ma anche alcune curiosità sui mezzi di trasporto dei secoli passati

Santi Gnoffo
Ricercatore storico e delle Tradizioni popolari siciliane
  • 15 febbraio 2019

Sofia Trabia di Butera e la contessa Mazzarino nelle portantine per un ballo in costume (primi del Novecento)

Un tempo, nelle vie principali di Palermo, alla Marina o fuori altre Porte della città, si incontravano portantine, sedie volanti o seggette. A differenza della lettiga, che era a due posti, le portantine, le sedie volanti o seggette erano ad un posto.

Erano utilizzate per muoversi velocemente in città oppure per passeggiare: le sedie volanti e seggette erano portate a mano mentre la lettiga era sostenuta dagli animali, perciò veniva utilizzata per i lunghi spostamenti.

Le portantine avevano in comune con la lettiga e con la carrozza la qualità padronale e da nolo, la portantina padronale apparteneva ad un privato, era perciò composta da eleganti fregi e dorature esterne, di ricche stoffe all'interno.

La portantina della famiglia Sperlinga ad esempio, era rivestita in pelle nera sparsa di borchie indorate con quattro fiammelle accese agli angoli, quasi a difesa dell'aquila del centro; quella di casa Trabia, aveva una decorazione sfavillante, una trentina di puttini poggiati davanti, dietro, ai lati, nello sportello, nelle maniglie e perfino ai piedi: all’interno si trovavano figure mitologiche quali Aurore, Nettuni, Sirene, Satiri, Genietti, dipinti, o quasi miniati, soffici cuscinetti e molli spalliere dal colore blasonico del casato. I quattro lati della portantina erano chiusi da vetri e all’interno dotate da rosee tendine, che si aprivano al bisogno per osservare fuori.

Anche il Senato era dotato di carrozze sontuose ma raramente usava le portantine, come ad esempio durante la gita al Monte Pellegrino, nella festa delle quarantore dentro la grotta del Santuario. Anche la Corte del Vicerè e Corte dell'Arcivescovo ne possedevano, come le più aristocratiche famiglie: Valguarnera, Castelnuovo, Regalmici, Belmonte, Partanna, San Marco, Cassaro, Paternò, Sandoval e qualche ricca casa del ceto civile.

Anche i conventi ed i monasteri ne possedevano: quella dei Domenicani, portava dipinto l'emblema dell'Ordine ovvero un cane con una fiaccola accesa in bocca e diversi motti biblici, quella del Tribunale della Santa Inquisizione, del Monastero della Pietà, Monastero delle Stimmate, Monastero di San Vito, Monastero della Concezione, venivano utilizzate per trasportare il Superiore e, in casi d'inabilità fisica, anche le semplici suore.

Nella portantina comune (privata) o da nolo, mancava l’ornamento. Era utilizzata da qualche medico per le visite giornaliere, da qualche magistrato, dai predicatori per recarsi in chiesa o per ritornare in convento oppure a casa.

La portantina era anche usata per trasportare sotto scorta qualche delinquente che veniva chiuso per andare fino in carcere ma anche per gli ammalati gravi che venivano portati invece via dal carcere (ai tempi era la Vicaria).

La usavano anche i becchini per trasportare i cadaveri al cimitero dei Cappuccini oppure al cimitero comunale.

Durante il Venerdì Santo, i Cappellani delle Parrocchie si facevano condurre alla Cattedrale a prendere l'Olio Santo per la Estrema Unzione da somministrare ai moribondi durante l'anno.

Anche le sedie ed i portantini erano padronali (private) o da nolo e formarono Confraternite che intitolarono ai loro Santi protettori Euno e Giuliano.

Essi abitavano nei vicoli di Ballarò ed al Capo che presero perciò il nome dal loro lavoro: Al Capo sorse la via delle Sedie Volanti ed il vicolo dei Seggettieri, che sbocca sulla via Cappuccinelle; a Ballarò c’era il vicolo dei Seggettieri, oggi vicolo Antonio Lomonaco Ciaccio.

I lettighieri si riunirono in una Maestranza; anche loro abitavano o lavoravano nella via delle Lettighe o nel vicolo dei Lettighieri volanti (di fronte la chiesa San Cosmo).

I facchini svolgevano molto duro: con la cinghia alla nuca, le estremità della cinghia e le mani alle aste, trasportavano le persone ansando e sudando come animali. Da ciò il loro soprannome di "mastru o vastasu di cinga (facchino da cinghia)" ancora oggi usato per indicare con disprezzo una persona che compie atti incivili.

I portantini padronali (privati) erano i servitori di una nobile casa, vivevano nelle anticamere dei palazzi, e conoscevano bene tutte le forme della buona educazione. Vestiti di livrea e parrucca, erano sempre pronti a trasportare i loro padroni. Di sera, quando conducevano alle veglie oppure ai festini la nobildonna, ad essi si aggiungevano sei oppure otto paggi che reggevano torce accese, le quali essi, appena arrivati al palazzo, si affrettavano a spegnere nei buchi nascosti dietro le porte dei vestiboli.

La portantina costava poco. Un viaggio, o per dir meglio, una corsa nel Cassaro o nella Strada Nuova (via Maqueda) costava due o tre tarì, un tragitto fuori città costava di più.

I carrozzini erano pochissimi. Il commerciante Antonio Bruno, concepì l’idea di acquistare un numero di carrozzelle nuove e di metterle a disposizione del pubblico, il trasporto costava un tarì (cent. 42). Il carrozzino ebbe un successo strepitoso ed il popolo lo denominò “tariolo“ .

Questa la nuovo tipo di trasporto danneggiò la categoria delle portantine e vi furono in città tumulti tra le due parti e per sedarli occorse l'intervento della Polizia.

Naturalmente i tarioli si moltiplicarono; nel solo Piano della Marina, dirimpetto la Vicaria, se ne contavano quasi trenta il giorno. Nel 1785 divennero ottantacinque e due nel 1787 centoventuno.

Nacquero anche i calessini a due ruote, coi quali, ci si poteva spostare facilmente in Città. Presto l'uso di questi veicoli si estese per tutta la Sicilia. Iniziò quindi la vendita delle carrozze,carrozzini, di calessi e di vis-à-vis con aste di ferro, di berlingotti, di carrozzini di gala, di carrettelle per campagna, che si chiudevano interamente.

Condurre un carrozzino diventò una moda, lo usavano i nobili ma anche il ceto medio.

I Palermitani si spostavano soltanto in carrozza, ma anche "i forestieri potevano procurarsene di veramente buone per sette, otto franchi al giorno".

Fino al 1647 soltanto le dame della prima aristocrazia si servivano della carrozza. Gli uomini andavano a cavallo. Nel 1782, erano più che decuplicate: 784!

Le strade della Città erano percorse anche da timonelle, le carrozze dei militari, dei signori regnicoli (provinciali), e altri veicoli simili.

Tutto ciò creò un eccesso di traffico: i cocchieri padronali (privati), nel procedere per le strade, volevano sopraffare i cocchieri da nolo ed anche i pedoni, invadendo il limitato spazio ed arrestando il passaggio. Il termine "'mbrogghiu di carrozzi" (inviluppo, confusione; impedimento di libero corso) nacque a causa di questo abuso che non si riusciva a frenare.

I Decreti del Senato di Palermo del 23 Giugno 1767 e quello del vicerè Marcantonio Colonna di Stigliani, del 12 Settembre 1777, cercarono di limite e regolamentare questo fenomeno.

A causa del transito delle carrozze, le vie della città si deterioravano; spesso le carrozze, prendendo una buca si fermavano rallentando il traffico.

Si bandì una tassa annuale di tre onze per la durata di quattro anni, per il lastricamento di una parte delle vie Toledo (via Vittorio Emanuele) e Maqueda ma i nobili si opposero.

Il 10 Luglio 1796 una legge introdusse il pignoramento di molte carrozze. Passati i quattro anni, la tassa fu aumentata e fu estesa alle seggette dovettero pagare, nonostante il loro settore fosse già in crisi.

La tassa rimase fissa per gli anni che seguirono e nell'Ottocento, l’introito era di quasi tremila onze all'anno. Scorrendo la lista dei tassati per quartieri nel Giugno del 1801, sorprende la differenza tra alcuni di essi.

Quello di Seralcadi (Monte di Pietà) era 559 onze, quello della Loggia (Castellammare), 645,15, l'altro dell'Albergaria (Palazzo Reale), 650,15, quello, infine, della Kalsa (Tribunali) 1071,15: totale 2926,15.

Il quartiere della Kalsa, benché all'apparenza abitato da umili pescatori, batteva gli altri perché in realtà è qui che abitava il maggior numero di signori.

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