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Sono passati secoli eppure fa sempre un certo effetto: il prestante "giovane di Agrigento"

Lo stile è stato definito dagli studiosi “Stile Severo” a causa delle solenni caratteristiche facciali e della posizione eretta che esprime grande fierezza

Elio Di Bella
Docente e giornalista
  • 8 agosto 2021

Il giovane Efebo di Agrigento

Conosciuto soprattutto come l’ Efebo, ma anche come “il giovane di Agrigento”, è una delle opere più importanti tra le molte belle e originali testimonianze conservate nel Museo Archeologico Regionale “Pietro Griffo” di Agrigento.

Si tratta di un raro esempio di statua in marmo dei primi anni dell'età classica, chiamata kouros.

È stata commissionata molto probabilmente da un ricco signore che voleva un costoso oggetto dedicatorio, ossia un dono votivo da dedicare ad una divinità o per onorare la memoria di un caro defunto, come parte del complesso e ricco rituale funerario che caratterizzava il memoriale della sepoltura.

Non vi sono molti esempi del genere, ma quei che sono stati portati alla luce sono stati rinvenuti in santuari e cimiteri in Grecia e in altre località del Mediterraneo ricche di testimonianze archeologiche di questo periodo scultoreo.

Il giovane di Agrigento è certamente uno degli esempi più studiati di questo genere perché tra i meglio conservati del tipo kouros, costituito soprattutto da statue di culto che materializzano la presenza della divinità alla quale è dedicato il santuario in cui si trovano.



È stato rinvenuto ad Agrigento in un pozzo nei pressi dell'antico tempio di Demetra e Persefone nel 1897.

Molto probabilmente è stato scolpito da un artista , a noi sconosciuto, intorno al 480 aC, nel periodo quindi di maggiore splendore di Akragas, quando questa colonia greca in Sicilia, sconfisse i Cartaginesi.

Lo stile è stato definito dagli studiosi “Stile Severo” a causa delle solenni caratteristiche facciali e della posizione eretta che esprime grande fierezza. È un kouroi di alta qualità, con una modellazione sensibile dell'anatomia, la posizione eretta con una gamba avanti, e lo sguardo sereno e diretto, il braccio destro sollevato come se stesse tendendo un oggetto.

Di un marmo bianco, molto probabilmente importato dalla Grecia, e quindi particolarmente costoso.

Presenta però delle caratteristiche che ne fanno una testimonianza artistica particolarmente legata alle sue origini siciliane.

«La struttura della testa è lunga e il volto è ovale, con zigomi prominenti, occhi dalle palpebre pesanti e un labbro inferiore prominente. I capelli con motivi netti sono una caratteristica comune a tutti i kouroi, ma in Sicilia il trattamento è ancora più pronunciato, con ciocche delineate di ciocche finemente scolpite che formano un berretto e arrotolate in una spessa fascia di capelli fasciata da un semplice diadema. Residui del pigmento rosso che indicano il colore originale dei capelli sono chiaramente visibili», ha osservato uno studioso.

Attenti osservatori dell’opera hanno rilevato altre caratteristiche: la gamba destra leggermente avanzata, il braccio destro sollevato discosto dal torso, mentre quello sinistro è abbassato; la testa si presenta piccola su un collo che è massiccio, ma modellato morbido; occhi particolarmente allungati, con la fronte bassa caratterizzata da palpebre ispessite e racchiusa da un evidente arco rigonfio della chioma, che a sua volta è cinta da nastro; la bocca invece è ben serrata; le ciocche sono contigue e filamentose e raccolte sulla nuca lasciando libere le orecchie. Il torso è imponente e ben modellato con ampie superfici unitarie; il plasticismo della masse muscolari non indulgono a forme di descrittivismo anatomico, l’arcata epigastrica curvilinea; i glutei sono prominenti e linea dorsale risulta accentuata.

Tutte caratteristiche che affascinano i visitatori del museo agrigentino che sostano a lungo dinanzi a questa bellissima statua, conservando un ricordo indelebile di questo tesoro dell’archeologia agrigentina, che nel tempo ha portato alla luce, e continua a dare al mondo, straordinarie testimonianze del passato.

L'efebo akragantino è considerato un esemplare di incarnazione dell'equilibrio tra prestanza fisica e controllo delle passioni in un mondo dove la bellezza dei corpi virili atletici rispecchia un’età dell’oro per una città - l’opulenta Akragas - che in un secolo dalla fondazione ha sviluppato progressi economici, politici, militari e culturali prestigiosi.

E non soltanto la prestanza dei giovani maschi akragantini ha rappresentato l’arte classica. Si ha notizia, infatti, da Plinio ,di una commissione, da parte degli agrigentini, al pittore Zeusi per un quadro che rappresentasse Elena e da esporre nel tempio dedicato a Giunone. Il grande artista per realizzarlo si ispirò alla bellezza delle vergini akragantine nude e ne selezionò cinque come modelle, riproducendo ciò che di ciascuna era più degno di lode.

Purtroppo non possediamo tale capolavoro, che canonizzava la bellezza delle giovani dell’antica Akragas.

L’Efebo e questo capolavoro di Zeusi a buon diritto ci raccontano di una civiltà dove il culto della bellezza conquistava un posto di prestigio tra i valori che ne hanno forgiato la storia.
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