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Si narra di un ponte "spiritato" e di un "granchio d'oro": posti magnifici della Sicilia rurale

Siamo in uno dei cuori rurali della Sicilia e questa terra ne ha tanti, un po' come Gesualdo Bufalino la raccontava per definire un posto che è mille posti

Giovanna Gebbia
Esperta di turismo relazionale
  • 3 giugno 2022

Siamo in uno dei cuori rurali della Sicilia e questa terra ne ha tanti, un po’ come Gesualdo Bufalino la raccontava per definire un posto che è mille posti: in viaggio chiunque può scegliersi la Sicilia che vuole, da costa a costa c’è in mezzo un universo di varia bellezza e umanità.

Qui andiamo appena dopo Palermo dove si apre il paesaggio di una parte della Sicilia attraversata da una storia da assaporare anche gastronomicamente palando, ricca di prodotti tipici tra formaggi, grani e vini che rispondono ad una tradizione millenaria.

È la Valle tra lo Jato e il Belice - attraversata dalla nota SS 624 Palermo Sciacca - il panorama varia con l’altezza collinare dei rilievi e cambia d’abito con l’alternanza delle stagioni, campi coltivati a grano e cereali, vigenti e uliveti a seconda del momento offrono un cromatismo in continua evoluzione, ogni stagione ha la sua livrea.

Nei mesi più belli lo scenario rurale è inondato da una luce abbagliante fin da primo mattino, il cielo terso ha l’azzurro incombente dell’estate siciliana.



Le sagome del bestiame si aggirano immerse tra i campi ancora verdi che si apprestano a cambiare in oro giallo, le mucche scure della razza “cinisara” da tempo oggetto di recupero per un latte straordinario, un prodotto caseario non difficile da trovare sul posto, pecore bianche con il mantello ancora addosso prima della tosatura.

Le balle di fieno arrotolate aspettano al sole in attesa di essere trasportate per dimorare fino a quando non verranno srotolate a nutrire il bestiame per necessità, il grano occupa grandi spazi di campi. Ed è da qui che inizia un viaggio breve ma intenso fatto di luoghi nascosti alla vista, spesso oscurati dalla vegetazione infestante, ma incastonati nella narrazione scenografica strepitosa.

Siamo nel territorio del paese di Roccamena, mille abitanti all’incirca circondato da pascoli e campi coltivati dove la coltura più importante, oltre al grano, è quella del melone giallo. Un piccolissimo insediamento urbano - voluto da Giuseppe Beccadelli, marchese della Sambuca e principe di Camporeale nel XIX - ad appena pochi minuti dove appaiono dal nulla, immersi nella vegetazione della campagna due costruzioni che mai ti aspetteresti.

Superato il bivio che lo indica dopo qualche minuto si arriva ad un sentiero appena visibile sulla sinistra che scende per pochi metri e qui appare lui addormentato quanto imponente: è il magnifico Ponte saraceno di Calatrasi detto anche “ponte del diavolo” edificato nel 1162 ad unica campata a schiena d’asino che collega le due sponde di uno dei due rami del Fiume Belice.

Qui a primavera l’acqua è scrosciante e d’estate comunque presente, la vegetazione è di canne e oleandri rosa fucsia, da sotto si può restare sovrastati dall’ombra dell’arco sotto il cielo che sembra protraesi alle nuvole che passano sulla testa. La suggestione è assicurata.

Più in basso a pochi metri si entra nel vecchio mulino del quale rimangono le mura perimetrali possenti e il disegno dei ruderi di camere e magazzini, resti dei forni ma anche della macina e degli ingranaggi che venivano mossi dalla caduta delle acque del fiume convogliate da un piccolo acquedotto sovrastante.

Ovviamente leggende non ne mancano a partire da quella che il ponte, eretto in una sola notte, fosse stato in realtà opera dei “fati” degli spiriti detti anche diavoli, oppure del prezioso “granchio d’oro” che appariva ai viandanti e mai li faceva prendere.

Più avanti sulla rocca calcarea sovrastante, detta “monte Maranfusa”, rimangono i pochi resti dell’antica fortezza medievale eretta durante la dominazione araba del castello di Calatrasi, citato dal geografo Idrisi – autore del famoso atlante Libro di Ruggero del primo secolo dopo l’anno mille - che lo descrive come «castello appariscente e fortilizio primitivo e valido da farvi affidamento...», qui si raccontano anche le gesta di cavalieri ribelli e di monaci rivoltosi che si opposero al regime dell’Arcivescovo delle diocesi di Monreale.

Tutta l’area circostante e una miniera archeologica scavata nei decenni scorsi i cui reperti sono contenuti nel piccolo antiquarium del paese visitabile su richiesta.

Da questa altura il panorama è mozzafiato, un paesaggio di quadrati piccoli e grandi che si dividono tra colori e coltivazioni, in lontananza a 360° si manifesta una parte dell’entroterra agricolo del Belice e i suoi paesi, lo sguardo si ferma e si incanta.

Il riverbero del lago artificiale Garcia realizzato negli anni ottanta sul ramo sinistro del fiume Belice, oggi è popolato da specie migratorie che svernano a questa latitudine, la diga intitolata alla memoria del giornalista Mario Francese che ci ricorda sempre quello che non si deve dimenticare.

Il lago popolato da diverse specie di pesci ricade nel territorio di Contessa Entellina e insieme alla grotta nella Rocca di Entella sono diventati riserva naturale integrale gestita dal CAI Sicilia.Tra la Valle dello Jato e quella del Belice altri tesori possono raccontare le testimonianze di una storia millenaria, di cultura e civiltà contadina e cavalleresca che rappresenta un piccolo viaggio immersi nel paesaggio della strada e della memoria, dove è possibile anche dormire e mangiare bene trovando aziende agricole e agriturismi che rappresentano degnamente l’ospitalità e la tavola del territorio.
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