Un borgo colorato in Sicilia, dove il tempo si ferma: il luogo da vedere fuori dalle mappe
Un angolo paradisiaco da cui non riusciamo a staccare gli occhi. Una scoperta che prende forma, stuzzica le menti dei turisti. Vi raccontiamo una giornata in tour
“Adagiato su un colle nell’entroterra agrigentino. Silenzioso, dormiente, in preda agli usi e costumi d’un tempo”. Nel giorno della Liberazione d’Italia, Castrofilippo (Agrigento) è la nostra nuova conquista. Lasciati gli “echi letterari” di Sciascia, a circa una decina di km da Racalmuto sorge il piccolo borgo. Una scoperta che prende forma, stuzzica le menti dei viaggiatori.
Ci lasciamo accompagnare da un tratto in salita tra due “ali verdastre” con linee rocciose a custodire il territorio che verrà. Poche centinaia di metri ancora e tutto diventa realtà. In un silenzio "poco" assordante siamo contagiati dalle mancate presenze (umane). Confidiamo nella buona riuscita della visita. Le attese diventano speranze, siamo fiduciosi. Messo a tacere il rumore del mezzo, è tempo di incamminarci. Sono minuti di passione, sentiamo il peso del passato sulle nostre spalle. Piazza Pirandello è fonte di ispirazione.
Due bici “arrugginite” dal tempo danno il benvenuto. Erano “accolorate” e arricchite di fiori, rimane la scia profumata. Inizia la visita di Castrofilippo. Il signor Giuseppe ci guarda attonito. Il suo è un sentimento che vaga da un estremo all’altro. La sua borsa profuma di squisitezze: sono i limoni, “chiddi boni”. Con fare spassionato ci confida la calma e la virtù del territorio. Si respira un’aria tranquilla, lontana dalle grandi città.
“L’inquinamento frenetico non ci appartiene. Castrofilippo è il posto giusto per vivere serenamente. Siamo indietro di tanti anni, forse una trentina”. Un ultimo sguardo prima di tornare alla normalità. I passi diventano pesi da sostenere e… contenere. Ci svestiamo velocemente dell’abito da turista affannato e viaggiamo a ritroso, precisamente nel 1584. In noi - malgrado la nostalgia canaglia - subentra lo spirito nobiliare: quello dei Monreale. Stefano, Maurizio e Giuseppe, una stirpe che ha reso grande Castrofilippo.
Accompagnati dai fatti storici dedichiamo, con impeto, cenni di un passato mai dimenticato. Le “classiche” fonti storiche citano antenati a partire dalla Preistoria. E poi greci, romani e normanni. Diamo lo spazio necessario per mettere su un piano antico di fatti e poche parole. A partire dai Sicani (la presenza di numerose grotte è testimone - non documentata - del loro passaggio) tutto si concentra sulla colonia greco-romana. La piccola necropoli e i numerosi oggetti ritrovati certificano una data certa.
Di certo - senza ombra di dubbio - c’è stato il periodo degli Arabi. I resti di un castello (Al Minshar o Minsciar?) provano a definire un quadro generale dell’opera. Su una base regolare a 4 o 5 torri, oggi rimane ben poco. Le modifiche, gli interventi umani (di incuria, abbandono e deterioramento) e la fondazione di un nuovo nucleo abitativo lo hanno emarginato definitivamente.
Prima dei Monreale si insediarono i Lo Porto, i De Brando e i Montaperto, fino a quando - appunto nel 1584 - i Monreale posarono la prima pietra. Ed ebbe inizio la storia del borgo. “In una terra ricca d’acqua e dalle splendide vedute, ottenuta la licenza di congregar gente, il mio paese sarà dedicato al re di Spagna Filippo II. Castra Rex Philippi sarà la città di tutti. Splenderà nei secoli”.
Il nostro viaggio attraversa fasi e periodi, dove mescoliamo edifici, immagini e presente. Un "tourbillon" emotivo da cui non ci separeremo nelle prossime ore. In pochi minuti raggiungiamo la Chiesa di Sant’Antonio Abate. Un angolo paradisiaco da cui non riusciamo a staccare gli occhi. Ombrellini, colori e panche danno vita a un gioco fantasioso. È un racconto che concentra aspetti divini e fiabeschi. In stile goticizzante a due torri, è a un’unica navata. All’interno presenta uno stile classico-rinascimentale con stucchi dorati.
Il portone è arricchito da 28 formelle intarsiate. Tra uno scatto e l’altro raggiungiamo il Corso Umberto I. “Na stratuzza longa, stritta e culurata”. La Street Art ha fatto il suo corso con immagini che ripercorrono una Sicilia originale. A circa un centinaio di metri ecco la piazza con la Chiesa Madre.
Del diciassettesimo secolo, nel 1635 ne fu fondata l’Arcipretura. Originariamente piccola, vennero apportati i relativi accorgimenti a partire dal 1848. Venne elevato il soffitto e costruito il coro. Arricchita con opere su tela (Adamo ed Eva e Giuditta tra le altre), racconta di un percorso tortuoso e difficile. Frastornati dalla curiosità, le temperature miti sono il preludio di un relax annunciato. Il pensiero corre velocemente a li “cipuddi” pagline.
La tunica color giallo pallido è “arte agricola” allo stato puro. Dietro alla bellezza del prodotto si nasconde un lungo e incessante processo. Dal trapianto delle piantine (nelle zone vicino al mare) si passa a quello manuale. Estirpata la “cipuddrina” e poi “attistata” velocemente, passeranno ben 5 mesi e (nella speranza di) una condizione climatica favorevole prima della raccolta.
Nel frattempo, l’unico intervento da fare è la "zappuddra", cioè eliminare le erbe infestanti. E allora, perché non lasciarsi andare a una pizzetta dal profumo “castrofilippese”? Chiamateli pure “cipuddara”. È un vanto, uno di quei paradossi che fanno tanto bene. Se i Monreale guardavano alle acque del fiume Bigini come fonte di ricchezza inesauribile, le terre danno vita alle colture - oltre alla cipolla - dell’uva Italia, dell’aglio e del Pistacchio di Raffadali. Gli obiettivi di giornata non si lasciano pregare. Imperterriti come non mai continuiamo la passeggiata. Il cortile Castello è un passaggio dovuto. È l’esatto momento in cui l’animo nobiliare smarrisce la retta via e subentra la comunità dei Caminanti (comunità seminomade).
Da pochi secondi siamo a lu Cannatuni (Cannatone). Immersi nella profonda cultura araba guardiamo oltre i confini. I tratteggi delineano rarità da toccare con il pensiero. A 470 m s.l.m. siamo i padroni del mondo. I rumori fanno la differenza. Un gattino miagola, una TV accesa, una famiglia discute tra suoni imperfetti delle posate e prelibatezze da gustare.
Pian pianino ci allontaniamo. Le chiese di Sant’Agnese e del Sacro Cuore dichiarano “fedeltà” religiosa. Piccole, deliziose e architettoniche: elementi da non trascurare. La Scala della Memoria (in ricordo dell’appuntato castrofilippese Salvatore Bartolotta, ucciso insieme al giudice Rocco Chinnici) e il Monumento alla Donna sono fieri esempi di modernità.
Perché la comunità ha saputo - con le dovute attenzioni - vivere la contemporaneità. Con impegno, presenza e produttività. Di fronte alla sensibilità dedichiamo l’ultima visita alla Pietra Longa. "Fermati passegger il capo inchina alla Gran Madre di Dio Ciel Regina". Il messaggio è chiaro. Nel 1985 venne posta nella roccia una statua della Madonna (scolpita in marmo di Carrara) dedicata agli emigranti per proteggerli durante il loro lungo viaggio. Il racconto volge al termine, con un finale tutto da scrivere.
Quale? La passeggiata tra gli Antichi Mulini ad acqua di Jusu, d’immiezzu e Susu. Sarebbe un nuovo colpo di scena, teniamocelo stretto per una puntata successiva. Il ritorno lascia col fiato sospeso. Uscire da quello schema a griglia lascia l’amaro in bocca. Forse è un segno del destino, o forse si cela un semplice “arrivederci”.
Ci lasciamo accompagnare da un tratto in salita tra due “ali verdastre” con linee rocciose a custodire il territorio che verrà. Poche centinaia di metri ancora e tutto diventa realtà. In un silenzio "poco" assordante siamo contagiati dalle mancate presenze (umane). Confidiamo nella buona riuscita della visita. Le attese diventano speranze, siamo fiduciosi. Messo a tacere il rumore del mezzo, è tempo di incamminarci. Sono minuti di passione, sentiamo il peso del passato sulle nostre spalle. Piazza Pirandello è fonte di ispirazione.
Due bici “arrugginite” dal tempo danno il benvenuto. Erano “accolorate” e arricchite di fiori, rimane la scia profumata. Inizia la visita di Castrofilippo. Il signor Giuseppe ci guarda attonito. Il suo è un sentimento che vaga da un estremo all’altro. La sua borsa profuma di squisitezze: sono i limoni, “chiddi boni”. Con fare spassionato ci confida la calma e la virtù del territorio. Si respira un’aria tranquilla, lontana dalle grandi città.
“L’inquinamento frenetico non ci appartiene. Castrofilippo è il posto giusto per vivere serenamente. Siamo indietro di tanti anni, forse una trentina”. Un ultimo sguardo prima di tornare alla normalità. I passi diventano pesi da sostenere e… contenere. Ci svestiamo velocemente dell’abito da turista affannato e viaggiamo a ritroso, precisamente nel 1584. In noi - malgrado la nostalgia canaglia - subentra lo spirito nobiliare: quello dei Monreale. Stefano, Maurizio e Giuseppe, una stirpe che ha reso grande Castrofilippo.
Accompagnati dai fatti storici dedichiamo, con impeto, cenni di un passato mai dimenticato. Le “classiche” fonti storiche citano antenati a partire dalla Preistoria. E poi greci, romani e normanni. Diamo lo spazio necessario per mettere su un piano antico di fatti e poche parole. A partire dai Sicani (la presenza di numerose grotte è testimone - non documentata - del loro passaggio) tutto si concentra sulla colonia greco-romana. La piccola necropoli e i numerosi oggetti ritrovati certificano una data certa.
Di certo - senza ombra di dubbio - c’è stato il periodo degli Arabi. I resti di un castello (Al Minshar o Minsciar?) provano a definire un quadro generale dell’opera. Su una base regolare a 4 o 5 torri, oggi rimane ben poco. Le modifiche, gli interventi umani (di incuria, abbandono e deterioramento) e la fondazione di un nuovo nucleo abitativo lo hanno emarginato definitivamente.
Prima dei Monreale si insediarono i Lo Porto, i De Brando e i Montaperto, fino a quando - appunto nel 1584 - i Monreale posarono la prima pietra. Ed ebbe inizio la storia del borgo. “In una terra ricca d’acqua e dalle splendide vedute, ottenuta la licenza di congregar gente, il mio paese sarà dedicato al re di Spagna Filippo II. Castra Rex Philippi sarà la città di tutti. Splenderà nei secoli”.
Il nostro viaggio attraversa fasi e periodi, dove mescoliamo edifici, immagini e presente. Un "tourbillon" emotivo da cui non ci separeremo nelle prossime ore. In pochi minuti raggiungiamo la Chiesa di Sant’Antonio Abate. Un angolo paradisiaco da cui non riusciamo a staccare gli occhi. Ombrellini, colori e panche danno vita a un gioco fantasioso. È un racconto che concentra aspetti divini e fiabeschi. In stile goticizzante a due torri, è a un’unica navata. All’interno presenta uno stile classico-rinascimentale con stucchi dorati.
Il portone è arricchito da 28 formelle intarsiate. Tra uno scatto e l’altro raggiungiamo il Corso Umberto I. “Na stratuzza longa, stritta e culurata”. La Street Art ha fatto il suo corso con immagini che ripercorrono una Sicilia originale. A circa un centinaio di metri ecco la piazza con la Chiesa Madre.
Del diciassettesimo secolo, nel 1635 ne fu fondata l’Arcipretura. Originariamente piccola, vennero apportati i relativi accorgimenti a partire dal 1848. Venne elevato il soffitto e costruito il coro. Arricchita con opere su tela (Adamo ed Eva e Giuditta tra le altre), racconta di un percorso tortuoso e difficile. Frastornati dalla curiosità, le temperature miti sono il preludio di un relax annunciato. Il pensiero corre velocemente a li “cipuddi” pagline.
La tunica color giallo pallido è “arte agricola” allo stato puro. Dietro alla bellezza del prodotto si nasconde un lungo e incessante processo. Dal trapianto delle piantine (nelle zone vicino al mare) si passa a quello manuale. Estirpata la “cipuddrina” e poi “attistata” velocemente, passeranno ben 5 mesi e (nella speranza di) una condizione climatica favorevole prima della raccolta.
Nel frattempo, l’unico intervento da fare è la "zappuddra", cioè eliminare le erbe infestanti. E allora, perché non lasciarsi andare a una pizzetta dal profumo “castrofilippese”? Chiamateli pure “cipuddara”. È un vanto, uno di quei paradossi che fanno tanto bene. Se i Monreale guardavano alle acque del fiume Bigini come fonte di ricchezza inesauribile, le terre danno vita alle colture - oltre alla cipolla - dell’uva Italia, dell’aglio e del Pistacchio di Raffadali. Gli obiettivi di giornata non si lasciano pregare. Imperterriti come non mai continuiamo la passeggiata. Il cortile Castello è un passaggio dovuto. È l’esatto momento in cui l’animo nobiliare smarrisce la retta via e subentra la comunità dei Caminanti (comunità seminomade).
Da pochi secondi siamo a lu Cannatuni (Cannatone). Immersi nella profonda cultura araba guardiamo oltre i confini. I tratteggi delineano rarità da toccare con il pensiero. A 470 m s.l.m. siamo i padroni del mondo. I rumori fanno la differenza. Un gattino miagola, una TV accesa, una famiglia discute tra suoni imperfetti delle posate e prelibatezze da gustare.
Pian pianino ci allontaniamo. Le chiese di Sant’Agnese e del Sacro Cuore dichiarano “fedeltà” religiosa. Piccole, deliziose e architettoniche: elementi da non trascurare. La Scala della Memoria (in ricordo dell’appuntato castrofilippese Salvatore Bartolotta, ucciso insieme al giudice Rocco Chinnici) e il Monumento alla Donna sono fieri esempi di modernità.
Perché la comunità ha saputo - con le dovute attenzioni - vivere la contemporaneità. Con impegno, presenza e produttività. Di fronte alla sensibilità dedichiamo l’ultima visita alla Pietra Longa. "Fermati passegger il capo inchina alla Gran Madre di Dio Ciel Regina". Il messaggio è chiaro. Nel 1985 venne posta nella roccia una statua della Madonna (scolpita in marmo di Carrara) dedicata agli emigranti per proteggerli durante il loro lungo viaggio. Il racconto volge al termine, con un finale tutto da scrivere.
Quale? La passeggiata tra gli Antichi Mulini ad acqua di Jusu, d’immiezzu e Susu. Sarebbe un nuovo colpo di scena, teniamocelo stretto per una puntata successiva. Il ritorno lascia col fiato sospeso. Uscire da quello schema a griglia lascia l’amaro in bocca. Forse è un segno del destino, o forse si cela un semplice “arrivederci”.
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