Sulle orme di Al-Zabut in Sicilia: il Belvedere tra brezze marine e segreti millenari
Lo splendore verde “speranza” tinge le vallate sicane. Il Monte delle Rose è parte integrante, dall’alto della sua cima, di rilievo marcato. Un tour in un luogo incantevole
Il belvedere di Sambuca di Sicilia (foto di Salvatore Di Chiara)
Tirano venti arabi al Belvedere di Sambuca di Sicilia, provenienti da orizzonti colorati. Brezze marine che celano segreti millenari, custodi di emiri e fortezze. In un batter d'occhio raggiungono il piccolo comune agrigentino. Questo, arricchito dal titolo di Borgo d’Italia nel 2016, accoglie tesori da ogni parte delle coste africane. È storia, un racconto da svelare passo dopo passo. Incuriositi dai particolari, giungono voci di un uomo che ha fatto la storia dell’antica Zabut.
Saliamo, concentriamo pensieri e parole con attenzione. Il “tempo delle mele” è terminato, dobbiamo conquistare gli eventi, i luoghi, le sfumature intriganti. Dalla centralissima via Belvedere - teatro di forme architettoniche non indifferenti - la salita “affatica” e richiama a uno sforzo dovuto. Lasciamo al fato le nostre illusioni, l’acchianata è tinta assai. Domiamo la stanchezza e raggiungiamo la Piazza Baldi Centelles. È il penultimo atto prima di raggiungere il tanto desiderato Belvedere.
E cosa mai potranno svelare quei gradini? La Chiesa Madre - ormai alle nostre spalle - ci spinge con dovizia religiosa all’ultimo atto prima dell’apoteosi. Il primo, secondo, terzo (gradino) e poi… l’incontro tra cielo e terra emette il suo verdetto. Ammiriamo silenziosamente spinti dalla luce di un timido sole che esce fuori dal torpore invernale. Nella sua pallida caratteristica riscalda gli animi dei curiosi. E noi, ancora festosi dall’esaltazione, iniziamo il nostro personale “tour paesaggistico”.
Storia e ambiente sono particolari affascinanti, approfittiamone. “Lu Tirrazzu” ha un suo nome, un suo perché, un percorso che merita risposta. E pensare, con tanto di fondatezza storica, il cambiamento avvenuto nella seconda metà dell’Ottocento. Delle vecchie strutture - ormai di fatto ruderi - rimase ben poco. La demolizione in atto fu fatto religioso. Da quel momento prese vigore la celebrazione del Venerdì Santo e destinato a rappresentare il “Calvario”. Tale evento religioso ebbe la sua massima espansione fino a quando, terminato il primo conflitto mondiale, il Cristo Morto fu celebrato all’interno della Chiesa Madre. Fu il passaggio all’attuale “Belvedere”. Uno stato d’agitazione pervade gli animi (sempre scossi) dei presenti.
Entra in gioco il valoroso e magnifico Al Zabut detto “Al-Chabut”. Guerriero arabo e attento portatore di valori, fondò il paese. Eroico, costruì la sua fortezza nell’alto sperone roccioso. Caratteristiche che manifestano l’eccellente qualità strutturale di cui rimangono, purtroppo, poche tracce murarie. Oggi è sostituita dalla esedra (e schermata da colonne ottocentesche). Voci di corridoio parlano, citano, credono, ai camminamenti nel sottosuolo che raggiungono punti strategici del territorio in caso di fuga. E intanto, accantonati gli aspetti antichi, diamo spazio allo spirito d’osservazione.
Lo splendore verde “speranza” tinge le vallate sicane. Il Monte delle Rose è parte integrante, dall’alto della sua cima, di rilievo marcato. Le aree montevaghesi e margheritesi danno vita - dopo i fatti del ‘68 - a una seconda giovinezza. Nel frattempo, tra linee di confine e forme disuguali, un’opera ferroviaria prende corpo. Presenta assetti strategici di un’epoca andata, perduta frettolosamente. Scenari giulianesi e chiusesi rivelano un retroscena ampiamente discusso: la Statale 188! Per chi riuscisse a puntare il mirino ancora più in alto, le immagini aprono al borgo di Caltabellotta. Un gran pezzo di Sicilia è nelle nostre mani e nella nostra… vista!
Il vento arabo non smette di soffiare. Spinge, graffia, è impassibile. Le immagini parlano chiaro, il Belvedere di Zabut ha un qualcosa di speciale. A distanza di tanti minuti non siamo riusciti a capirlo. Non riusciremo a farlo. È meglio così, lasciamo al fato le nostre personali illusioni e un ultimo scatto prima di andar via.
Saliamo, concentriamo pensieri e parole con attenzione. Il “tempo delle mele” è terminato, dobbiamo conquistare gli eventi, i luoghi, le sfumature intriganti. Dalla centralissima via Belvedere - teatro di forme architettoniche non indifferenti - la salita “affatica” e richiama a uno sforzo dovuto. Lasciamo al fato le nostre illusioni, l’acchianata è tinta assai. Domiamo la stanchezza e raggiungiamo la Piazza Baldi Centelles. È il penultimo atto prima di raggiungere il tanto desiderato Belvedere.
E cosa mai potranno svelare quei gradini? La Chiesa Madre - ormai alle nostre spalle - ci spinge con dovizia religiosa all’ultimo atto prima dell’apoteosi. Il primo, secondo, terzo (gradino) e poi… l’incontro tra cielo e terra emette il suo verdetto. Ammiriamo silenziosamente spinti dalla luce di un timido sole che esce fuori dal torpore invernale. Nella sua pallida caratteristica riscalda gli animi dei curiosi. E noi, ancora festosi dall’esaltazione, iniziamo il nostro personale “tour paesaggistico”.
Storia e ambiente sono particolari affascinanti, approfittiamone. “Lu Tirrazzu” ha un suo nome, un suo perché, un percorso che merita risposta. E pensare, con tanto di fondatezza storica, il cambiamento avvenuto nella seconda metà dell’Ottocento. Delle vecchie strutture - ormai di fatto ruderi - rimase ben poco. La demolizione in atto fu fatto religioso. Da quel momento prese vigore la celebrazione del Venerdì Santo e destinato a rappresentare il “Calvario”. Tale evento religioso ebbe la sua massima espansione fino a quando, terminato il primo conflitto mondiale, il Cristo Morto fu celebrato all’interno della Chiesa Madre. Fu il passaggio all’attuale “Belvedere”. Uno stato d’agitazione pervade gli animi (sempre scossi) dei presenti.
Entra in gioco il valoroso e magnifico Al Zabut detto “Al-Chabut”. Guerriero arabo e attento portatore di valori, fondò il paese. Eroico, costruì la sua fortezza nell’alto sperone roccioso. Caratteristiche che manifestano l’eccellente qualità strutturale di cui rimangono, purtroppo, poche tracce murarie. Oggi è sostituita dalla esedra (e schermata da colonne ottocentesche). Voci di corridoio parlano, citano, credono, ai camminamenti nel sottosuolo che raggiungono punti strategici del territorio in caso di fuga. E intanto, accantonati gli aspetti antichi, diamo spazio allo spirito d’osservazione.
Lo splendore verde “speranza” tinge le vallate sicane. Il Monte delle Rose è parte integrante, dall’alto della sua cima, di rilievo marcato. Le aree montevaghesi e margheritesi danno vita - dopo i fatti del ‘68 - a una seconda giovinezza. Nel frattempo, tra linee di confine e forme disuguali, un’opera ferroviaria prende corpo. Presenta assetti strategici di un’epoca andata, perduta frettolosamente. Scenari giulianesi e chiusesi rivelano un retroscena ampiamente discusso: la Statale 188! Per chi riuscisse a puntare il mirino ancora più in alto, le immagini aprono al borgo di Caltabellotta. Un gran pezzo di Sicilia è nelle nostre mani e nella nostra… vista!
Il vento arabo non smette di soffiare. Spinge, graffia, è impassibile. Le immagini parlano chiaro, il Belvedere di Zabut ha un qualcosa di speciale. A distanza di tanti minuti non siamo riusciti a capirlo. Non riusciremo a farlo. È meglio così, lasciamo al fato le nostre personali illusioni e un ultimo scatto prima di andar via.
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