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Uccideva gli uomini con il suo mezzo mostruoso: chi era la vecchia serial killer della Zisa

Al "Museo etnografico siciliano Giuseppe Pitrè" di Palermo è custodito lo strano busto di una donna. Ha la mandibola allungata e arcuata come un uncino di carne

Beniamino Biondi
Scrittore e critico cinematografico
  • 13 febbraio 2021

Al “Museo etnografico siciliano Giuseppe Pitrè” di Palermo è custodito lo strano busto di una donna, Giovanna Bonanno. Ha la mandibola allungata e arcuata come un uncino di carne, la pelle orrendamente avvizzita di una vecchia, il naso a piombo fra due occhi tetri e acquosi che si confondono con le guance scavate, i pochi capelli raccolti sotto una stoffa cenciosa e la bocca sottile che si apre a un ghigno sardonico e crudele, mostrando i pochi denti rimasti.

È una scultura mirabile - con un marcato tratto grandguignolesco – che anatomizza all’idea di bruttezza lo spirito infame di questa donna che nel Settecento spargeva la morte tra i vicoli fetidi del Cassaro di Palermo. Luigi Natoli ne fa la protagonista di uno dei suoi romanzi popolari, uscito a puntate con il titolo de “La vecchia dell’aceto”, uno spaccato di tradizione popolare e di grezza verità romanzesca, potente e primitivo com’è nei suoi lavori più inquietanti.



La vicenda che racconta lo scrittore si allontana parecchio dalla figura della vecchia dell’aceto, che compare e scompare fra i lunghi capitoli presiedendo con la sua ombra nefasta le complicazioni della trama che si incastrano alle azioni più turpi di personaggi tirati al filo come burattini.

Il romanzo - che prende spunto dalla storia di due figli illegittimi che, nati da nobili, vengono affidati alla ruota e poi allevati da genitori popolani – traccia un incisivo ritratto sociale sul conflitto tra gli agi della nobiltà e la miseria di un popolo disincantato e in lotta per il privilegio, ed anche una vaga descrizione di una criminalità d’onore, prepotente e arcaica, con una sua propria giustizia di contro a un potere che pensa solo a se stesso, fagocitato dal suo stesso precipitoso dominio.

In tutto questo, Giovanna Bonanno è una sorta di nemesi selvaggia, un deus ex machina oscuro e destinale, l’immagine di una forma di resistenza liberticida a un mondo senza senso. La sua esistenza si configura come quella di una donna emarginata dalla vita civile, reietta al senso di umanità, e dunque in qualche modo necessitata a una sopravvivenza che si compie attraverso l’eresia omicida con i mezzi propri della strega.

Arricchita nei secoli da dettagli di fantasia e cronache orali, la storia della vecchia dell’aceto è trascritta negli atti che condussero l’anziana donna in tribunale, rendendo celebre la sua figura di assassina seriale. Ma chi fu, in realtà, Giovanna Bonanno? Nata Anna Pantò, visse nel quartiere della Zisa a Palermo, dove andò in sposa a un tale Vincenzo Bonanno, da cui prese il cognome.

Raffigurata, secondo tradizione, come una logora mendicante, deve la sua fama al nome con cui è nota – la vecchia dell’aceto -, cioè una spietata assassina e una strega. Pare che avesse scoperto solo per caso un metodo per intossicare e uccidere, non destando sospetti, ed ebbe in mente di usarlo per arricchire senza sforzo.

Era fredda e spietata, disposta a qualunque cosa per pochi denari, e le sue clienti erano perlopiù donne che volevano sbarazzarsi dei mariti per iniziare una nuova vita con altri uomini. La vecchia dava a tutte il consiglio giusto, e il rimedio letale: l’aceto per pidocchi, una miscela a base di aceto e arsenico che serviva a uccidere gli insetti.

Un’arma letale, scoperta dopo aver veduto i suoi effetti sul corpicino di una bambina che lo aveva ingerito per caso, che la Bonanno sperimentò poi su un cane al quale fece ingoiare un tozzo di pane inzuppato nell’aceto; il povero animale si contorceva senza morire, e condotto dalla vecchia al bastione di Porta d’Ossuna, lei stessa il giorno dopo lo ritrovò cadavere, senza che desse segno di morte per avvelenamento.

Così questo vino bianco, acidulo, apparentemente innocuo, divenne un mezzo mostruoso di assassinio seriale, e alla Zisa cominciarono uno dopo l’altro a morire gli uomini. I medici non riuscivano a venirne a capo, lasciando incerte le cause della morte, e cioè riferibili a fatti naturali, e la vecchia dell’aceto si faceva il segno della croce accanto ai cadaveri recitando: “U Signuri ci pozza arrifriscari l’armicedda”. E con le mani ossute, all’ombra, barattava la morte col denaro.

Il tempo d’azione degli omicidi fu convulso ma breve, perché la Bonanno uccise anche il figlio di una sua cara amica, che a questo punto – insospettita anche dalle nozze della nuora - tradì la vecchia con uno stratagemma: finse di voler comprare una bottiglia d’aceto, e al momento della consegna si fece trovare con quattro testimoni, che la inchiodarono ai suoi reati.

Il processo che ne seguì vide fra i testimoni sei dei coniugi superstiti e il droghiere che le forniva l’aceto per pidocchi, e la vecchia finì rinchiusa a Palazzo Steri.

Condannata per veneficio e stregoneria, il 30 luglio del 1789 Giovanna Bonanno venne impiccata Piazza degli Ottangoli (piazza Villena, ovvero i Quattro Canti), all’incrocio tra via Maqueda e via Toledo (il Cassaro, l’odierno corso Vittorio Emanuele), in un macabro spettacolo di morte.

E dalla storia alla leggenda il passo è breve, e pare ancora di vederla alla Zisa con le sue bottiglie, che lei stessa aveva rinominato “Arcano liquore aceto”, dando la morte in luogo della pace che avrebbe dovuto portare alle famiglie, così come si evince dalle stesse carte del processo in cui la vecchia sostenne, con il crudele candore di una bimba, del bene che per tanti anni aveva fatto alle donne di Palermo.
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