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"Tre casti agnelli" hanno dato il nome a questo luogo: in Sicilia il culto dei fratelli martiri

A Trecastagni c'è un museo di ex-voto donati dai miracolati tra i più grandi in Italia. La sua storia e quella del santuario sono legate ai santi Alfio, Cirino e Filadelfo. Un culto mai scemato

Salvina Elisa Cutuli
Giornalista, guida museale, insegnante di danza
  • 23 gennaio 2022

I tre fratelli martiri Alfio, Cirino e Filadelfo

A Trecastagni, un paesino alle pendici dell’Etna, si trova una delle collezioni di offerte votive più grandi d’Italia composto da oltre mille tavolette conservate all’interno del santuario dedicato ai santi Alfio, Cirino e Filadelfo a testimonianza delle tante grazie ricevute. Un atto di fede pubblico, una prova evidente di come il divino può manifestarsi nella quotidianità.

Il culto dedicato ai tre fratelli è uno dei più diffusi in tutta la Sicilia orientale. A loro sono dedicati diversi santuari, tutti affollatissimi di pellegrini.

Quello di Trecastagni è uno di questi e parrebbe infatti che anche l’etimologia del nome del paese derivi dai tre fratelli martiri, ovvero da "Tres Casti Agni"- i tre casti agnelli, con riferimento alle "anime pure", i santi martiri Alfio, Cirino e Filadelfo che sostarono in quel luogo durante il loro trasferimento da Vaste a Lentini, luogo del martirio.

Come si legge nella Passio del loro martirio contenuta nel codice vaticano n. 1591, documento più antico a noi giunto grazie Basilio, ad un autore greco dell’Italia meridionale, arrivarono in Sicilia come "estrema punizione" di Cornelio Licinio Valeriano, il vice di Decio in Sicilia, per essersi dimostrati irremovibili rispetto alla loro fede cristiana, nonostante avessero visto martitrizzati amici e familari.
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Sbarcano in Sicilia il 25 agosto del 252. A Taormina - è scritto nel documento - "Tertullo non riuscendo a convincere i tre fratelli a tornare alla religione dei loro antenati, fa tagliare le loro bionde chiome e fa versare sul loro capo della pece bollente, poi fa serrare il loro collo e le loro mani tra pesanti travi e li fa condurre a Lentini".

Ed è qui che la loro storia si va legando a quella di Trecastagni. Pare che una colata lavica avesse impedito l’accesso alla via costiera per cui i tre fratelli si videro costretti a viaggiare attraverso i tornanti dell’Etna. Mentre si trovanno sulla collina (collina su cui oggi sorge la località di Sant’Alfio) il fratello Filadelfo, provato profondamente, chiese ai fratelli di raccogliersi in preghiera con lui affinchè lo sostenesse durante questa terribile prova. Fu allora che scoppiò una tempesta e il vento fu così forte da spazzare via le travi. Apparì loro l’apostolo Andrea per dar loro conforto. Pochi giorni dopo giunsero nel luogo che poi avrebbe preso il loro nome (Trecastagni) e trovano riposo proprio dove oggi sorge il Santuario edificato in loro onore.

Giunti a Catania vennero rinchiusi nel carcere tutt'oggi esistente e che si trova sotto la chiesa dei Padri Minoritelli. La loro vita stava per volgere al termine, giunsero sul fiume Simeto e nonostante fosse ingrossato riuscirono ad attraversarlo perchè avvenno un miracolo: le acque al loro passaggio si ritirarono. Arrivarono a Lentini, qui liberano un giovane ebreo indemoniato e a questo miracolo seguirono diverse conversioni nella città.

Il 3 settembre furono consegnati ad Alessandro, vice di Tertullo vengono consegnati ad Alessandro, vice di Tertullo e rinchiusi in carcere dove, in attesa che Tertullo tornasse dalla campagna militare in Oriente, si verificarono altri miracoli che portarono a nuove conversioni anche tra i soldati stessi come la guarigione di Tecla, cugina di Alessandro, e la guarigione di Giustina, un'altra cugina. Anche lui, Alessandro, a seguito di questi eventi decise di abbracciare la fede cristiana.

I fratelli stettero in carcere otto mesi. Tertullo emise la condanna a morte. Il 10 maggio dell’anno 253 "Ad Alfio, che ha poco più di ventidue anni, viene strappata la lingua, Filadelfo, che ha ventun’anni, viene posto su una graticola incandescente e Cirino, il più giovane, di soli diciannove anni, viene immerso in una caldaia di pece bollente. I loro corpi vengono recuperati da Tecla e Giustina e trovano sepoltura in una grotta dove, finite le persecuzioni, viene costruita una chiesa in loro onore".

Proprio per questo i festeggiamenti in loro onore, che si svolgono a Trecastagni durante la prima settimana di maggio e rientrano tra gli appuntamenti primaverili più belli e caratteristici della provincia di Catania. Risalgono a tempi molto lontani, infatti subito dopo il martirio, avvenuto a Lentini il 10 maggio del 253, venne innalzata un’icona votiva nel luogo del loro passaggio. La costruzione del santuario ebbe inizio nel 1517 dopo il ritrovamento delle reliquie dei tre fratelli, e da allora la grande fede nei loro riguardi non ha mai conosciuto momenti di cedimento.

All’interno della sacrestia del santuario si trova il museo con le tavolette donate dai fedeli a partire dal 1867 fino agli anni duemila, arti e parti del corpo miracolati, riprodotti in cera, plastica o in argento. E poi ancora lettere, fotografie, documenti, disegni, quadri, ricami.

Attraverso questi esempi di arte popolare è possibile rivivere la storia, l’evoluzione dei tempi, dei costumi e degli arredi. Sono per lo più scene di vita quotidiana e di guarigione realizzate da decoratori locali che nei secoli hanno dato vita ad una vera e propria scuola riconoscibile per lo stile. Gli artisti che le dipingevano erano gli stessi che decoravano i carretti siciliani o le tele per i cantastorie.

La committenza non era ricca e per questo potevano dedicarsi a realizzazioni di poche pretese e con il solo scopo narrativo. Colori vivaci e rappresentazioni immediate, spesso si servivano anche di pezzi di lamiera, di legno o masonite. Era un modo per il devoto di non recarsi a mani vuote - sarebbe parso brutto - davanti ai tre santi dopo aver ricevuto la grazia. E anche una sorta di manifesto che tutti gli altri pellegrini potevano ammirare e contemplare.

Tra le scene più ricorrenti si distinguono incidenti capitati per strada o nelle piazze a causa di cavalli imbizzarriti o cari finiti fuori strada, oppure assalti di briganti. In un angolo della tavoletta erano rappresentati sempre i tre santi, in basso il nome e cognome del miracolato, la data e la firma dell’artigiano. In 109 tavolette si legge la firma di Domenico di Mauro di Aci Sant’Antonio, noto decoratore di carretti. La forma si era negli anni standardizzata così da poter essere realizzata in tempi molto rapidi.

Le tavolette dell’800 sono più ricche, la più antica è datata al 1867 e rappresenta l’immagine di un devoto scampato all’epidemia di colera che all’epoca si era diffusa a Catania. Un’altra nota è quella commissionata nel 1880 da massaro Vito Pellegrino, rappresentato mentre una banda di briganti irrompe nella sua abitazione: la moglie tiene in braccio i bambini nudi, la frutta sulla tavola per la cena, il contadino sgomento. Agguati del genere erano molto comuni all’epoca e attraverso questi ex-voto vengono tramandati avvenimenti e fenomeni che spesso non trovano spazio sui libri di storia.

Semplice vita quotidiana, in cui bastava il calcio di un mulo per andare all’aldilà. Negli anni poi si assiste anche all’evoluzione tecnologica, in cui le rappresentazioni pittoriche sono sostituite da immagini con dediche, fotografie e istantanee di bambini in braccio ai propri genitori tanto devoti. Gli ex voto di Trecastagni, al di là del valore artistico, sono quindi nella loro semplicità di grande interesse etnografico perché permettono di conoscere una spiritualità che trasforma materiali di vita quotidiana in una iconografia che diventa preghiera popolare.
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