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Si dice (anche) che fosse "figlio di un beccaio": lo Stupor Mundi tra verità e maldicenze

Ripercorriamo le cronache del tempo su Federico II. Fonti che spesso richiedono un certo discernimento, specie quando riportano non solo scritti celebrativi, ma soprattutto leggende e maldicenze

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 10 maggio 2022

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Statua di Federico II

Un grande Professore Medievista affermava che “Il Medioevo ha bisogno di un vero e proprio atelier, dotato di strumenti raffinati e complessi”, indispensabili se il protagonista della ricerca è un personaggio illustre e controverso, come Federico II, lo “Stupor Mundi“.

Il Sovrano che riposa nella Cattedrale di Palermo, ha numerose fonti primarie, (cronache, atti, documenti d’archivio, monete) e secondarie, (luoghi, monumenti, oggetti, armi, gioielli, cimeli), superori persino a quelle di un altro grande personaggio: Carlo Magno. Fonti che spesso richiedono un certo discernimento, specie quando riportano non solo scritti celebrativi, ma soprattutto leggende e maldicenze, e su Federico II quest’ultime abbondano.

Nell’uno e nell’altro caso, vi è una partecipazione che va oltre la ricerca storica: c’è chi vede nell’Imperatore un uomo pienamente calato nel suo tempo, un uomo feudale, chi invece lo considera uno spirito illuminato, un precursore, una stella luminosa in un periodo considerato oscuro.



La suggestione parlando dello Svevo è forte, la complessità del suo territorio, “terreno d’incontro di culture ed esperienze diverse” è stato da lui utilizzato per l’organizzazione e edificazione del suo Stato, dove le varie complessità divennero valore aggiunto, nonostante le palesi contraddizioni che lo accompagnarono, come quando, credente e devoto, perseguitò i catari, emanando per quelli rifugiati al nord una costituzione imperiale che introduceva la condanna a morte. Gli stessi provenzali però furono ben accolti in Sicilia, e con la loro poesia d’amore, inaugurarono “ la Scuola Poetica Siciliana”.

Se la sua autorità non ebbe un gran peso in Germania e nel nord Italia, fu in Sicilia che riuscì a mobilitare energie e risorse come raramente avvenne sull’Isola, piegando l’Italia dei Comuni e la Chiesa di Roma. Rinunciò ai funzionari tedeschi, preferendo quelli locali, che fece formare all’Università da lui fondata a Napoli.

Ogni nomina passò da lui intimando che, qualunque incarico arbitrariamente conferito, sarebbe stato punito con la distruzione del luogo e la perenne schiavitù degli uomini. Decisioni che lo rendono meno magnanimo di come spesso una buona stampa l'ha descritto. La sua feroce vendetta colpì persino Pier delle Vigne, suo consigliere e notaio, accusato di cospirazione, lo condannò all’accecamento tramite un ferro infuocato. Il poveretto dopo la condanna si uccise sbattendo più volte la testa sul muro, nella cella dove era stato rinchiuso.

Cronache altalenanti per lo Svevo, tra quelli positivi: Matheus Parisiensis per Lui coniò il termine “ Stupor Mundi”, il cronista Iamsilla che lo descrive come “magnanimo, sapiente, sempre guidato dalla ragione”. Al-Maqrizi dice che era appassionato di logica e astronomia, in stretto contatto con i matematici arabi dell’epoca cui inviava quesiti e problemi. Vivida intelligenza che lo porterà a chiedere a Michele Scoto, uno degli intellettuali più brillanti della corte federiciana, quali fossero le dimensioni della Terra, perché fosse ferma e immobile “ sull’abisso”, cosa la sosteneva? Un Uomo colto, parere che non sarà negato da uno dei suoi acerrimi detrattori: Salimbene de Adam.

Il religioso guelfo non gli risparmiò alcuna critica a iniziare dalla leggenda messa in giro dal Duca Marcovaldo a proposito della sua nascita. Si raccontò che Costanza, madre dell’Imperatore, simulò la gravidanza e la nascita, “adottando” il figlio di un “beccaio”. Salimbene dice: “tutti sanno che era avanti con l’età ed era sterile”. Utilizza persino i vaticini di Merlino, che porrà dubbi sulla sua nascita definendola “inattesa e misteriosa” aggiungendo che lo Stupor era “un agnello da squartare, ma non divorare, un leone furioso tra i suoi “. Sempre Salimbene riporterà un moto di rabbia del suocero durante una partita a scacchi, quando apostrofò Federico come “ Maledetto figlio di un beccaio”.

Testimone oculare, il religioso, vide il serraglio degli animali che possedeva, racconta di un elefante, giraffa, scimmie, cammelli, dromedari e ghepardi. Probabilmente anche il padre di Salimbene ebbe modo di conoscere Federico, a lui indirizzerà una missiva chiedendo di distogliere il figlio dal desiderio di prendere i voti. Salimbene fu particolarmente caustico quando lo descrisse come “ miscredente, astuto, avaro, lussurioso, malvagio, iracondo, pestifero epicureo, corruttore della terra”.

Non soddisfatto, racconterà vari aneddoti come quando fece amputare il pollice a un notaio perché aveva scritto Fridericus con la E invece della I, oppure quando fece rinchiudere un uomo in una botte, lasciandolo morire, per dimostrare che l’anima moriva con il corpo.

Senza dimenticare” l’esperimento” fatto su neonati, che tolti alle mamme, furono allattati da balie che ricevettero l’ordine di non rivolger mai parola ai piccoli. Voleva scoprire quale lingua avrebbero parlato. I piccoli si dice che morirono tutti, per essere stati privati di affetto e considerazione.

Eppure anche Salimbene non poté fare ameno di dire che era “sollazzevole, cortese, gioviale, colto”. Lo descrive come “un bell’uomo di statura media e ben proporzionato”. Aggiungendo che sarebbe stato uno dei più grandi Imperatori del mondo se “fosse stato un figlio devoto della Chiesa”. Salimbene probabilmente già allora intuì che al netto di maldicenze e contraddizioni, lo Stupor avrebbe lasciato, comunque, un’impronta indelebile nella storia.

Concludo, restituendo l’emozione di sentir parlare lo Svevo in prima persona, attraverso uno dei quesiti rivolti a Scoto: “Maestro mio carissimo, vorremo che tu esponga in merito a quel fuoco che si sprigiona dalla terra così in pianura come in montagna, quel fumo che si vede a Mongibello, Vulcano, Lipari e Stromboli, ora qui e ora lì, donde si alimenta, cosa lo fa soffiare…”.
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