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Tutto iniziava con la "prova del latte": il mestiere (e i diritti) delle nutrici in Sicilia

Si trattava dell'«altra mamma» che allattava un neonato, diventando così, un vero e proprio componente della famiglia. Come si diventava nutrici delle famiglie siciliane

Mario Calivà
Scrittore e drammaturgo
  • 4 aprile 2021

Una nutrice

Nei secoli scorsi in Sicilia era molto diffuso, tra le donne, il mestiere della nutrice.

Si trattava dell'«altra mamma» che allattava un piccolo neonato, diventando, così, un vero e proprio componente della famiglia. Per ingaggiarla, la famiglia interessata era solita rivolgersi alla cosiddetta mezzana o sensala.

Una volta raggiunta la casa del neonato, la nutrice procedeva alla prova del latte: slacciava la veste mostrando il seno, che doveva essere sodo, e una volta spremuto si raccoglieva il latte in un cucchiaio e versato in un bicchiere riempito a metà d'acqua per verificarne la densità e la qualità.

Se il latte scivolava immediatamente sul fondo del bicchiere significava che era poco consistente: se, invece, creava una nuvoletta densa, allora era pieno di calcio e altri nutrienti importanti per la crescita del bambino.

Le famiglie più agiate ricorrevano alla nutrice per ragioni puramente estetiche: la donna che aveva appena partorito, poiché assidua frequentatrice dei salotti aristocratici, non poteva rischiare che il suo seno si afflosciasse davanti agli occhi delle sue amiche altolocate.



Le nutrici erano cercate anche dalle famiglie che avevano subìto la morte delle giovani madri durante il parto, o perché la puerpera era impossibilita ad allattare perché soffriva di una determinata malattia, o perché semplicemente i suoi seni non avevano prodotto latte.

La donna che veniva scelta come nutrice aveva diritto a tre pasti completi al giorno perché era importante che si mantenesse in salute, alla biancheria pulita e a una paga giornaliera di una lira. Riceveva regali sia per il compleanno del bambino, sia per quello proprio.

Inoltre, la nutrice versava alla mezzana due o tre mensilità come ringraziamento per averle procurato l'impiego. Capitava spesso che la nutrice riusciva ad accumulare un bel gruzzoletto e cominciava a prestare denaro dietro il pagamento di interessi.

Quindi, uno degli obiettivi della nutrice era il guadagno, mentre quello della famiglia era il buon allattamento, scriveva Giuseppe Pitrè. La nutrice, dunque, faceva una vita agiata e la sua paga superava di diverse volte quella di un operaio. Stiamo parlando, dunque, di una donna emancipata che dipendeva solo del suo lavoro e che spesso manteneva a distanza il marito.

La nutrice instaurava un legame molto stretto con il bambino, il quale cresceva, così, tra due madri. Accadeva spesso che la nutrice riuscisse ad entrare in confidenza con la famiglia del bambino, venendo così a conoscenza dei segreti più reconditi dei coniugi.

La nutrice non era considerata una serva poiché viveva in stretto contatto con la famiglia: pranzava ed era servita al loro stesso tavolo. I parenti più stretti della nutrice avevano il diritto di farle visita al massimo una volta a settimana.

Assumere in casa una nutrice rappresentava un lusso da sfoggiare: infatti quando la famiglia usciva assieme alla nutrice, quest'ultima vestiva, spesso, abiti di seta e fazzoletti ricamati.

Il Pitrè descriveva con queste parole il vestito delle nutrici di Piana degli Albanesi: Veste corta e di vivo colore con maniche molto larghe e gonfie come a sbuffi alle avambraccia; una particolar maniera di coprire il senso con un fazzoletto bianco, che mal colma e non fermamente copre il vuoto lasciato dal piccolo busto; una crocina pendente al collo ed un ricco nastro sul capo".

Ancora secondo il Pitrè le migliori nutrici erano di Piana degli Albanesi o di Porticello, paesino povero ma pieno di case nuove e di donne che "credono di portare con la gode di battesimo il diploma di eccellenti balie, e di potersi vantare, alla maniera de' cittadini romani: Io sono del Porticello!".
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