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"Serpi pazze e code di drago": trovate le poesie di quando Camilleri aveva 30 anni

È successo per caso, sfogliando una raccolta di elaborati di giovani poeti del 1958: esce un volto sconosciuto di Andrea Camilleri, il "papà del Commissario Montalbano"

Alessia Rotolo
Giornalista
  • 13 settembre 2019

Capita che nei posti in cui meno te lo aspetti trovi un tesoro. Ed è così che tra le migliaia di libri accatastati e impolverati della biblioteca itinerante di Pietro Tramonte è stato rinvenuto un libro con le poesie dell'allora "Nuovo poeta" Andrea Camilleri.

Pietro Tramonte è ha aperto in uno spazio dopo la pensione: un vecchio magazzino di piazza Monte Santa Rosalia a Palermo si è trasformato in una libreria che raccoglie libri per rivenderli (a pochissimi euro) ma in cui è anche previsto "lo scambio".

Insomma Pietro dà nuova vita ai vecchi libri: negli anni sono migliai le pagine accumulate e i libri accatastati tanto che degli scaffali sono stati messi lungo la strada, fuori dal magazzino come a creare un universo fantastico che si svela a poco a poco, dietro ogni pila di libri, sotto uno scaffale c'è un altro libro, un'altra storia, un piccolo mondo di carta.

Si possono perdere ore ed ore tra quelle gigantesche pile e comunque mai e poi mai si torna a casa a mani vuote. Si trovano spesso prime edizioni, libri antichi, piccole chicche che per gli amanti della lettura sono piccoli tesori.

È in questo posto magico che una mattina, passando da quella stradella, è saltato nelle mani di un palermitano un libro con una vecchia copertina con su scritto "Nuovi Poeti - racconti e presentati da Ugo Fasolo", edito da Vallecchi edito nel 1958.

Tra questi anche un giovane poeta Andrea Camilleri, che all'epoca aveva 33 anni: di seguito le quattro poesie dello scomparso scrittore, ideatore del personaggio del Commissario Montalbano e penna che ha permesso alla Sicilia di farsi conoscere per i polizieschi e le coste assolate delle sue ambientazioni.

Il picchio è tornato a battere come ogni anno
sempre sulla stessa corteccia con un rumore
di semi caduti per terra. Ora gli uomini vanno
per vie traverse, ignorando la strada dritta
non sentono che qualcuno li chiama alle svolte.
Il tempo è pesante come un pezzo di muro;
ogni ora come un sasso ci grava sul cuore,
le case non sono più quelle d'una volta
è spento il camino, e tra i mogani
le parole d'un giorno impossibili a ripetersi
ora giacciono inerti. I conti non tornano più;
sull'orlo degli specchi l'oro della gioventù
è patina di polvere. Forse non è come ogni anno
se il picchio batte più forte alla stessa corteccia.

Non basta più guardare in cielo le costellazioni
Andromeda vagante o il Carro dell'Orsa
per inventare nuove e fragranti consolazioni
o dire parole d'amore vecchie come le stelle
avvolgendole in seriche trine di versi preziosi,
non basta più guardare il mare la spuma sugli scogli
e dire che è così la vita che va e viene
come l'onda e che dopo tutto ci sono i fari
a guidarci (e qui risolino sapiente e compiaciuto
di professore in pensione). E guardiamoli i fari,
hanno sempre una luce monotona verde-rossa
scandita nel buio; noi siamo perduti in una fossa
di sangue e fango ed essi non hanno mani
hanno solo una luce; che c'importa? Non bastano
i fari, le stelle, non è vero, non sono l'occhio di Dio.

Non c’è più un tempo per nascere un tempo per morire
si nasce e si muore nello stesso momento infinite morti
ci assediano è l’ora che ognuno raccolga
in sé la morte degli altri il frumento assiderato
dal gelo il topo che si dibatte nella gabbia
il marito che piange la moglie infedele. E l’ora
di cogliere il dolore degli altri in una mano
e portarsela in fronte a stamparvi croci e croci in rosso
udire il nostro grido nella bocca dell’uomo
che ci passa accanto per caso è l’ora di aprire
tutte le finestre tutte le porte abbattere i muri se occorre
per poterci guardare negli occhi trovare una parola
nuova che non sia preghiera ma urlo.
E l’ora che dalla morte nasca la vita

Lascia al tempo del turbine codadidrago
balzare il gallo nel suo canto, il dito
accusarci implacato e farsi emblema
la serpe pazza che ingoia la coda,
vento testadimoro, tu che azzardi
carezze al dorso delle case e pigro
borbotti, amico vento del deserto, tu
guida il fiuto dei cani sulla pista,
matura i grappoli, accendo l'amante
allo schiudersi tenero dell'ostrica.
Grano di sabbia è la tua ora e mai
parete altera ne dirà la storia:
fa che il tuo fiato non si muti in squillo,
che il metallico gallo non si desti
che la mano con l'indice rimanga
innocua insegna, che il bianco serpeggiare
sia di carte sgualcite. Concedici una breve
oasi alle tue palme, illudici per poco
che la tromba spezzata è nella polvere

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